Il Tirreno

Pisa

Sul commercio il Tar sconfessa se stesso

di CINZIA BERNARDINI

di CINZIA BERNARDINI La decisione del Tar di accogliere la richiesta di sospensiva dell’ordinanza del Comune di Pontedera in materia di aperture dei negozi non la condividiamo e la giudichiamo...

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di CINZIA BERNARDINI

La decisione del Tar di accogliere la richiesta di sospensiva dell’ordinanza del Comune di Pontedera in materia di aperture dei negozi non la condividiamo e la giudichiamo negativa: è grave che, in attesa comunque di una decisione definitiva, si sospenda una ordinanza che è frutto di un accordo tra tutte le parti sociali. Il Comune di Pontedera, come tutti gli altri della provincia di Pisa, all’inizio dell’anno aveva sottoscritto accordi, sostenuti da tutte le associazioni, che applicando la legge regionale, individuavano un numero di venti domeniche di apertura e l’obbligo di chiusura per otto festività civili e religiose.

Non comprendiamo la ragione che ha portato il Tar a “sconfessare” se stesso modificando dopo appena 15 giorni un pronunciamento avverso alle richieste di Pam e soprattutto rimandando a giugno la decisione definitiva.

In questi mesi ci potranno essere aperture selvagge, anche nelle festività di Pasqua, Pasquetta, 25 aprile e 1° maggio.

La liberalizzazione selvaggia degli orari è sbagliata, non c’è rilancio dell’economia e dei consumi, perché quello che manca alle persone e alle famiglie sono le risorse, i soldi da spendere, non le occasioni per farlo. Mettere in relazione l’andamento dei consumi con le aperture dei negozi 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno è puramente mistificatorio, soprattutto in una fase di crisi profonda dei consumi.

Quello che serve sono politiche economiche che rilancino l’occupazione per far ripartire i consumi. È una politica sbagliata perché porterà conseguenze negative sulla rete distributiva, penalizzando i piccoli negozi a favore della grande distribuzione. E sicuramente avrà ricadute negative anche sui consumatori. Infatti, per poter reggere la concorrenza e tenere sempre aperto, ci saranno aumenti dei costi fissi e del costo del lavoro e questo comporterà inevitabilmente un aumento dei prezzi.

Così come questa liberalizzazione non produrrà nuova occupazione e tantomeno occupazione di qualità, ma peggiorerà solo le condizioni di lavoro, con il ricorso alla flessibilità estrema degli orari e dei rapporti di lavoro, in un settore già penalizzato e che vede il 70% di occupazione femminile. Con questa decisione, che recepisce la normativa Monti, si vuole confermare ed ampliare un modello di società che, con gli anni, ha trasformato i cittadini in consumatori, che non tiene conto delle peculiarità e delle tradizione di un territorio nel quale la vivibilità sociale è un valore.

Chiediamo che le amministrazioni locali della provincia facciano tutto quanto è possibile per riaffermare la giustezza delle decisioni prese, confermando una scelta politica che abbiamo sostenuto e condiviso. Come sindacato metteremo in campo tutte le iniziative necessarie per la tutela delle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio.

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