Italia
Ma quella periferia non è un dormitorio
Berti, urbanista e architetto del Comune, ha vissuto per 15 anni ai Passi e racconta pregi e difetti del quartiere
di Giovanni Parlato
PISA. Gabriele Berti, urbanista e architetto del Comune, conosce bene il quartiere dei Passi per averci abitato dal 1961 al 1976. «E ancora oggi vado spesso perché mia madre abita in quel quartiere» dice Berti che tra ricordi e realtà dei nostri giorni non vede un quartiere abbandonato a se stesso e riflette sulle critiche di chi, oggi, vivendo ai Passi si sente «un cittadino di serie B» perché il Comune investe nel centro della città. Una considerazione , tra l'altro, comune anche ad altri cittadini che vivono in altri quartieri di periferia.
All'architetto Berti abbiamo chiesto se condivide questo "scollamento" fra centro e periferia che sottolineano i cittadini. «È chiaro che l'amministrazione cerca di investire là dove ci sono attività commerciali e dove c'è il turismo - afferma Berti - ma bisogna anche capire come e perché sono nati questi quartieri, I Passi come il Cep. Sono quartieri nati alla fine degli anni ’50 e inizi ’60. La città si doveva espandere e furono comprate aree in zone agricole che costavano meno. Tuttavia, allora , la normativa era rigida e imponeva dei servizi obligatori fra cui una scuola elementare, una parrocchia e un centro sociale. Fu così ai Passi come al Cep».
Gabriele Berti sottolinea che non furono creati dei quartieri dormitorio, ma «quartieri con una varietà di strati sociali. Non c’erano soltanto operai, ma anche funzionari dello Stato e militari. Ai Passi delle case furono costruite da cooperative di insegnanti».
E il ricordo di Berti si fa più particolareggiato: «A quel tempo, c’erano un grosso negozio d’alimentari, il macellaio, il pollivendolo, il vinaio, due fruttivendoli, la Casa del popolo, due bar di cui uno col “pallaio”per giocare a bocce e c’era sempre un sacco di gente. Certo, quello che ancora manca ai Passi è un supermercato dove andare a fare la spesa, non c’è più una scuola media e il cinema non c’è mai stato, ma ci sono anche altri aspetti positivi: le case sono basse e distanti, c’è tanto verde, la campagna è sempre vicina, i mezzi pubblici funzionano bene».
Però c’è quel passaggio a livello che la tiene lontana dalla città... «Sì, è vero - dice ancora Berti - un tempo era automatico e l’attesa era breve, mentre ora si è prolungata».
La strategia del Comune è quella del regolamento urbanistico del 2001: si cerca di saturare l’esistente. E il futuro sarà tracciato dal piano strutturale dell’Area pisana insieme ai comuni limitrofi.
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