Attenzione
C’è un teatro da salvare Il Canovaccio rischia di chiudere
Giuseppe Raimo, il fondatore, lancia un appello a tutte le istituzioni: «Per avere un po’ d’ossigeno basterebbero novantanove abbonati. Ancora pochi mesi e poi, colpa della crisi, calerà il sipario»
di Candida Virgone
PISA
Si può lasciar morire così una realtà culturale che ha svolto un ruolo fondamentale nel tessuto aggregativo cittadino, abbandonarla in questo modo, senza far niente? L’appello che attraverso “Il Tirreno” viene lanciato oggi è per salvare Il Canovaccio, tempio del teatro amatoriale a Pisa, un’attività che ha compiuto ventitré anni e che rischia di scomparire entro pochi mesi, vittima, come tante cose, della crisi. Troppe spese e meno spettatori - perché la cultura, si sa, non è bene primario - rischiano di far affondare questa barca.
Giuseppe Raimo, il fondatore del gruppo, che raccoglie oggi quaranta soci, ha bisogno di aiuto. «L’appello è alle istituzioni - spiega - non in quanto tali, ma soprattutto alle persone che le rappresentano. Abbiano bisogno di una mano. Mi rivolgo a Filippeschi, Pieroni, Rossi, all’assessore Panichi, alle Fondazioni, all’Unione Industriali». Il gruppo sopravviveva già da qualche anno, ma adesso ha grosse difficoltà: le sole spese annuali, affitto e bollette, ammontano a 72mila euro; gli spettacoli, una quarantina l’anno, del gruppo e non, danno introiti limitati rispetto ai bisogni; il resto lo fanni i soci, si autotassano, organizzano corsi di formazione attoriale, ma ovviamente il costo è modesto (si parla di 50 euro al mese per gli studenti e di 65 per gli altri). Hanno provato perfino ad abbassare il costo del biglietto di ingresso.
«Siamo passati - spiega Raimo - dai 12 euro dell’intero a 8 e dagli 8 del ridotto a 5. Di più non possiamo fare». I finanziamenti pubblici su certe realtà culturali, si sa, non ci sono mai stati, gli enti locali non hanno mai potuto far molto e gli aiuti sono sempre stati limitati. «Un appello - aggiunge il fondatore e regista del gruppo - lo rivolgo a chi volesse abbonarsi: chiediamo a 99 persone, quante sono le nostre poltroncine, di mettere 200 euro a testa l’anno, con la possibilità, se non volessero venire agli spettacoli, di vendere quei biglietti. Non sarebbe molto e ci darebbe una boccata di ossigeno.
Il Canovaccio potrebbe anche spostarsi, ma dove? Nato nell’89 prima nella chiesa di San Marco e poi in una vecchia officina in via Cattaneo, 600 metri quadri che oggi sono la casa del gruppo, trasformato negli anni in teatro con amore e spirito di sacrificio, dove potrebbe andare? Il Rossi, qualora fosse disponibile, ha problemi di agibilità, il Redini è privato e pare ci voglia un capitale per restaurarlo, gli spazi a disposizione, come denuncia un contenzioso in atto fra varie associazioni e il Comune da anni, latitano. I soci non ne vogliono sapere di gettare la spugna, hanno annunciato resistenza a oltranza.
«Lasciarlo sarebbe come lasciare casa - conclude Raimo - e noi, con grosse difficoltà possiamo andare avanti fino a maggio». Ma è possibile che non ci sia nessuno in questa città disposto a salvare questo teatro dall’estinzione?
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