Attenzione
Famiglia rom sfrattata: sputi agli agenti
Escluso dai programmi di integrazione il gruppo accusato di violenza ad una sposa bambina
PISA
Sfrattata la famiglia al centro dell’inchiesta sul caso della sposa bambina. Rigettato il ricorso che avevano presentato al Tar, ieri mattina hanno dovuto lasciare la villetta che il Comune aveva loro assegnato nell’ambito del progetto Città Sottili. Fra sputi, insulti e spintoni a vigili urbani, polizia, carabinieri, e agli addetti della Società della salute intervenuti per lo sfratto, nonostante ci sia stato un clima di forte tensione, alla fine la villetta è stata sgomberata e la serratura della porta blindata sostituita. Non sarà più possibile farvi ritorno. Ovviamente, come spiegano alla Società della salute, un po’ tutti i nomadi ospiti del villaggio hanno dei precedenti, ma il requisito indispensabile per rimanere nel campo è quello di non aver commesso reati dopo l’inserimento nei programmi di integrazione. Così non è stato per questa famiglia, al centro di mille questioni. Nel 2006 della faida che avvenne fra Gello di Lavaiano e viale D’Annunzio e che vide una vera guerriglia a più riprese svilupparsi fra macedoni e kosovari, con procedimenti ancora in atto a carico di 30 persone. In carcere finirono 22 macedoni e 8 kosovari e mentre i primi sono stati assolti in primo grado, per i secondi è ancora pendente il giudizio. Poi c’è stato il caso legato ad una grossa proprietà acquistata, sempre dai membri di questa famiglia, a Gello di Lavaiano, tuttora oggetto di un procedimento: è il podere Cincinnati che contiene una villa pagata in contanti circa mezzo milione di euro, sulla cui provenienza si indaga; addirittura, una parte di questo stabile sarebbe stata data in assegnazione dall’Asl. Infine la storia della sposa bambina, che risale all’ottobre del 2010. Secondo i riti rom, il figlio quindicenne della famiglia Hamiti andò in sposo ad una tredicenne kosovara che alla polizia ha raccontato di esser stata portata in Italia con l’inganno, nonostante la sua famiglia risultasse d’accordo. Le avevano detto che avrebbe fatto una vita da principessa, ma un volta a Coltano - ha raccontato - sarebbe stata trattata come una schiava, al punto da chiamare la famiglia dicendo di non essere libera. «Mi dicevamo sei un cane e mi facevano lavorare venti ore al giorno» ha detto. Quando fu liberata e ricoverata in una località protetta, la famiglia finì in carcere mentre in casa loro fu trovato un tesoro in gioielli oro nascosto nel frigo. In carcere, con lo sposo minorenne, che oggi ha 17 anni, finirono la madre e il padre, gli zii e i nonni, i proprietari del podere Cincinnati, sei persone in tutto, che compariranno in assise il 20 febbraio prossimo. Ieri mattina, fallito anche l’ultimo ricorso al Tar, Ibadet Dibrani, madre dello sposo bambino, con lui e i suoi fratelli, l’ultimo dei quali non ha neanche un anno, hanno dovuto lasciar la villetta. Hanno rifiutato l’assistenza temporanea in una struttura della Croce Rossa, mentre la nonna, la famosa Nebehat Hamiti, proprietaria del podere Cincinnati, ha detto ai vigili: «Non posso ospitarli, dove li metto»? «Nella sua villa»: le hanno risposto.
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