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Pisa

Poveri per il fisco A tradirli sono state le case da nababbi

Poveri per il fisco A tradirli sono state le case da nababbi

Il commercialista e i due imprenditori arrestati riciclavano milioni provenienti da un bancarottiere

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di Candida Virgone

PISA. Al fisco dichiaravano redditi normali o addirittura da soglia di povertà, ma poi sui loro conti correnti, hanno scoperto gli inquirenti, giravano milioni e milioni di euro e loro stessi acquistavano case e proprietà faraoniche.

Prima di finire a loro, i soldi, provenienti da una bancarotta, facevano giri incredibili su società estere, in Svizzera e in Inghilterra. Una parte veniva trattenuta dai correntisti compiacenti come compenso di questo circolo vizioso e alla fine il danaro veniva restituito al mittente, come si dice in gergo, «lavato», «pulito». I riciclatori compiacenti però, tre in tutto, sono finiti nel mirino degli investigatori pisani e sono stati arrestati alla fine della scorsa settimana.

Due sono in carcere, al Don Bosco, un terzo è stato messo agli arresti domiciliari. Si tratta di un noto commercialista, originario della provincia ma con studio a Pisa, e di due imprenditori del settore finanziario, uno della provincia di Lucca, l’altro, socio del primo, di fuori regione. L’accusa per tutti e tre - i nomi non sono stati diffusi dalla Finanza - è di concorso in riciclaggio di danaro proveniente da una bancarotta fraudolenta.

L’inchiesta, diretta dal sostituto procuratore Giancarlo Dominijanni, è stata portata a termine dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza dopo due anni di indagini.

I fatti risalgono al giugno del 2009, l’indagine è durata anni. Secondo l’accusa, in particolare, i tre indagati avrebbero anche cercato di ostacolare l’identificazione della provenienza illecita dei capitali, investiti per l’acquisto di beni mobili ed immobili e per finanziare la società di cui uno degli indagati risulta essere amministratore.

Venerdì scorso il gip del tribunale di Pisa, Donato D’Auria, ha emesso le tre misure cautelari più il sequestro di beni per una cifra che in totale supera i dieci milioni di euro e che riguarda patrimonio immobiliare e partecipazioni azionarie di due società legate agli imprenditori, una con sede a Londra, l’altra in Svizzera. Sono state sottoposte a sequestro tre macchine, quote societarie di sei società, 330mila euro, 64 terreni e 26 fabbricati che si trovano fra le province di Pisa, Lucca e Siena.

E ancora, nel corso di una lunga serie di perquisizioni, 250 grammi di oro, una grande documentazione e una pistola a forma di portachiave, un’arma clandestina che appartiene ad un quarto indagato per il quale non è scattato l’arresto.

Il sequestro ha riguardato in particolare i beni dell’imprenditore, ora socio di maggioranza ora amministratore delle sei società sotto inchiesta; su queste l’uomo, avendo mantenuto una delega, ha continuato ad operare anche una volta dismesse le cariche sociali. Uno dei tre arrestati in particolare denunciava un reddito di novantamila euro l’anno, mentre aveva acquistato case per due milioni e movimentato il suo conto per circa cinque.

Il suo prestanome ha battuto tutti i record: denunciava undicimila euro l’anno sulla dichiarazione dei redditi, ma aveva un patrimonio immobiliare di due milioni di euro e su vari conti la bellezza di altri cinque milioni, anche lui come l’altro.

I soldi venivano distratti dalla bancarotta non per fini sociali e spostati sulle società estere, da cui partivano bonifici sui conti del commercialista pisano e dell’imprenditore; tramite assegni e contanti, trattenuto il compenso, tornavano puliti al bancarottiere.

«In questa indagine - hanno spiegato i finanzieri - è stato attuato il sequestro ex articolo 12 sexties, in quanto per l’indagato è stata dimostrata la sproporzione fra i beni di cui risulta titolare o la disponibilità per interposta persona, ad esempio il coniuge, e il reddito dichiarato o l’attività economica svolta. Con questo tipo di sequestro è irrilevante il requisito della pertinenzialità del bene rispetto al reato commesso: infatti il giudice non deve ricercare alcun nesso di derivazione tra i beni da sottoporre a sequestro e il reato per cui si procede».

«Le indagini - hanno concluso i finanzieri - si sono basate sull’esame di una enorme quantità di documentazione bancaria incrociata con moltissimi atti di natura contabile. Il giro di affari ricostruito ammonta, complessivamente, ad una cifra superiore ai dieci milioni di euro».

In tempi di lotta all’evasione si tratta di un risultato di tutto rispetto.

L’inchiesta potrebbe portare ad altri clamorosi sviluppi e a nuovi arresti eccellenti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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