Sicurezza
Raffica di vertenze per stipendi e tfr non pagati dalle ditte
PISA Sono senza stipendio da mesi, sono stati licenziati senza preavviso, hanno alle spalle notti insonni, vissute nell'incubo di non poter mai veder accreditato sul loro conto corrente nemmeno il...
PISA
Sono senza stipendio da mesi, sono stati licenziati senza preavviso, hanno alle spalle notti insonni, vissute nell'incubo di non poter mai veder accreditato sul loro conto corrente nemmeno il trattamento di fine rapporto (tfr). È l'identikit degli utenti-tipo degli uffici vertenze dei sindacati pisani. Ed è un identikit mutato nel corso degli ultimi anni, nel senso che un tempo, prima che scoppiasse la crisi economica, si facevano vertenze ai datori di lavoro per la tutela dei diritti quali il rispetto delle mansioni indicate nel contratto e il pagamento dello straordinario. Adesso invece sono sempre di più i lavoratori costretti a salire le scale delle sedi sindacali per denunciare che l’azienda ha chiuso e che loro non sono stati pagati. Solo all’ufficio vertenze della Cisl (una sede a Pisa in via Corridoni 36 ed una a Ponsacco in viale della Rimembranza) sono state avviate nel 2011 167 vertenze, di cui 138 individuali e 29 collettive.
Massimiliano Lijoi, responsabile dell’ufficio, racconta: «Un tempo chi si rivolgeva ai nostri sportelli si presentava con in mano una busta paga e ci chiedeva di leggerla insieme, perché i numeri di alcune voci non rispondevano alle attese; oppure lamentava un salario troppo basso rispetto ai compiti affidati: studiavamo insieme le mansioni previste dal contratto nazionale di categoria e invitavamo il datore di lavoro al rispetto delle norme. Altri avviavano vertenze per mobbing; nei casi più gravi si ricorreva contro il licenziamento, irrogato senza giusta causa secondo quanto previsto dall'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Oggi è tutto diverso. Le aziende licenziano perché falliscono. E ai nostri operatori non resta che cercare di recuperare almeno gli ultimi tre mesi di stipendio e il trattamento di fine rapporto».
Ai lavoratori sfortunati va incontro l'Inps. L'ente previdenziale, infatti, è dotato di un fondo di garanzia. Ma interviene solo dopo essersi accertato che l'azienda non è più solvibile. «Due le strade da percorrere. La prima è un po' più lunga: il legale che ha in carico l'ex lavoratore si rivolge al giudice del lavoro e chiede che emani un decreto ingiuntivo perché paghi quanto dovuto al dipendente licenziato. Se l'azienda non risponde, si attiva l'ufficiale giudiziario che si reca in azienda per pignorare quel che c'è. Se per due volte l'ufficiale giudiziario non ha nulla da pignorare, si sblocca il fondo di garanzia. Altro strumento è l'avvio delle procedure fallimentari,una richiesta che devono presentare non il singolo lavoratore ma tutti i creditori".
I tempi per arrivare alla fine del labirinto? «Almeno un anno», risponde l'esperto.
«In tempi di crisi - riprende - sono quelli appena spiegati i motivi più ricorrenti per cui un lavoratore bussa alla nostra porta: per recuperare crediti. Solo in un caso su dieci ancora l'utente fa opposizione al licenziamento o a un provvedimento disciplinare».
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