Finanza
Uccise il padre, ventenne assolto
Per il gup era incapace di intendere e di volere, resterà dieci anni in un ospedale giudiziario
PISA. Assolto. Con questa clamorosa sentenza si è chiusa ieri mattina una vicenda che un anno fa lasciò Pisa con il cuore sospeso. Quella di un figlio giovanissimo che aveva ucciso a coltellate il padre, colpevole, forse, solo di averlo amato troppo. Ma per il gup, il giudice dell’udienza preliminare Donato D’Auria, stando alle risultanze dei periti chiamati a decidere, quel figlio, Simone Greco, oggi ventenne, al momento del fatto, quando privò della vita il padre Michele, non era assolutamente capace di intendere e di volere. Per il ragazzo, con una sentenza con motivazione contestuale, il giudice ha deciso il ricovero per un periodo di tempo non inferiore a dieci anni nell’ospedale giudiziario di Montelupo Fiorentino, dove di fatto Simone ha già trascorso un anno. Fra nove anni, quindi, i giudici si troveranno a riconsiderare la situazione di Simone, se potrà uscire o sarà ancora socialmente pericoloso. Il perito del giudice, il dottor Maurizio Pieri, dell’Asl 5, è giunto alle stesse considerazione del perito di parte, nominato dalla difesa di Simone, rappresentanata dall’avvocato Silvia Davini:Simone non capiva quel che faceva.
La pubblica accusa, il pm Aldo Mantovani, aveva chiesto il rinvio a giudizio per omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela, che comporta l’ergastolo e in parallelo, nel caso di riconoscimento di infermità mentale, appunto una reclusione non inferiore a dieci anni.
Quindici mesi fa, il 10 ottobre del 2010, in preda ad un raptus, Simone, che all’epoca aveva 19 anni, uccise il padre Michele, 54 anni, sottufficiale della 46ª Brigata aerea, con 150 coltellate, al termine di una gita in moto a San Gimignano. Una gita che doveva essere un momento di condivisione e chiarificazione, che doveva dare una sterzata ad una vita giovane eppure già bruciata con la droga, amicizie non condivise e interrogativi su un futuro che i suoi volevano diverso. Una gita che invece si è conclusa in un bagno di sangue, nell’esplosione di una rabbia covata a lungo e di una furia cieca.
Padre e figlio erano sulla moto Transalp del maresciallo, poco prima delle nove di una domenica sera. Erano quasi arrivati a casa, in via Santi Vecchi, ad Agnano, frazione di San Giuliano. Michele guidava, quando Simone, seduto dietro, avvinghiato a lui, ha estratto di tasca il suo coltello a scatto, un coltello che portava sempre con sé, di genere proibito, con una lama di circa 10 centimetri, e lo ha colpito dapprima al petto e al collo, poi anche dietro, alle spalle. Il maresciallo ha lasciato la presa, la moto è scivolata lentamente a terra, quasi da ferma. Il sottufficiale, per quanto ferito a morte, ha cercato di scappare, ha percorso quattro o cinque metri verso una casa vicina, come hanno raccontato vistose tracce di sangue, ma poi, forse colpito ancora, si è accasciato sull’asfalto.
A terra Simone sarebbe tornato a colpire ancora. Poi aveva gettato l’arma in un fosso e col cellulare aveva chiamato il 118, inventando una scusa che non ha mai retto: sono stati stranieri sbucati dal buio, per una partita di droga non pagata. Ma lui era salvo e i suoi vestiti pieni di sangue, troppo per un tentativo di soccorso. Le ore succesive hanno portato presto sulle tracce della verità.
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