Il Tirreno

Pisa

I 600 cittadini italiani arrivati da un'altra terra

Lucia Maffei
Snezfia Misirkova
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Snezfia Misirkova

Cosa significa appartenere a una nazione per le centinaia di immigrati che vivono in città

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 PISA. Cosa significa essere cittadini, e in particolare cittadini italiani? Forse nessuno può rispondere meglio di chi cittadino italiano lo è diventato per scelta. All'incontro intitolato "Il valore della cittadinanza ed il senso di appartenenza allo stato" erano invitati circa 600 "nuovi italiani", ovvero le persone ancora residenti nel comune di Pisa che dal 1990 a oggi hanno preso la cittadinanza italiana. La riflessione si è aperta e chiusa con le note dell'inno nazionale.  Massimiliano Vrenna, esperto di immigrazione della Società della Salute, ha fatto notare: «Oggi in Italia solo l'1,5% dei migranti consegue la cittadinanza, e in Toscana il dato è lo stesso». Il concetto di cittadinanza è stato spiegato dalla docente universitaria Virginia Masserini. Il vicesindaco Paolo Ghezzi si è poi rivolto direttamente ai circa 50 intervenuti alla stazione Leopolda. «Mi interessava chiamarvi qui perché oggi più che mai è necessario un forte senso di appartenenza. Mi piacerebbe raccogliere le vostre storie in un libro».  Farebbero parte a pieno titolo di questo ipotetico volume le testimonianze seguenti, raccolte tra le file di un pubblico variegatissimo per provenienza geografica.  Dalle Filippine. Quando chiediamo del suo arrivo in Italia, Burlat Jesusa scherza: «E' stata una vera e propria fuga d'amore». Lei faceva la cameriera in un albergo di Manila, lui, un pisano, era venuto nelle Filippine come turista. Il colpo di fulmine è stato immediato. «Ci siamo sposati nel 1993, e da allora viviamo felici a Pisa - racconta Burlat - L'Italia è un paese bellissimo, si mangia bene e c'è cultura». Non sembra rimpiangere la sua città d'origine, ma spiega che le manca la sua famiglia (sei sorelle e due fratelli) rimasta nel sud-est asiatico. Diventa argomento di conversazione anche il modo di celebrare il Natale. «Nelle Filippine - spiega Burlat - si usa andare a messa alle quattro del mattino e trascorrere tutta la giornata in chiesa. Non fa freddo, ci sono tante famiglie con bambini e la chiesa diventa un luogo aperto, luminoso e pieno di gioia».  Dalla Bulgaria. Il suo nome significa "Biancaneve". Snezha Misirkova, cittadina italiana dal 2007, ha lasciato la Bulgaria per venire a lavorare nel nostro paese. «Come molte donne over 50, sono arrivata in Italia con un impiego come assistente di famiglia», spiega. Poi ha conosciuto un pisano, che ha sposato nell'aprile del 2005. «Tre erano i desideri di mio marito», racconta, e li elenca con un sorriso: «Che diventassi cittadina italiana, che portassi il suo stesso cognome e che fossi felice». Dopo il matrimonio, Snezha ha continuato a lavorare in vari ristoranti della città come addetta alle pulizie, ma ora ha smesso.  Dall'Eritrea. Anche Abrehet Asfama, 61 anni, è arrivata in Italia per lavorare. Nel 1974 ha fatto i bagagli e si è trasferita lasciandosi alle spalle il Corno d'Africa. «Avevo un contratto di lavoro come domestica, un'occasione da non perdere», racconta. Dopo più di metà della vita in Italia, oggi Abrehet è in pensione e vive a Pisa con la sorella. «Ho girato quasi mezzo mondo - afferma - ma l'Italia è superiore a tutti per il clima mite e il carattere della gente. Mi sono sentita bene accolta e non ho mai avuto problemi».

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