Sicurezza
Lo sfogo di Silvia Cecchini, imprenditrice nell’impiantistica
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PISA. In economia si chiama “credit crunch” e ha una definizione molto tecnica. Ma nella vita reale la “stretta del credito” si può esemplificare con il raccontato di Silvia Cecchini: «Le pubbliche amministrazioni e i privati sono fermi; le aziende per pagare degli operai avrebbero sollievo ricorrendo alle banche, ma queste hanno costi a volte insostenibili». L’imprenditrice è socia di Cecchini Adorno, azienda di impianti tecnologici. Nelle sue parole c’è tutto: non è tanto la crisi a far paura, ma i problemi possono nascere dalla mancanza di liquidità. Cecchini, infatti, racconta che «non è accaduto nulla in particolare» alla sua impresa: «Ma il contesto è noto». L’edilizia è in difficoltà e, se non si vendono case, non ci sono ordini: quindi i privati sono fermi.
Le pubbliche amministrazioni non possono investire, perché il patto di stabilità lo impedisce anche a quelle sane. «Ma i fornitori vanno pagati e lo stesso vale per tutti i costi industriali». Bisognerebbe chiedere prestiti di liquidità alle banche: non mutui per investire (quelli ormai non sono proprio più previsti), ma solo il cash necessario alle spese correnti. E qui Cecchini è chiara: «Io non ho personalmente problemi con le banche, non posso dire che mi facciano un torto e capisco che anche loro si trovino in difficoltà. Ma alla fine il livello creditizio è basso». Cosa succede allora? «Noi siamo nel mezzo! E siccome la nostra è un’impresa a livello quasi familiare, la cosa che ci fa stare più in pensiero e ci fa sentire la maggiore responsabilità non è la nostra remunerazione, ma gli stipendi degli operai». Quando vedi tutti i giorni persone che sono cresciute con te, è molto più grande la partecipazione emotiva rispetto a ciò che si prova nelle grande aziende dove capi e lavoratori a volte nemmeno si incontrano. “Un’impresa rischia di fallire in ricchezza” è un modo di dire nell’ambiente e si adatta benissimo a casi come questo.
Lo spiega Andrea Zavanella, presidente provinciale Cna: «Anche quelle poche aziende che con grande capacità hanno saputo trovare lavoro, mercati e opportunità, arrancano per le condizioni inaccettabili proposte dalle banche». Un altro esempio, allora, per capire il credit crunch: un gruppo bancario recentemente ha scritto una lettera a tutti i soggetti con cui aveva stretto una convenzione. Non ne riportiamo il nome, perché la situazione è generalizzata. Ebbene, il testo recita: «Gli eventi straordinari che hanno interessato i mercati finanziari, hanno provocato un imprevedibile aumento della costo della provvista, tale da non consentire alla banca di proseguire nell’attività di erogazione del credito». La conclusione è scontata: non possiamo più applicare «le condizioni economiche pattuite mediante l’accordo stipulato».
E non solo arriva l’annuncio poco gradito: «Ci corre l’obbligo di comunicare che, in ragione di quanto sopra esposto, gli spread applicati ai prodotti di finanziamenti subiranno una variazione ». Ma le nuove condizioni, in vigore dal 15 dicembre, valgono solo per un mese. Dal 15 gennaio 2012, la banca si riserva la possibilità «di modificarle ulteriormente». È proprio la definizione di “credit crunch”: gli istituti alzano i propri tassi e chiudono l’accesso al credito per chi non può permettersi la spesa. Tutto ciò per evitare che essi stessi falliscano. Gli economisti parlano di stretta nel credito certa durante la crisi del 1929. E la ipotizzano per la nuova recessione iniziata nel 2007. Forse si chiamerà in un altro modo, ma aziende e operai, appunto, sono «nel mezzo». G.C. A RIPRODUZIONE RISERVATA
Le pubbliche amministrazioni non possono investire, perché il patto di stabilità lo impedisce anche a quelle sane. «Ma i fornitori vanno pagati e lo stesso vale per tutti i costi industriali». Bisognerebbe chiedere prestiti di liquidità alle banche: non mutui per investire (quelli ormai non sono proprio più previsti), ma solo il cash necessario alle spese correnti. E qui Cecchini è chiara: «Io non ho personalmente problemi con le banche, non posso dire che mi facciano un torto e capisco che anche loro si trovino in difficoltà. Ma alla fine il livello creditizio è basso». Cosa succede allora? «Noi siamo nel mezzo! E siccome la nostra è un’impresa a livello quasi familiare, la cosa che ci fa stare più in pensiero e ci fa sentire la maggiore responsabilità non è la nostra remunerazione, ma gli stipendi degli operai». Quando vedi tutti i giorni persone che sono cresciute con te, è molto più grande la partecipazione emotiva rispetto a ciò che si prova nelle grande aziende dove capi e lavoratori a volte nemmeno si incontrano. “Un’impresa rischia di fallire in ricchezza” è un modo di dire nell’ambiente e si adatta benissimo a casi come questo.
Lo spiega Andrea Zavanella, presidente provinciale Cna: «Anche quelle poche aziende che con grande capacità hanno saputo trovare lavoro, mercati e opportunità, arrancano per le condizioni inaccettabili proposte dalle banche». Un altro esempio, allora, per capire il credit crunch: un gruppo bancario recentemente ha scritto una lettera a tutti i soggetti con cui aveva stretto una convenzione. Non ne riportiamo il nome, perché la situazione è generalizzata. Ebbene, il testo recita: «Gli eventi straordinari che hanno interessato i mercati finanziari, hanno provocato un imprevedibile aumento della costo della provvista, tale da non consentire alla banca di proseguire nell’attività di erogazione del credito». La conclusione è scontata: non possiamo più applicare «le condizioni economiche pattuite mediante l’accordo stipulato».
E non solo arriva l’annuncio poco gradito: «Ci corre l’obbligo di comunicare che, in ragione di quanto sopra esposto, gli spread applicati ai prodotti di finanziamenti subiranno una variazione ». Ma le nuove condizioni, in vigore dal 15 dicembre, valgono solo per un mese. Dal 15 gennaio 2012, la banca si riserva la possibilità «di modificarle ulteriormente». È proprio la definizione di “credit crunch”: gli istituti alzano i propri tassi e chiudono l’accesso al credito per chi non può permettersi la spesa. Tutto ciò per evitare che essi stessi falliscano. Gli economisti parlano di stretta nel credito certa durante la crisi del 1929. E la ipotizzano per la nuova recessione iniziata nel 2007. Forse si chiamerà in un altro modo, ma aziende e operai, appunto, sono «nel mezzo». G.C. A RIPRODUZIONE RISERVATA
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