Il Tirreno

Pisa

E le voci sul classismo degli insegnanti si sfumano. I docenti: «Non è vero, va avanti chi merita»

Al "Dini" finisce sotto accusa il blitz

Gianluca Campanella
Al "Dini" finisce sotto accusa il blitz

Gli studenti contestano l'occupazione: «Decisa da pochi e imposta a tutti»

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 PISA. Sabato mattina, liceo scientifico Dini. Dall'aula magna si diffondono per i corridoi le note del Requiem di Mozart che il coro scolastico sta provando. Nelle classi c'è lezione o discussione sugli articoli di giornale: "Il Tirreno" è aperto su qualche banco. Sono passate 24 ore dall'occupazione dell'altro ieri, finita con l'intervento discreto della polizia e sembra tutto normale.  Ma sul nostro quotidiano si parla proprio del Dini e "quello" diventa l'argomento del giorno: cosa è successo veramente venerdì? Ed è valida l'accusa sui professori classisti lanciata da un rappresentante degli studenti? I ragazzi ne parlano coi docenti ed emerge una prima verità: la cinquantina di persone che ha effettuato il blitz ha agito in maniera «imperdonabile». Lo dice Jacopo, di terza, che spiega: «Queste azioni si fanno con il consenso dell'assemblea o del collettivo. Nessuno è stato interpellato e quei 35 ragazzi (per lui non erano di più ndr) si sono voluti staccare». Antonio rincara la dose: «Non c'era verso di contribuire, persino per chi condivideva l'idea». Entrando nel merito, l'antifona non cambia: «Non c'erano motivi sufficienti per giustificare l'occupazione», sentenzia Tommaso. Ad ogni modo, secondo Guido, «in concreto non si risolve nulla».  Tanti studenti precisano pure che sono state fatte circolare ad arte voci secondo cui in duecento erano entrati, «per dare parvenza di democrazia al blitz; ma gli accessi erano sbarrati e siamo rimasti tutti fuori». Al punto che, quando è arrivata una delegazione dell'Iti, è stato facile per i contrari all'occupazione impedire l'ingresso; Samuele specifica che «li avremmo bloccati comunque: per difendere la "nostra" scuola, per non aggiungere altra confusione».  Chiacchierando con i professori, invece, ci concentriamo su quella parola, "classismo", che aleggia. Compatti i docenti respingono l'accusa, ma in questo muro di convinzione ci sono tre nei: la richiesta d'anonimato da parte degli stessi; la parziale ammissione di una gola profonda («in qualche sezione alzano i voti, ma a tutti, non solo ai figli di papà»); il commento, venerdì, del preside Ceraolo (certo, può esserci qualche caso negativo, «come in ogni società, ma la stragrande maggioranza dei prof è eccellente»).  Vediamo gli argomenti degli insegnanti. Una docente di lettere del biennio ribalta addirittura la posizione: «Chi merita va avanti. Purtroppo chi non merita a volte è aiutato troppo; lo posso accettare solo se il ragazzo ha mostrato impegno». Mentre ci sono pressioni per promuovere tutti: «Ingerenze genitoriali sin dal momento della scelta della scuola, perché il Dini ha un certo nome». Chi non è portato non venga qui, è il ragionamento, e «le famiglie non demandino solo a noi l'educazione ai valori come merito e morale».  Sull'autocritica punta pure una sua collega del triennio: «I ragazzi si guardino dentro e siano obiettivi anche con se stessi, non solo ipercritici contro di noi». Non le piace «il vittimismo» e non vuole che «i già tartassati professori passino da capro espiatorio». Però concede: «Le debolezze umane sono tante e non siamo esenti».  Infine due docenti di matematica. Una vede «classismo tra i ragazzi stessi: si formano gruppi e c'è competizione». L'altra è un'ex allieva del Dini: «Non succedeva allora e non succede ora. Quando seguo i consigli di classe, mi chiedo cosa avrebbero fatto i miei professori, che erano di altissimo livello. E cerco di imitarli».

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