Sicurezza
Congresso dellAccademia di storia dellarte sanitaria
Cure con acqua di mare all'ospizio di Boccadarno
F.L.
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PISA. Quello che è stato l'ospizio marino di Boccadarno affondava le sue radici nell'uso dell'acqua di mare come terapia tra i secoli XVIII e XIX. Il suo caso è stato al centro del congresso nazionale di storia della medicina, che si è svolto a Roma nella sala alessandrina dell'Accademia di Storia dell'Arte Sanitaria, promosso dalla Società Italiana di Storia della Medicina, dalla Societas Internationalis Historiae Medicinae e dall'Accademia stessa. Storia da scoprire. Anche Marina di Pisa, dunque, ha trovato il suo spazio tra le relazioni presentate da numerosi storici del settore. Nella circostanza è stato presentato un poster sulla storia dell'ospizio marino a cura di Maurizio Vaglini, Gino Fornaciari, Barbara Pinna e Antonio Giuntini; inoltre Vaglini, già responsabile del Centro di documentazione dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana, ha esposto nella prima giornata la relazione dal titolo: "Ulteriori studi sulla nascita degli ospizi marini. La storia dell'Ospizio di Boccadarno a Marina di Pisa". Una bella e lunga storia, in larga parte da scoprire. E' stata poi la seconda guerra mondiale a provocare danni irreparabili all'edificio, ma la necessità di mantenere un ospedale sul mare ha portato il distrutto ospizio (nella cui area ora si trova il bagno Gorgona) ad essere ricostruito a Calambrone. L'acqua di mare. E' una storia, questa, che si lega all'utilizzo terapeutico dell'acqua di mare. Infatti, oltre al noto marinese Ceccherini, alcuni coloni della famiglia Manzi (poi Apolloni), Tangheroni e Paolicchi, che abitavano in località detta "I Poggi", fin dalla fine del '700 non solo erano soliti portare l'acqua di mare in barili agli istituti cittadini che ne necessitavano, utilizzando la via fluviale dell'Arno, ma accoglievano anche i malati nelle loro case. Fu il prof. Luigi Morelli, medico dell'ospedale di Pisa, dichiarare di essere stato il primo a consigliare l'uso dei bagni nell'acqua di mare in Toscana, perché lo aveva appreso da medici inglesi e scozzesi, che la prescrivevano fin dalla fine del secolo XVIII nei paesi di Weymouth e Brighton. Non a caso a Pisa, attraverso la tipografia Nistri, uscì nel 1817 la versione italiana di un trattato inglese sull'uso dei bagni nell'acqua di mare; e il Granduca di Toscana, qualche anno dopo, fece costruire una strada che collegava la città al Gombo. Da questa via i malati dell'ospedale affetti da scrofola, malattia tubercolare delle ghiandole linfatiche, venivano giornalmente condotti su bagattelli, carri di legno tirati da cavalli. Dal Gombo a Boccadarno. Molti medici toscani cominciarono a consigliare l'uso dei bagni di acqua di mare. Al Gombo però il re volle costruire la sua villa e fece spostare i malati sulla riva opposta verso Boccadarno, lasciando al Ceccherini la conduzione dei Bagni. Certamente era una spesa troppo onerosa - sia per l'ospedale che per il Comune - portare tutti i giorni, avanti e indietro, i malati al mare e, anche da un punto di vista clinico, poco redditizio. Fu così che quando un gruppo di filantropi pisani chiese di poter costruire un ospizio, sulla scia di quanto era già avvenuto in altre località italiane a partire da Viareggio, una delibera del Comune cominciò ad urbanizzare la zona, individuando preselle dove poter costruire anche delle abitazioni. L'ospizio così fu edificato nel 1876 e cominciò ad accogliere vari pazienti provenienti non solo dai paesi della provincia, ma anche da più lontano. L'opera di questi medici e soprattutto delle "patronesse", donne che lasciavano un obolo e si dedicavano all'assistenza dei malati, fece crescere a dismisura l'attività ospedaliera della benefica istituzione, che seguì nel tempo l'evoluzione delle cure mediche e chirurgiche, aprendo la strada alle più moderne discipline. Le guerre mondiali. La vicinanza del mare, se da una parte aveva funzione terapeutica, dall'altra sottoponeva gli amministratori a continue valutazioni sia sull'erosione della costa, sia sulle mareggiate. Fu una di queste che distrusse buona parte dell'istituto da poco sorto, ma venne immediatamente ricostruito grazie al re Umberto I. E' di lì che cominciarono studi su come arginare questi eventi naturali. Durante la prima guerra mondiale l'ospizio venne utilizzato anche come ospedale di riserva per i militari feriti, ma dopo riprese appieno le sue funzioni di ricovero e cura. La vita nell'ospizio era volta non solo alle cure mediche, ma anche al riposo, all'insegnamento per i bambini, alle passeggiate in pineta. La seconda guerra mondiale e la scoperta di nuove terapie ne decretarono la fine, tanto che, quando le truppe tedesche in ritirata portarono via tutte le suppellettili e fecero saltare in aria una buona parte dell'edificio, fu ritenuto più conveniente costruire una nuova struttura in un'altra località, anziché risanare quella vecchia. Tutta questa storia sarà raccontata da Vaglini e dai suoi colleghi in un volume, forse scritto anche in due lingue dato il coinvolgimento inglese, che uscirà nei primi mesi del prossimo anno.
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