Sicurezza
Nella roccia l'antenato del delfino
Candida Virgone
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Il prof. Bianucci mentre studia un cranio di cetaceo fossile in un museo 3 MINUTI DI LETTURA
PISA. Era l'antenato di un delfino lo strano «dinosauro» che sembrava catturato dalla roccia, anzi era l'anello di congiunzione fra delfini e balene. E a scoprire la sua storia è stato uno studioso pisano, Giovanni Bianucci, ricercatore del dipartimento di Scienze della terra del nostro ateneo, che, insieme ad un collega americano, Philip Gingerich, della University of Michigan, ha pubblicato in questi giorni un articolo sull'ultimo numero del Journal of vertebrate paleontology. Le lastre di marmo, per la loro bellezza e resistenza, sono spesso usate come rivestimento: nessuno immaginerebbe che possano nascondere al loro interno fossili di grandi dimensioni. È invece proprio questo il caso di un archeoceto, un bestione che poteva arrivare fino a tre metri e mezzo di lunghezza, lontano progenitore di delfini e balene, ritrovato dentro sei lastre di calcare nummulitico arrivate dall'Egitto ad un marmista della Versilia. Allo straordinario ritrovamento il Journal of Vertebrate Paleontology dedica anche la copertina. La singolare vicenda inizia nel 2002, quando un tagliatore di marmi della zona di Pietrasanta segnala all'università di Pisa il ritrovamento di quello che lui definisce un "dinosauro", visto il cranio e il pezzo di corpo che vede. È Bianucci il primo a vedere le lastre e a scoprire che il presunto dinosauro è invece un animale molto più interessante: uno degli anelli di congiunzione fra delfini e cetacei e i loro antichi antenati terrestri. Le lastre e il loro prezioso contenuto destano l'interesse di un collezionista estero, ma - grazie all'intervento della Provincia di Pisa, con l'allora presidente, Gino Nunes, che le acquista e le dà in custodia al museo di storia naturale e del territorio della nostra università, quello di Calci - l'archeoceto resta a disposizione del pubblico e della scienza. Nel 2003 le lastre furono esposte in una mostra temporanea e successivamente vennero sottoposte ad un accurato lavoro di preparazione e restauro paleontologico che, recuperando da ognuna tutte le sezioni del fossile e riunendole insieme, ha di fatto estratto l'archeoceto dalla roccia restituendo allo scheletro la sua tridimensionalità. Nel loro studio appena pubblicato, Bianucci e Gingerich battezzano il nuovo archeoceto «Aegyptocetus tarfa», per la sua provenienza dall'Egitto: è qui infatti che è stato cavato il blocco di calcare nummulitico al cui interno per milioni di anni ha dromito il fossile, che, dopo aver viaggiato in incognito fino a Pietrasanta, è stato tagliato in sei lastre rivelando la presenza del cranio e di gran parte della gabbia toracica. La parte posteriore del corpo era purtroppo contenuta in un altro blocco di marmo, finito chissà dove. «Aegyptocetus - spiega Bianucci - appartiene al gruppo dei protocetidi, forme di transizione che rappresentano un punto intermedio nell'evoluzione dei cetacei, dalle antiche forme terrestri a quelle perfettamente adattate alla vita acquatiche che conosciamo oggi. Gli archeoceti presentano diversi caratteri intermedi fra animali terrestri e marini, ma il più eclatante è sicuramente la presenza di quattro arti, funzionali non solo al nuoto, ma anche a spostarsi sulla terraferma. Questi animali, infatti, dividevano il loro tempo fra terra e mare: probabilmente si riposavano, si riproducevano e davano alla luce i piccoli in terra, mentre si nutrivano in mare, e, infatti, i loro denti dimostrano che mangiavano pesce». Il fatto che il blocco sia stato tagliato in sei lastre non solo ha reso possibile il ritrovamento del fossile, ma ha anche permesso di esaminare, come in una sorta di tac, alcuni dettagli interni al cranio altrimenti non osservabili. «Ma questo reperto straordinario - aggiunge Bianucci - riserva anche altre sorprese: i segni dell'attacco di uno squalo sono ben visibili sulle costole, ed è questa la probabile causa della morte di Aegyptocetus, mentre le tracce lasciate dai balani (crostacei detti denti di cane) ci hanno dato importanti informazioni sul seppellimento della carcassa. Il reperto attualmente è esposto nella sala del Museo di Calci dedicata all'origine dei cetacei. In questa sala, inaugurata nel 2010, l'archeoceto è presentato nella stessa posizione in cui la carcassa si adagiò sul fondale marino circa 40 milioni di anni fa.
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