Il Tirreno

Pisa

IL MONDO DELLA LIRICA

Giampaolo Testi
Maria Callas con il marito Giovanni Battista Meneghini
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Maria Callas con il marito Giovanni Battista Meneghini

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Ieri al nostro Verdi c'è stata l'Aida. E sull'Aida c'è da dire un paio di cosette che, secondo me, sono abbastanza importanti. La prima cosa è la prima di Aida al nostro Verdi che si chiamava ancora "Nuovo" e che fu anche la prima per la Toscana.  Nel mondo dei patiti ma anche in quello degli storici del pianeta lirica questo nostro spettacolo è più volte richiamato perché allo stesso assistette il non ancora diciottenne Giacomo Puccini.  Andiamo con ordine rubando a piene mani da quanto ebbe a scrivere Alfredo Gentili. Per il 1876 la Società del Teatro aveva programmato due stagioni d'opera, una a Carnevale e una per Quaresima; in quest'ultima si ripromise di dare l'Aida di Verdi che nel 1871 al Cairo e poi in Italia era stata salutata come il capolavoro del Genio Verdiano, purché la cittadinanza concorrese con un supplemento di dote a rendere attuabile uno spettacolo che richiedeva delle spese ingenti per la messa in scena e per la compagnia di canto.  La sottoscrizione fu coperta in pochi giorni e la sera dell'11 marzo 1876 l'Aida andò in scena con Franceschina Tabacchi, un'artista di fama che alla maestosa figura accoppiava una voce sublime, con la Destin che, imposta da Verdi, aveva cantato la parte di Anmeris nella esecuzione del Cairo, con il tenore Barbacini che a Carnevale aveva cantato al San Carlo di Napoli suscitando furori per la finezza del suo canto, e col baritono Leopoldo Borgioli di Prato che era dotato di un'estensione di voce da farlo sembrare un fenomeno. Anche per l'orchestra, Giuseppe Verdi e l'editore Ricordi avevano imposto un maestro di loro fiducia, interrompendo così la tradizione, conservata fino a quel giorno, di affidare la concertazione delle opere a maestri pisani. Venne a guidare l'orchestra, e a garantire la perfezione dello spettacolo, il maestro Ettore Contrucci.  Sostiene il Gentili che «se Pisa per quell'Aida andò in delirio non esagero, non avevo mai veduto Pisa, città abitualmente calma e difficile all'entusiasmo, in preda a così schietta commozione».  In quasi tutte le sue biografie si legge che Puccini assisté a questa rappresentazione dopo aver percorso a piedi 20 chilometri andata e 20 al ritorno - la distanza che separa le due città (e allora non c'era il bùo, il Foro di San Giuliano). E che, come scrive il Fraccaroli, il Puccini ebbe a raccontargli l'enorme impressione che quell'Aida suscitò in lui sì da fargli scattare la passione per fare il compositore.  Il fatto di esser venuto a Pisa pedibus calcantibus contribuisce senz'altro ad aumentare il fascino di un evento già di per sé eccezionale; tuttavia, come giustamente sostiene Luigi Nannetti nella sua tesi di laurea conseguita al nostro Ateneo con la nostra Gabriella Biagi Ravenni, «tornando ad una dimensione meno poetica, ma senz'altro più reale, appare davvero poco credibile che Giacomo avesse scelto di percorrere a piedi tutti quei chilometri necessari per andare e tornare da Pisa, soprattutto in considerazione del fatto che, data la straordinarietà di questo evento, le ferrovie avevano messo a disposizione dei cittadini lucchesi un treno speciale come risulta da un'inserzione apparsa su La Provincia di Lucca di quei giorni, dove è dato leggere "Giovedì sera un buon numero di lucchesi si recarono a Pisa in treno speciale per udire l'Aida e verso le due fecero ritorno". Quel periodico informa altresì che anche per le successive recite "partirà da Lucca un treno speciale che ripartirà da Pisa un'ora dopo lo spettacolo". Da quanto precede, conclude il Nannetti, rimangono pochi margini di attendibilità all'ipotesi che vede il Puccini scegliere di camminare fino a Pisa avendo a portata di mano un apposito e comodo mezzo di trasporto. E mi pare che abbia ragione perché se è vero che i pisani... " 'un ènno adatti a strapazzàssi", anche i nostri cugini lucchesi "un ènno miga biscari!".  E veniamo alla seconda cosa. La foto del manifesto affisso a Pisa, è di per se stessa più che eloquente. Certo a scrivere, stampare e "rendere manifesto": per ingiustificata malattia di Picchi e Callas ci vuol coraggio e bisogna anche essere sicuri sulla ingiustificatezza. E bisogna anche essere "incazzati neri" come mi scrisse Emilio Tolaini quando mi spedì la foto. Cosa era successo? Novembre 1948. La stampa cittadina annuncia i titoli della Stagione lirica che si svolgerà dal 3 al 21 di quel mese: Aida, Turandot e Andrea Chénier. Per Aida si fanno i nomi del tenore Mirto Picchi e del soprano Maria Callas. Picchi, fiorentino, ha debuttato proprio in Aida al Palazzo dello Sport di Milano. La Callas (Maria Cecìla Kalogeropoulus) invece ha cantato per la prima volta in Italia all'Arena di Verona, in Gioconda, un anno prima. Ma non era ancora "La Callas". E' di tutto riposo che se si stampa "per ingiustificata malattia", vuol dire che gli accordi per la prestazione c'erano stati ed erano arrivati ad un punto tale da poter affrontare un possibile giudizio in tribunale. (Non ho ritrovato i contratti in Teatro... alla maniera della Vedova scaltra: Signore, fammi finalmente trovare le palanche per ripristinare e informatizzare l'archivio storico del Teatro, di cui sono l'indegno curatore, e poi chiamami pure agli eterni riposi).  E badi che per quanto riguarda la parte del tenore (Radames) il pisano Mario Filippeschi è, fu ed è stato di gran lunga superiore al fiorentino, tant'è che di lì a poco tempo il Picchi toglierà il ruolo dal suo repertorio per dedicarsi ad altra "tipologia" di impegni vocali. Per dovere di cronaca dirò anche che - secondo il mio giudizio di veteromelomane di branco, dato che c'ero - fu brava anche la Pedrini e ci fu la strepitosa sorpresa del trentenne basso Boris Cristoff che solo un anno prima aveva iniziato la sua fulgida carriera. Insomma perché Picchi e Callas snobbarono le recite pisane?  Alla fine di quel novembre 1948 "ambedue entrambi" debuttarono (nel senso che interpretarono per la prima volta quel ruolo) in Norma (Pollione e Norma!) al Comunale di Firenze. "Intelligenti pauca" (Agli intelligenti basta poco per capire). Firenze, come al solito, come da sempre, campa di latrocini e di scippi. E' meglio che mi fermi qui, potrei cadere e scadere nel più livornese turpiloquio.  

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