Il dolore
IL RACCONTO VINCITORE
Quel volo "rubato" a soli 15 anni
Mirella Vernizzi
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Anno 1942, avevo 15 anni e frequentavo l'ultimo anno delle scuole superiori, via Mario Lalli, davanti alla attuale questura. Ero in una classe di 25 ragazzi, maschi e femmine. Come tutti i ragazzi di questo mondo ogni tanto si marinava la scuola, noi lo facevamo di sabato perché era il giorno noiosissimo della educazione fascista. Così uno dei prossimi tanti sabati uno dei primi giorni caldissimi di giugno, prima della chiusura della scuola, decidemmo un'altra marinatura. Ovviamente tutti insieme. Marinata la scuola andavamo in via Mazzini e con tutti i soldini guadagnati a far la spesa alla mamma e a far le faccende di casa, prendevamo le biciclette e poi via in lungarno della Spina, via conte Fazio, piena di case e persone (non era ancora avvenuto il bombardamento del 31 agosto); poi si imboccava il viale D'Annunzio fino a Bocca d'Arno finalmente al mare. Vicino alla fabbrica della Cmasa, quella che poì divenne Fiat. Quel sabato mentre scherzavamo e guardavamo un idrovolante nell'acqua pronto a partire, uscì dalla fabbrica il pilota il quale vedendo tanti giovani chiese chi voleva fare un giro con lui per un volo di rodaggio su Pisa e Livorno. Ci guardammo esterrefatti. Volare? Nessuno fiatò, ma ad un certo punto sentii dentro di me una voce che diceva: Mirella tu non hai soldi, in aeroplano non andrai mai. Alzai la mano e senza esitare dissi io. Il pilota mi guardò titubante e pensieroso, allora lo affrontai dicendo che forse non mi voleva portare perché ero una ragazza e non un maschio. No Disse il pilota, ma sono rimasto male che nessuno di loro abbia accettato. Io dissi: potrò avere anche delle botte ma ho volato. Montai sull'aereo con l'incoscienza del pilota e la mia perché quello era un aereo in rodaggio e feci il giro. Scesa dall'aereo mi fu domandato se mi ero sentita male.... Ma che male Mi senbrava di essere la padrona del mondo, vedevo la città piccine piccine ed ero piena della luce vista così da vicino come una cosa che non mi ero immaginata mai. Tornata a casa non dissi niente a nessuno, ma non potevo tenere un segreto così dentro. Io dormivo in camera con mio fratello più piccolo di me di due anni. Verso la mezzanotte lui dormiva io no. Così lo chiamai: Silvano, Silvano, oggi abiamo marinato la scuola. Non è la prima volta, lasciami dormire, rispose. Ma io insisto: siamo andati tutti a Marina, non è la prima volta, rispose lui, e lasciami dormire. Poi però non potendo più stare zitta lo richiamo. Silvano, ho volato su un idrovolante. Allora lui completamente sveglio mi guarda e dice; ma sei proprio scema Questo segreto rimase però per lunghi anni tra me e mio fratello e cioè fino al giorno che inaugurarono l'aereporto di Genova. Ero lì coi miei genitori, io ero sposata e avevo il figlio piccolissimo, e coi miei familiari eravamo a Genova per un compleanno di uno zio. Decidemmo di andare a vedere il nuovo aeroporto e con poche lire per l'assicurazione potevamo fare un volo senza pagare. Mia madre non andò; aveva paura, io rimasi a farle compagnia, ma appena i miei si furono allontanati, confessai a mia madre che non ero andata, non per far compagnia a lei nè perché avevo paura, ma perché il battesimo dell'aria lo avevo avuto a quindici anni.
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