Sicurezza
Venti pisani all'anno si ammalano di Tbc
Candida Virgone
Francesco Menichetti fa il punto dopo il caso al "Gemelli": 300 ricoveri dal 1999 ad ora
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PISA. Ha ispirato opere, poemi, romanzi immortali che senza di lei non ci sarebbero mai stati: consumate dal mal sottile morirono Margherita Gauthier e Violetta. Eppoi la verghiana Bianca Trao di Mastro don Gesualdo. Inchiodato dalla tisi lontano dal mondo Alberto Pincherle, al secolo Moravia, adolescente, scriveva «Gli indifferenti». Ma tutto questo non attenua la pericolosità di questa malattia, la tubercolosi, che contrariamente a quanto si è pensato per anni, continua a mietere le sue vittime. L'episodio del «Gemelli» di Roma, con il contagio di 120 bambini e la positività di altri 1400 allla Tbc, ha rimesso il dito su una piaga mai guarita, forse sottovalutata. E Pisa non è da meno nella recrudescenza della tisi. Solo negli ultimi dodici anni sono circa trecento i casi trattati nella clinica di malattie infettive dell'ospedale di Cisanello, con pazienti per lo più italiani, ma con una buona fetta di stranieri, il 50% dei quali africani. Della nuova diffusione della malattia e della necessità di tenere ancora alta la guardia, parliamo con il dottor Francesco Menichetti, direttore dell'unità operativa di malattie infettive dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana. «Il contagio - spiega - avveniva per motivi nutrizionali e igienici, insomma ci si ammalava perché si mangiava meno e si viveva in comunità più affollate e con scarsa pulizia. Negli anni '70 ci fu l'illusione che il bacillo di Koch fosse definitivamente sotto controllo, la tisiologia divenne una specialità complementare e i sanatori furono riconvertiti, ma negli anni '80 e all'inizio dei '90 la grossa epidemia esplose insieme all'Hiv. Di fatto ancora oggi registra pochi casi nell'America settentrionale e in Canada e nell'Europa occidentale, ma ne sono piene l'Europa Orientale, l'Asia, l'Africa, l'America del Sud». Dal 1999 ad oggi sono stati 300 i pazienti ricoverati nella clinica di malattie infettive di Cisanello, il 55% italiani, età media 60 anni, il restante 45% migranti, età media 36 anni, dei quali, risentendo dei flussi migratori, uno su due africano dell'area subsahariana piuttosto che del Nord, e il resto asiatico, dell'Europa dell'Est e del Sud America. Una ventina di casi all'anno di media. Un vero picco di migranti dall'Est positivi c'è stato nel 2006, con l'entrata dei rumeni nella comunità europea. Nello specifico i ricoverati sono stati 30 nel '99, 17 nel 2000, 23 nel 2001, 29 nel 2002, 36 nel 2003, 21 nel 2004, 16 nel 2005, 17 nel 2006, 27 nel 2007, 24 nel 2008, 23 nel 2009 e 24 nel 2010. Quest'anno finora ci sono stati 11 ricoveri. In tutto insomma in 12 anni i pazienti trattati a Cisanello sono stati 295. «I malati italiani - aggiunge Menichetti - per lo più sono recidive, cioè persone che in gioventù hanno avuto la tbc e non sono state curate bene o per altre cause hanno sviluppato immunodepressione. Il 43% dei migranti, che viene da zone in cui la tisi c'è sempre stata, è positivo alla malattia ma la sviluppa nei primi due anni di permanenza in Italia per le difficili condizioni di vita: in 8 in una stanza, malnutriti, stressati dalla necessità di trovare un lavoro e racimolare soldi. Completamente errata dunque l'opinione che li vede come gli untori, tutt'altro, la tisi la prendono qui. La maggior parte dei malati, dunque, sono italiani e sessantenni. L'impatto economico? Un costo elevato per la comunità. Si pensi che, negli 11 anni e mezzo considerati, sulle 75.000 giornate di ricovero di questa unità operativa, 7.800 sono riferibili ai quasi 300 pazienti trattati, dunque il 10% del totale. Ma questo tipo di malato costituisce solo il 5% del totale: questo significa quindi che resta in clinica il doppio degli altri con altre patologie. Per questo è necessario un piano regionale di gestione su diagnosi e cura».
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