Gioco
Preso per vero il torneo inventato da Garzella e Macelloni
È un caso in Argentina il mundial del film pisano
Gianluca Campanella
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Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni 2 MINUTI DI LETTURA
PISA. "Il mundial dimenticato", film presentato al Festival del cinema di Venezia, sbarca in Sud America. Non la copia da proiettare nelle sale, ma il caso: qualcuno ha preso per vera la storia e sul web si scatenano i dibattiti. Il lungometraggio è firmato dai registi Lorenzo Garzella (pisano) e Filippo Macelloni (fiorentino): racconta la coppa del mondo di calcio, giocata nel 1942 in Patagonia e mai riconosciuta dalla Fifa, che ufficialmente parla di «edizione non disputata a causa della seconda guerra mondiale». Ma il film è girato secondo il linguaggio del documentario: «Così rigoroso», spiega Garzella, «che molti ci sono cascati». Di sicuro su La Nacion, uno dei più importanti quotidiani argentini, un articolo uscito mercoledì a firma di Ezequiel Fernandez Moores riporta le parole di «numerose agenzie stampa sul documentario proiettato al Festival del Cinema di Venezia: "Un mundial que la Fifa se niega a reconocer"», un mondiale che la Federazione del pallone si rifiuta di riconoscere. I blog impazziscono e persino dal Perù qualcuno chiede: «I nostri c'erano?». Garzella dà una possibile spiegazione: «In Laguna Bruno Bardi, pisano di 88 anni che nel film interpreta il superstite Antonio Battilocchi, ha giocato molto». L'attore alla presentazione del film era calatissimo nel suo ruolo: «Ah, in Patagonia ho lasciato la mia giovinezza!». Aggiungendo: «Non sarete così bischeri da credere a tutte le sciocchezze che dico?». Ecco, forse problemi a tradurre "bischeri". Ma il regista prosegue: «Non volevamo prendere in giro lo spettatore, quanto lasciargli una parte attiva nel gioco». La prima metà del documentario è verosimile: si parla di costruzione di una diga e fatti realmente avvenuti; poi «disseminiamo tanti di quegli indizi, tra cui l'arbitro che spara durante una partita, che secondo noi avrebbero staccato il pubblico dalla convinzione, facendolo partecipare alla favola». Pure i funzionari Rai Trade e Rai Cinema che finanziano l'opera hanno chiesto: «Ma se i filmati sono d'epoca e avevate tutto pronto, a cosa servono tanti soldi?». Gioie e dolori del cinema indipendente, secondo Garzella: «Il nostro è il primo esperimento in Italia di mockumentary», documentario "mock", che in inglese significa finto. Un filone che ha esempi famosi all'estero, come Zelig di Woody Allen. La bellezza delle «produzioni indipendenti è che sei libero di fare cose fuori dalle logiche commerciali». Il rovescio della medaglia è «la fatica per trovare i fondi: vige l'idea che la gente ha voglia di vedere sempre le stesse cose». Nei sei anni di lavorazione del film, Garzella ha avuto più volte «i mostri economici di notte: quando sei a un millimetro dal veder saltare tutto, ti chiedi se hai fatto la scelta giusta». Oggi, per fortuna, è il giorno dei sorrisi.
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