Finanza
Il rancore esplode nel garage
Candida Virgone
Una tragedia che ha sconvolto Pisa, dove questa famiglia è notissima. L'omicidio-suicidio è avvenuto martedì sera, fra le 8 e le 11 e 20, nel garage sotterraneo del complesso San Domenico, in via Pascoli, a due passi da Corso Italia
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PISA. Resta solo una lunga serie di lettere, alcune delle quali datate addirittura agosto, in cui un figlio spiega ad una madre perché. Perché ha ucciso il padre che lo aveva generato e perché si è ucciso privandola per sempre del suo amore. Un rancore per alcuni versi inspiegabile, forse sopito da anni, nascosto, ignoto ai più, sordo, lento, inesorabile, ed esploso martedì sera nello scenario più improbabile per una tragedia così grande, un garage sotterraneo. Aveva ancora in mano la pistola Bernardo Bandettini, 44 anni, una Colt calibro 45, semiautomatica, con cui ha tolto la vita al padre, Maurizio, 74 anni, quel padre amato seppure, sembra, in un'altalena di sentimenti contrastanti, al centro di un rapporto non facile.
Una tragedia che ha sconvolto Pisa, dove questa famiglia è notissima. L'omicidio-suicidio è avvenuto martedì sera, fra le 8 e le 11 e 20, nel garage sotterraneo del complesso San Domenico, in via Pascoli, a due passi da Corso Italia. Bernardo, ricercatore in odontoiatria, aveva molto ridotto la libera professione, e il padre Maurizio, professore universitario in pensione, stava per chiudere definitivamente il suo studio privato. La separazione dalla madre di Bernardo, Carla Pratelli, vissuta con non poca sofferenza, risaliva a quando il figlio era bambino.
Dopo la fine di una lunga relazione con una dipendente, alla fine degli Anni Ottanta Maurizio aveva sposato, a Livorno, Guia Calenda (vittima pochi mesi fa di un male incurabile, a 62 anni). Ma anche questa storia era naufragata da tempo e da due anni il docente viveva a Pisa con una quarantenne rumena. All'attenzione degli inquirenti le voci su un rapporto non facile fra padre e figlio proprio a causa dei tanti legami e del primitivo abbandono, subito ma mai accettato e raccontato nelle lettere.
Ma contro le indiscrezioni di contrasti e polemiche familiari cozza il dato concreto di un padre e di un figlio che da anni vivevano quasi in simbiosi, che la mattina facevano colazione insieme, che avevano in comune tanto, professione, ricerca universitaria, interessi. Un padre - raccontano i parenti - che aveva intestato al figlio quasi tutti i suoi beni e a cui rivolgeva ogni suo pensiero. Eppure quel figlio, alle prese fin da giovanissimo con una grave malattia che lo stava riducendo l'ombra di sé stesso e per questo in preda ad un forte abbattimento morale, secondo molti non avrebbe mai accettato il primitivo allontanamento di Maurizio.
Stando a quel che ha scritto, mentre il padre era in Romania con la compagna, per giorni, Bernardo si sarebbe macerato in un tormento che pure era sfuggito, cosa non nuova, a chi gli stava vicino. Martedì sera, prima di uscire di casa per l'ultima volta, aveva lasciato sul suo letto, in una busta chiusa, cinque fogli di diversa grandezza scritti a mano, cinque lettere destinate alla mamma, datate da fine agosto a poche ore prima del fatto. «Scusa mamma - dice ad un certo punto - ma non ce la faccio più».
Prima di uscire aveva chiamato il padre al cellulare e gli aveva chiesto un appuntamento. «Devo parlarti assolutamente»: gli aveva detto. Maurizio era stato per venti giorni in Romania, dove aveva degli interessi, con la compagna. «Bernardo, sono appena arrivato, ho posato ora le valigie a terra - aveva risposto -. Dai, ci vediamo domani». «Domani, papà, non posso, devo partire»: aveva detto il ricercatore. «Dove vai?»: era stata la domanda. «Te lo dico quando ci vediamo»: la risposta.
Così Maurizio era uscito di casa, un appartamento in un palazzo di famiglia, in Corso Italia, verso le 8 di sera, e poche ore dopo, alle 11 e 20, la compagna, non vedendolo tornare ed intuendo che poteva essergli accaduto qualcosa, è andata a cercarlo. Ha trovato padre e figlio in garage. L'Audi 8 nuova di Maurizio era parcheggiata al suo posto, con lo sportello del guidatore contro il muro. Alla guida c'era lui e, sul sedile posteriore a quello dell'autista, Bernardo, con la pistola ancora in mano. Intorno il silenzio della notte, vetri rotti e il loro sangue.
Tre, forse quattro, i colpi esplosi dalla Colt. Due di certo contro il padre, uno alla nuca, l'altro alla spalla. Il terzo Bernardo lo ha rivolto contro sé stesso, sparandosi alla tempia destra. Il buco nero che ha inghiottito padre e figlio, nell'ennesimo dramma familiare di cui le cronache sono piene, è nel loro rapporto ma anche in quelle misteriose tre ore e mezza. Cosa sia accaduto in quel lasso di tempo resta un mistero che i due attori di questa tragedia si sono portati nella tomba.
Una tragedia che ha sconvolto Pisa, dove questa famiglia è notissima. L'omicidio-suicidio è avvenuto martedì sera, fra le 8 e le 11 e 20, nel garage sotterraneo del complesso San Domenico, in via Pascoli, a due passi da Corso Italia. Bernardo, ricercatore in odontoiatria, aveva molto ridotto la libera professione, e il padre Maurizio, professore universitario in pensione, stava per chiudere definitivamente il suo studio privato. La separazione dalla madre di Bernardo, Carla Pratelli, vissuta con non poca sofferenza, risaliva a quando il figlio era bambino.
Dopo la fine di una lunga relazione con una dipendente, alla fine degli Anni Ottanta Maurizio aveva sposato, a Livorno, Guia Calenda (vittima pochi mesi fa di un male incurabile, a 62 anni). Ma anche questa storia era naufragata da tempo e da due anni il docente viveva a Pisa con una quarantenne rumena. All'attenzione degli inquirenti le voci su un rapporto non facile fra padre e figlio proprio a causa dei tanti legami e del primitivo abbandono, subito ma mai accettato e raccontato nelle lettere.
Ma contro le indiscrezioni di contrasti e polemiche familiari cozza il dato concreto di un padre e di un figlio che da anni vivevano quasi in simbiosi, che la mattina facevano colazione insieme, che avevano in comune tanto, professione, ricerca universitaria, interessi. Un padre - raccontano i parenti - che aveva intestato al figlio quasi tutti i suoi beni e a cui rivolgeva ogni suo pensiero. Eppure quel figlio, alle prese fin da giovanissimo con una grave malattia che lo stava riducendo l'ombra di sé stesso e per questo in preda ad un forte abbattimento morale, secondo molti non avrebbe mai accettato il primitivo allontanamento di Maurizio.
Stando a quel che ha scritto, mentre il padre era in Romania con la compagna, per giorni, Bernardo si sarebbe macerato in un tormento che pure era sfuggito, cosa non nuova, a chi gli stava vicino. Martedì sera, prima di uscire di casa per l'ultima volta, aveva lasciato sul suo letto, in una busta chiusa, cinque fogli di diversa grandezza scritti a mano, cinque lettere destinate alla mamma, datate da fine agosto a poche ore prima del fatto. «Scusa mamma - dice ad un certo punto - ma non ce la faccio più».
Prima di uscire aveva chiamato il padre al cellulare e gli aveva chiesto un appuntamento. «Devo parlarti assolutamente»: gli aveva detto. Maurizio era stato per venti giorni in Romania, dove aveva degli interessi, con la compagna. «Bernardo, sono appena arrivato, ho posato ora le valigie a terra - aveva risposto -. Dai, ci vediamo domani». «Domani, papà, non posso, devo partire»: aveva detto il ricercatore. «Dove vai?»: era stata la domanda. «Te lo dico quando ci vediamo»: la risposta.
Così Maurizio era uscito di casa, un appartamento in un palazzo di famiglia, in Corso Italia, verso le 8 di sera, e poche ore dopo, alle 11 e 20, la compagna, non vedendolo tornare ed intuendo che poteva essergli accaduto qualcosa, è andata a cercarlo. Ha trovato padre e figlio in garage. L'Audi 8 nuova di Maurizio era parcheggiata al suo posto, con lo sportello del guidatore contro il muro. Alla guida c'era lui e, sul sedile posteriore a quello dell'autista, Bernardo, con la pistola ancora in mano. Intorno il silenzio della notte, vetri rotti e il loro sangue.
Tre, forse quattro, i colpi esplosi dalla Colt. Due di certo contro il padre, uno alla nuca, l'altro alla spalla. Il terzo Bernardo lo ha rivolto contro sé stesso, sparandosi alla tempia destra. Il buco nero che ha inghiottito padre e figlio, nell'ennesimo dramma familiare di cui le cronache sono piene, è nel loro rapporto ma anche in quelle misteriose tre ore e mezza. Cosa sia accaduto in quel lasso di tempo resta un mistero che i due attori di questa tragedia si sono portati nella tomba.
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