Il Tirreno

Pisa

«Noi forzati delle tasse»

Lia Mustacciolo
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Lia Mustacciolo

Operai e ceto medio contro la manovra

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PISA. «Sempre uguale, sempre peggio». Non infonde un grande coraggio l'anziano signore che accoglie davanti alla Prefettura i trenta pensionati che arrivano in bici, con le bandiere rosse, per lo sciopero generale indetto dalla Cgil. Manca ancora un'ora all'appuntamento delle 10 e già piazza Mazzini è piena. Chissà quante ne ha viste, «ma arriveranno le nostre voci a questo governo?».  Il camion gru che fa da palco sta issando il tricolore alto 18 metri con la scritta "Basta": si era già vista in piazza Carrara e ormai è lo stendardo ufficiale della Cgil. Impossibile dire quanta gente partecipa: facendo un conto dello spazio, ci entrano pigiate quasi 4mila persone (per la questura ce ne sono la metà). E molti si "nascondono" nelle stradine vicine, perché i posti all'ombra sono finiti e il sole picchia duro.  Di certo i presenti, di tutte le fasce d'età, esplodono in un boato quando Gianfranco Francese, leader provinciale della Cgil, legge la lettera di Sauro Dell'Unto, ex segretario dei pensionati Cisl, che non le manda a dire al suo numero uno nazionale: «Caro Bonanni, questo sciopero è meglio del tuo niente».  C'è voglia di unità e non si capiscono allora i tanti scrupoli che si fa un altro "infiltrato" fra la gente, Paolo G. della Uil: «Niente cognome, i miei colleghi mi insulterebbero. Ma sono qui per i miei figli precari. Loro oggi lavorano, perché hanno paura».  Al secondo posto dell'applausometro si classifica Giorgio Vecchiani, presidente provinciale dell'Anpi, che chiude il suo intervento con un: «Viva la Resistenza, viva la Costituzione». Standing ovation e da dietro sbuca l'Orchestrino di Livorno: cinque elementi che suonano "Oh bella ciao", mentre tutti i presenti scandiscono il ritmo con le mani.  Se la cava anche il sindaco Marco Filippeschi, considerando che il suo omologo di Livorno è stato fischiato: il primo cittadino chiede «di cambiare il patto di stabilità, liberando 30 miliardi per lavoro e crescita. Usciamo dalla crisi all'insegna della giustizia sociale, non gravando sui più deboli». Tocca le corde giuste della piazza che cita a memoria l'articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva».  Non è un caso che il cartello più apprezzato sia quello di una cameriera che sfila le scarpine alla sua "padrona", su cui appare la domanda: «Chi delle due paga più tasse?». Risponde in modo indiretto Grazia Ricci, dipendente universitaria: «Guadagno una cifra irrisoria, contribuisco alla tenuta del Paese e lo faccio con onestà. Questo è il mio curriculum d'eccellenza, come quello di tutti i presenti». Ben diverso da ciò che può vantare «la classe politica, che mi fa sentire intelligente ogni volta che appare in tv: ci hanno infragilito, ci vogliono tacciare, ma non siamo ancora beoti».  Ancora più agguerrita è Lia Mustacciolo, che non si stacca dal suo fischietto: ce l'ha col suo sindacato, «che non è riuscito a mandare a casa Berlusconi e Bossi»; con il governo, ovvio, «e la sua manovra che massacra la povera gente»; con la Chiesa che, se pagasse l'Ici, sarebbe «la soluzione, ve lo dico io». E, dipendende del Diritto allo studio Toscana, ce l'ha con la «pensione minima che prenderò tra un po', mentre lui fa il "bunga bunga"».  Le donne sono il motore della manifestazione; un'altra ringhia in viso a un carabiniere: «Dovreste scioperare anche voi, vi riguarda!». Poi sorride, ricambiata.  Il sole, invece, è il nemico: quando arriva il corteo con lo striscione "Il lavoro e chi lavora, patrimonio dell'umanità", uno in testa al gruppo si lamenta perché non scatta l'applauso che di solito accompagna i ricongiungimenti. Sbuffa, prova a battersi le mani da solo e poi rinuncia: «Fa troppo caldo».  Intanto Daniele Liut, ferroviere, è a telefono per capire quanti hanno aderito del suo comparto: «Qualche treno viaggia, qualcuno no». Ma più che dei "suoi", preferisce parlare di «un unico popolo italiano: è ora di finirla con le categorie di questi anni e di mostrare che esistiamo a un governo che si occupa solo di sé». Non ne fa un discorso economico: certo, con moglie e due figli i sacrifici sono obbligatori. Ma la preoccupazione maggiore è «il futuro dei diritti».  Simile l'analisi di Andrea Barbini, impiegato della sanità: «Con una compagna e senza figli in qualche maniera reggiamo. Ma si mette male e dal governo gelatinoso, che ogni giorno cambia idea, so solo che la mia pensione si allontana».  E un vero pensionato non ha previsioni migliori: «È solo l'inizio di una situazione difficile», sentenzia Lorenzo Marotta; durerà «un autunno, un inverno, dipende da quando la gente comincerà a capire».  Alle 11,30 parte il deflusso del rientro: precari, disoccupati, operai e immigrati rifiutano di rilasciare dichiarazioni. Hanno paura. E anche questo è un segnale.

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