Il dolore
La Corallina di Luciano Pagni - seconda parte
22 MINUTI DI LETTURA
Seconda parte
V
Trascorsi un paio di giorni, dopo la visita alla Casa del fascio, Corallina si presentò alla villa del guercio a Tirrenia. Non aveva ben chiaro cosa fare ma era pronta ad affrontare le serve pur di tornare a casa con dei viveri per i figli delle sue vicine. Suonò il campanello del cancello e come al solito venne ad aprire la donna di servizio. Quando vide Corallina, senza il minimo saluto,
sgarbatamente disse: «Ah, è lei! Stamani non abbiamo bisogno di pesce...torni tra qualche giorno». Il fatto che la donna non le avesse dato nemmeno il tempo di dire una parola, irritò notevolmente Corallina. Alla vecchia marinese, anche se abituata a frequentare la gente dei mercati non piacque essere trattata in quel modo. Con l’energia che sapeva sprigionare nei momenti opportuni essa spinse da una parte la donna, oltrepassò il cancello e si diresse verso l’ingresso principale della villa, seguita dalle imprecazioni della serva che minacciava di chiamare i carabinieri.
Senza perdersi d’animo Corallina raggiunse il portone e suonò ripetutamente il campanello. Nel frattempo anche la sguattera era arrivata a dare man forte alla donna di servizio. Corallina stava per avere la peggio quando, attirata dalla confusione, apparve la padrona di casa. Era una bella signora sui quarant’anni, alta, con i capelli neri che le scendevano sulle spalle e il volto ben truccato. Indossava un elegante abito bianco e in testa portava un cappello abbellito da finti fiorellini colorati. Le donne della servitù cercarono di scusarsi con la loro padrona per non aver potuto fermare quella pazza furiosa. Corallina nel frattempo si era calmata, affascinata dalla bellezza della signora era ammutolita. La signora le ricordava quelle attrici che aveva visto spesse volte sulle pagine della Domenica del Corriere. «Ora che mi sembra più calma ci dica perché è venuta da noi, cosa possiamo fare per lei?» chiese con dolcezza la signora rivolta a Corallina. L’arguta marinese la prese larga; evitò di dire che spesso aveva visto portare ceste di viveri alla villa e con un tono umile che lasciò perplesse anche le serve, espose la situazione: «Vede signora, a Marina ci sono molte madri alla disperazione, non hanno niente per sfamare i loro figli, i mariti sono in guerra. Queste donne non sanno più a che santo votarsi, le botteghe sono vuote e nessuno fa più credito. È doloroso vedere deperire quelle creature, così mi sono unita a loro per vedere se qualche buon cristiano possa aiutarle, chiedono solo pane, latte o un po’ di zucchero Mi perdoni se sono venuta fin qui, comprendo benissimo che anche voi avrete le vostre difficoltà, i tempi sono difficili per tutti …ma Dio sa quanto sia necessaria questa roba per alleviare la fame dei bambini. Accettiamo qualsiasi cosa che sia commestibile»
Corallina era stata convincente. «Vediamo cosa possiamo fare per aiutare queste madri». disse la signora Chantal. Corallina fu fatta accomodare nel salottino attiguo all’ingresso, dove la signora ebbe cura di indicarle una poltrona vicina la caminetto. Dopo aver ordinato alle due donne di servizio di andare alla dispensa e portare una borsa con del cibo, le sedette accanto. «Le donne mi hanno detto che si chiama Corallina, lo sa che un nome bellissimo. Mi fa venire in mente il profondo del mare». disse la signora. Corallina, com-piaciuta, accettò volentieri il complimento «In questa casa, per il momento,
non ci possiamo ancora lamentare, i nostri contadini continuano ad aiutarci. Adesso anche loro poveretti stanno attraversando un brutto periodo, rifornirci di cibo sarà sempre più difficile. Oltre a noi, tre donne, qui vive anche mio suocero, è invalido di guerra, gli hanno dato un incarico alla Casa del Fascio di Marina. Mio marito è al fronte in Grecia di lui non abbiamo più notizie da oltre tre mesi» concluse la signora Chantal visibilmente commossa. Poi, quasi a volersi scusare continuò: «Lei non deve giudicarmi per l’abito che indosso, io faccio l’attrice agli stabilimenti cinematografici di Tirrenia, nel passato ho avuto parti importanti in alcune pellicole di successo. Quando ci siamo incontrate sulla porta mi stavo recando sul set, stiamo terminando un documentario di propaganda voluto dal regime sull’impiego delle nobili donne italiane al fronte. Anche a Tirrenia le cose si stanno mettendo male, corre voce che saranno costretti a chiudere tutto. Oltre alla mancanza di produzioni, gli enormi capannoni, troppo visibili dall’alto, diventeranno un facile obiettivo per le incursioni aree. Credo che avremo lavoro ancora per qualche mese».
Corallina che fino a quel momento non aveva aperto bocca si fece coraggio e con un percettibile rossore sulle guance, chiese: «Signora, almeno finché dura non ci sarebbe un lavoro per me agli stabilimenti? Non si lasci ingannare dalla mia età, il lavoro non mi fa paura ho sempre lavorato duro, sarei disposta a fare qualsiasi cosa». La signora Chantal nel sentirsi fare una richiesta del genere sul momento rimase perplessa, poi ricordandosi che proprio il giorno prima, sul set, avevano dovuto rinunciare al pranzo perché non c’era più personale nelle cucine, disse: «Mi lasci provare, ripassi domani può darsi che per lei qualcosa da fare ci sia!» Le due donne di servizio tornarono dalla dispensa portando una borsa piena di viveri tra i quali, l’occhio vispo di Corallina, notò subito che c’era anche un bel pezzo d’agnello. La signora Chantal mantenne la promessa. Dopo un paio di giorni Corallina iniziò a lavorare agli stabilimenti cinematografici. Il portiere, che la conosceva, quando la mattina la vedeva arrivare sulla vecchia bicicletta le apriva il cancello grande e ridendo non perdeva mai l’occasione per farle la solita battuta spiritosa: «Corallina, attenta a non bruciare l’arrosto!» L’immancabile risposta della marinese era pungente: «Manetta, ti conosco da quando eri un moccioso e anche da grande sei rimasto un gran coglione. Hai cominciato a mangiare bene da quando sono arrivata io». Lavorando nelle cucine degli stabilimenti cinematografici, autorizzata dal direttore, Corallina aveva la possibilità di portare casa il cibo superfluo che avanzava, tutte cose che divideva immediatamente con i suoi vicini.
VI
Per ferragosto fin dalle prime luci dell’alba sul fiume non soffiava un alito di vento. Era prevedibile una nuova giornata afosa con temperatura elevata. Una nebbiolina bassa che presto si sarebbe diradata avvolgeva ancora il corso dell’Arno nascondendo alla vista tutta la foce fino al mare. Il quindici di agosto, per i marinasi, era tradizione fare la gita di là d’Arno, sulle spiagge di San Rossore. Intere famiglie, con i loro barchetti, attraversavano il fiume per godersi la festività nella grande pineta della Tenuta Reale. Negli ultimi due anni, con il conflitto in corso e le famiglie decimate, il numero dei marinesi che si recavano sulla riva destra dell’Arno si era notevolmente ridotto.
Per Corallina la tradizione andava comunque rispettata, nella radicata convinzione che andare per ferragosto in San Rossore fosse di buon auspicio. Anche quella mattina Corallina di alzò presto, preparò la colazione, si dedicò ad alcune faccende domestiche e avendo cura di tenere il volume basso, ascoltò distrattamente la radio. Da Roma diffondevano la solita noiosa propaganda fascista intercalata da inni patriottici. Alzò leggermente il volume solo quando sentì la voce di Rabagliati, il suo cantante preferito. Poco prima di mezzogiorno Corallina e la figlia decisero che quella era l’ora giusta per attraversare il fiume. Avevano preparato panini con la frittata, frutta, acqua e vino che avevano accuratamente sistemato in una borsa insieme a due teli da stendere sulla sabbia. Sapevano dove dirigersi, conoscevano bene la zona: il loro posto preferito era quello dove finiva la sabbia e iniziavano gli alberi in modo da avere sole e ombra a piacimento.
Stavano per salire sul loro barchetto quando improvvisamente videro arrivare Giunco alla loro baracca. Il giovane doveva aver fatto una lunga corsa perché respirava a fatica, rantolava gesticolando come un matto. Corallina, che conosceva bene il suo nemico, prese un remo del barchetto e minacciò Giunco che se andasse alla svelta altrimenti lo avrebbe colpito. Il poveretto, con gli occhi fuori dalle orbite, senza che Corallina avesse messo in atto la sua minaccia, si piegò su se stesso e tra un lamento e l’altro riuscì a liberarsi lo stomaco da quella che era stata la sua colazione, poi si adagiò sfinito contro una siepe di alloro. «Mamma, non lo vedi che sta male, poverino!» disse Adriana, avvicinandosi premurosamente a Giunco. Corallina non si fidava di quel mascalzone, era un individuo infido. Aspettò un paio di minuti poi, quando sicura che Giunco non stava facendo la commedia, rimise il remo nel barchetto, prese dell’acqua dalla fontanella che serviva per irrigare il giardino e gliela spruzzò in faccia perché si riprendesse.
«I tedeschi, in Piazza Gorgona ci sono i tedeschi. Sono arrivati stamani, si stanno ammassando perché sembra che vogliano attraversare l’Arno alla foce. Requisiranno tutte le barche» farfugliò Giunco appena fù in grado di parlare. Poi rimessosi del tutto aggiunse: «Sono stato incaricato di avvertire tutti quelli delle baracche lungo l’argine, ora devo subito andare». Senza aggiungere altro sparì velocemente tra la folta vegetazione. «Ci mancava anche questa!» esclamò Corallina. Poi rivolta alla figlia: «Quest’anno non andremo in San Rossore bimba, aiutami cerchiamo a nascondere il barchetto » Nascosero il loro guscio di noce in un fitto canneto non distante dalla baracca e attesero gli eventi. Per fortuna non accadde niente di particolarmente pericoloso. La giornata almeno lungo il fiume trascorse tranquilla e solo con l’arrivo del buio un’interrotto sferragliare di mezzi cingolati ruppe il silenzio della notte. I tedeschi avevano evidentemente cambiato i loro piani ed ora si dirigevano verso Pisa lungo il viale che costeggiava l’Arno. Rimaneva il mistero perché Giunco avesse corso tanto per avvertire prima di tutti Corallina. «Deve avere qualche idea in testa quel mascalzone. Che sia improvvisamente diventato una brava persona non ci penso nemmeno, non gli avrai dato qualche confidenza?» chiese Corallina, guardando cupamente la figlia. Corallina aveva ragione, nella mente di quello che lei definiva il mascalzone, un’idea aveva infatti preso corpo. Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro.
Quel mattino, poco prima delle undici, quando ormai le colonne tedesche stavano facendo il loro ingresso a Marina, Giunco era stato incaricato di avvertire dell’imminente pericolo gli abitanti lungo la riva dell’Arno. Fin dalle nove si trovava al bar del Circolo Canottieri dove il solito gruppo di riformati avevano già cominciato a sfotterlo. «Signor Guzzi dov’è la tua motocicletta? Guarda che pollo, ha una
moto e va a piedi!» Il sarcasmo era partito da un giovanottone con la faccia abbronzata e una evidente deformazione sotto il mento. «Ha paura di sporcarla, le strade sono polverose» aggiunse Nasello, il figlio nano della Menica che gestiva l’appalto dietro la Casa di Riposo. Giunco non rispondeva mai alle provocazioni di quei giovinastri, quella mattina però si difese dicendo: «Non ho un goccio di benzina, non la trovo da nessuna parte». Sapendo che tra Corallina e lui c’era una vecchia ruggine, uno dei ragazzi disse: «Corallina è l’unica persona che potrebbe aiutarti, ora lavora agli stabilimenti cinematografici. Vuoi che a Tirrenia, con tutti quei macchinari da metter in funzione, non abbiamo una scorta di benzina? Perché non la chiedi a lei?» Giunco non ebbe tempo di pensare, né tantomeno di rispondere, perché proprio in quel momento un drappello di soldati tedeschi armati fece rumorosamente irruzione nel bar. Un loro ufficiale, con poche parole in un italiano stentato ma dal tono autoritario, chiese se tra i presenti ci fosse qualche persona che potesse indicargli il punto più facile per attraversare l’Arno e dove poter trovare barche o chiatte.
Marchino e Otello, che tra i presenti nel locale erano i più anziani, quando dissero di essere pescatori furono costretti a seguire i tedeschi. «Ragazzi! Qui non c’è tempo da perdere, bisogna avvertire subito tutti quelli che abitano lungo la riva. Voi quattro dividetevi la zona e andate immediatamente a metterli al corrente del pericolo che stanno correndo» disse il vecchio Casimiro che da anni gestiva il bar del circolo. Tra le persone indicate c’era anche Giunco. La ragione del perché Giunco fosse subito corso ad avvertire prima di tutti la sua nemica, era chiara. Voleva ingraziarsela e in seguito, alla prima occasione, avrebbe tentato di convincerla a procurargli la benzina per la moto.
Con il trascorrere dei giorni anche Giunco, che non sapeva stare con le mani in mano si era costruito alcune nasse che la sera calava in Arno assicurandole agli alberi dell’argine. Il mattino tornava a recuperarle e spesso ci trovava qualche anguilla. Ogni volta che calava le sue nasse intenzionalmente
cercava di avvicinarsi sempre di più alla baracca di Corallina. Una mattina mentre tirava in secco le sue trappole essa lo vide. «Disgraziato cosa stai intrallazzando, cosa fai vicino al mio barchetto?» Inveì sospettosa. Il solo fatto che Giunco si aggirasse intorno alla sua baracca la rendeva nervosa. «Allontanati da lì altrimenti mi metto a urlare !» disse con voce alterata e minacciosa.
Giunco nel frattempo aveva già recuperato le sue nasse, mostrò a Corallina alcune anguille e pacatamente disse: «Corallina io sto solo pescando; non l’ho nemmeno sfiorato il tuo barchetto, stai tranquilla, non c’è bisogno di urlare. Posso regalarti qualche anguilla? In questi giorni ne ho pescate in abbondanza a casa ne ho già un secchio; ormai non le compra più nessuno, in giro non c’è una lira!» Corallina non si sarebbe mai aspettata un’offerta del genere da quel mascalzone. Il sospetto si insinuò ancora di più nella sua mente; perché mai Giunco era diventato altruista così all’improvviso? «Attenta Corallina, quello è pronto a fregarti» pensò la vecchia pescivendola. Benché Giunco fosse lo stesso Giunco di sempre il suo modo di fare quella mattina era meno brusco del solito, e questo fece allentare un po’ la tensione in Corallina. Un fritto di anguille, inoltre, era da tanto che mancava dalla sua tavola.
Le venne in mente che non lo aveva nemmeno ringraziato per averla avvertita dell’arrivo dei tedeschi il giorno di ferragosto, al mascalzone si doveva pur dar atto di aver compiuto un gesto ammirevole. Così tra lo stupore di sua figlia essa ringraziò Giunco e accettò alcune anguille che cominciarono a strisciare sull’erba del prato. «Prendo le anguille ma resto della convinzione che tu voglia qualcosa in cambio» disse la smaliziata Corallina. Per Giunco era arrivato il momento opportuno per fare la sua richiesta. Dopo un po’ di esitazione, visibilmente imbarazzato ammise: «Si è vero ho una cosa da chiederti. Sono senza benzina per la moto. Ho bussato a tutte le porte con esito negativo. Non so più a chi rivolgermi. Pensavo che agli stabilimenti cinematografici dove lavori ne avranno senz’altro e magari in abbondanza. Me ne basta poca, un paio di litri un fiasco. Capisco che quello che ti sto chiedendo non è una cosa facile, ma sei rimasta la mia ultima speranza. Te ne sarei immensamente grato. Cosa ne pensi?» Giunco chiedeva benzina a una donna che in vita sua era sempre andata in bicicletta. Tra le innumerevoli cose che le avrebbe potuto chiedere come contropartita per le anguille, quella della benzina non le sarebbe mai passata per la mente nemmeno se ci avesse pensato cent’anni.
La guerra che stava stravolgendo il paese nel modo peggiore, oltre alla paura, la fame e la miseria stava togliendo anche l’ultimo barlume di dignità alle persone. Vedere quello spilungone accomandarsi a lei per un po’ di benzina significava proprio che la situazione era più grave di quello che la povera
donna potesse immaginare. Ora Giunco le faceva compassione. Era stato uno spregiudicato concorrente, doveva convenire però che il giovane grandi cattiverie non gliene aveva mai fatte. Della lettera anonima c’era solo il sospetto che l’avesse scritta lui, ma niente di più. Alcune mattine, il mascalzone, non aveva esitato a farle dei brutti scherzi che l’avevano fatta arrabbiare di brutto,
ma alla fine era sempre lei che il pomeriggio tornava a casa con la cesta del pesce vuota. E poi il cuore: cosa vogliamo pensare del cuore di Corallina? A Marina era noto a tutti che quando c’era da aiutare il prossimo si poteva sempre contare su quella piccola donna dall’apparenza insignificante. «Va bene, vediamo cosa posso fare, domani provo a chiederla a Manetta. Se riesco ad averla ti
faccio avvertire» disse Corallina mentre portava le anguille in cucina.
VII
Con la fine di agosto sembrava che i bombardamenti degli alleati si fossero particolarmente concentrati sulla città. Non c’era quartiere che fosse stato risparmiato. Solo il perimetro della zona di Piazza dei Miracoli, grazie ai suoi secolari monumenti, era rimasto immune al disastro. Benché la maggioranza degli abitanti avessero lasciato da tempo la città per la campagna o la periferia,
i morti e i dispersi si contavano a centinaia. La città era un’impressionante ammasso di macerie. Il 31 agosto, la giornata era limpida, l’estate continuava con le sue temperature elevate. Il mare senza vento era un’immenso tappeto azzurro che sembrava estendersi all’infinito. Nei periodi normali i marinasi non avrebbero perso l’occasione per ritrovarsi sugli scogli delle dighe frangiflutti, lungo la passeggiata o sulle spiagge della vicina Tirrenia.
«Bimba, Manetta, il guardiano degli stabilimenti, mi ha procurato due fiaschi di benzina. Vai da Giunco e avvertilo. Quel mascalzone sarà al bar, è sempre lì». Per Corallina il povero Giunco sarebbe rimasto comunque il mascalzone. «Non ti ci trastullare altrimenti si monta la testa». disse alla figlia. Come aveva previsto la madre, Adriana trovò Giunco al bar seduto ad un tavolo seminascosto dal banco pasticceria. Sembrava intento a leggere un vecchio numero della Domenica del Corriere. Adriana gli si avvicinò quel tanto che bastava per sussurrargli che sua madre aveva la benzina. Uscendo dal locale la ragazza non poté fare a meno di essere seguita dai lazzi dei soliti riformati deficienti. Mezz’ora dopo Giunco era alla baracca sull’Arno.
Trovò Corallina intenta a rinforzare l’attracco del barchetto che dopo il passaggio dei tedeschi non aveva più spostato dal canneto. Effettuò l’operazione con calma, poi quando ebbe finito rivolta a Giunco disse: «Manetta mi ha dato la benzina. Gli ho detto che era per me. Lo conosco da quando è nato, mi vuole bene. Non so come abbia fatto ma a casa ne ho due fiaschi». Giunco non stava più nei suoi panni. «Corallina ti prego dammene almeno uno» Le chiese Giunco implorante. Corallina non rispose subito, non le dispiaceva tenerlo sulle spine. Vedendolo umiliarsi si stava ripagando delle cattiverie che il mascalzone l’aveva costretta a subire quando entrambi vendevano il pesce. Poi Corallina disse: «Io ti do un fiasco di benzina a patto che tu mi porti a Pisa con la tua moto, devo andare a trovare mia figlia Maria. Cosa ne pensi? Io lo considero un buon affare. Al ritorno ti darò anche il secondo fiasco». Giunco pur di avere la benzina l’avrebbe condotta in capo al mondo. «Va bene Corallina accetto!» rispose senza un secondo di esitazione. Corallina entrò in casa, prese
il fiasco con la benzina e prima di consegnarglielo precisò: «Sono le nove ti aspetto qui tra mezz’ora con la moto e partiamo per Pisa». Alle nove e mezza in punto Corallina era pronta sulla soglia di casa e con la figlia aspettavano lo spilungone che non arrivava. Giunco non si vedeva.
«Ti garantisco che se tra cinque minuti non è qui, vado io a cercarlo, quel farabutto! È capace di tenersi la benzina e andare per i cavoli suoi !» disse Corallina infastidita dal ritardo. I cinque minuti erano appena trascorsi quando le due donne videro arrivare a tutta velocità Giunco con la moto. Con una brusca frenata egli si fermò a pochi metri dalla baracca. Era quasi irriconoscibile; portava in testa una cuffia di pelle nera fermata sotto il mento e un paio di occhialoni con la bordatura di gomma e metallo che gli nascondevano la faccia. «Giunco come ti sei conciato, non ti riconoscevo più» disse Adriana. «Gli occhiali e il casco me li ha regalati insieme alla moto la vedova di Gino. Mi dispiace sono in ritardo ma il motore non voleva partire, il serbatoio era rimasto asciutto per troppo tempo». disse Giunco, scusandosi dopo aver notato l’espressione infastidita di Corallina. Adriana cercò di aiutare sua madre a sistemarsi nel carrozzino della moto.
La povera donna, titubante, una volta entrata nel ristretto spazio del sidecar, non sembrava più tanto sicura di aver avuto una buona idea nel chiedere a Giunco di portarla a Pisa. Un leggero tremore le pervadeva tutto il corpo, il volto impallidito aveva perso il colore naturale evidenziando piccole macchie scure sulla pelle. «No! Giunco fammi scendere, ho troppa paura, sto male!» Implorò Corallina cercando di alzarsi dal seggiolino. Dopo averla fatta scendere Giunco e Adriana l’aiutarono a sedere su uno sgabello a portata di mano e le fecero bere un sorso d’acqua. Messi i piedi a terra Corallina si riprese rapidamente. Il malessere le era appena passato e già stava suggerendo a Giunco la sua nuova idea. «Da una settimana sono senza notizie della famiglia di quella sciagurata di mia figlia Maria. Devo sapere come stanno e perché non lasciano il “Chiassetto”. È pericoloso restare laggiù. Gli sfollati descrivono Pisa come una città in agonia, completamente distrutta, qualcuno deve andare a controllare perché non vengono. Andata voi due, porta con te Adriana e tornate subito indietro».
Alternativa che il mascalzone accettò volentieri. Fare il viaggio con la figlia sarebbe stato più piacevole che farlo con la madre. «Non metterti in testa di fare lo stupido con la bimba, lo sai cosa sono capace di fare se fai il coglione». Corallina ci tenne a ricordargli la sua vecchia minaccia. Adriana salì nel sidecar, si sistemò un grande fazzoletto in testa che legò accuratamente affinché il vento non le scompigliasse i capelli, e partì con Giunco. Se lo avessero visto quei disgraziati del circolo con una ragazza sulla moto sarebbero crepati d’invidia. Poter sostare anche un paio di minuti davanti al bar gli sarebbe piaciuto da morire, ma non c’era più tempo da perdere, ormai erano già sul viale. Giunco avrebbe voluto che quel viaggio non finisse mai. Per non impaurire Adriana teneva un’andatura lenta, si sentiva appagato, e nello stesso tempo responsabile dell’incolumità della ragazza che ogni tanto gli si rivolgeva sorridendogli.
Avevano appena superato la curva delle tre buche quando udirono le sirene d’allarme. «Cosa facciamo Adriana?» chiese Giunco. «Siamo già oltre metà strada, fra cinque minuti siamo al “Chiassetto”, ci sta che sia un falso allarme, continuiamo». rispose Adriana. Non era un falso allarme, poco dopo percepirono, sempre più vicino, il rombo degli aerei seguito dai primi scoppi delle bombe che colpivano la città. Deviando per la via Livornese arrivarono al quartiere di Porta a Mare. «Laggiù, in quel palazzo in fondo alla strada, abita mia sorella. Saranno già tutti nel sottoscala. Fai presto, cerchiamo di raggiungerli». disse Adriana impaurita. Giunco parcheggiò la moto all’ingresso
del palazzo e insieme corsero verso la porta del sottoscala dove effettivamente c’erano già delle persone. Il bombardamento sembrava concentrato sulla zona dell’aeroporto.
«Sei Adriana la figlia di Corallina? Se cerchi tua sorella non è qui, ho visto che hanno lasciato il “Chiassetto” stamani molto presto. Venivano da voi a Marina:» Quella che aveva parlato era la Palmira, una vecchia amica di sua madre che conosceva bene la famiglia. La signora Palmira teneva sulle ginocchia un borsone sgualcito nel quale aveva raccolto le poche cose di valore a cui teneva. «Strano non abbiamo incontrato nessuno lungo il viale» disse Adriana. «Sono partiti con due biciclette cariche di roba, Maria mi ha detto che sarebbero passati dai campi di San Piero», precisò la Palmira. «Oggi la vedo brutta, senti che terremoto là fuori. Anche qui non siamo più sicuri. Io dovrei andarmene dai miei parenti a Navacchio ma sono rimasta sola e non so come fare. Venite accomodatevi accanto a me, speriamo che passi presto. Chissà quanta gente creperà oggi». La signora Palmira che era seduta su una panca in fondo all’angusto locale con sorprendente agilità fece posto ai due giovani. Aveva superato la settantina e forse il fatto di essere su con l’età l’aveva resa un po’ incosciente.
Nel precario rifugio, a differenza delle altre persone, sembrava non rendersi conto del pericolo che stavano correndo. Ora le bombe cadevano sempre più vicine, colpivano le fabbriche lungo il fosso dei Navicelli senza risparmiare le case. Una bomba sventrò un palazzo poco distante e le cui macerie arrivarono fino ad ostruire parzialmente la porta dello scantinato. Quando dal soffitto caddero grossi pezzi di intonaco tra i rifugiati si cominciarono a udire pianti, urla e preghiere. Benché avesse anche lui una gran paura Giunco cercava di far coraggio a Adriana. Terrorizzata dalle deflagrazioni, tremante come una foglia, essa cercava protezione avvinghiandosi a lui con tutto il corpo. C’erano volute le bombe affinché tutto ciò fosse potuto accadere. Guai se Corallina lo avesse saputo. Non avrebbe certamente capito, e allora povero Giunco ne avrebbe pagato le conseguenze. Il giovane si gustò ancora per qualche minuto quella piacevole sensazione finché la ragione ebbe il sopravvento. «Adriana non possiamo restare chiusi qui, è pericoloso! Questo non è un rifugio, manca anche l’aria…se una bomba cade sul palazzo facciamo la fine del topo. Usciamo all’aperto, cerchiamo di arrivare all’argine del fiume, lì saremo senz’altro più sicuri». disse Giunco, dopo che un pezzo di intonaco più grosso degli altri lo aveva colpito alla testa. Adriana sembrava titubante ma seguì Giunco che si era diretto all’uscita del sottoscala.
Aspettami qui, vado fuori a vedere se la moto è sempre dove l’abbiamo lasciata» disse il giovane aprendo con difficoltà la porta per poi sparire in una nuvola di polvere. Per Adriana i minuti che trascorsero in attesa del ritorno di Giunco sembrarono interminabili. «Chissà dov’è andato, che sia fuggito da solo?» Pensò. Giunco poteva avere tutti i difetti del mondo ma in questo caso non sarebbe mai stato capace di una vigliaccata del genere. l laceranti sibili dei micidiali ordigni che cadevano ormai sempre più vicini e i boati delle deflagrazioni avevano ammutolito la gente e nel sottoscala ora c’era solo un rassegnato silenzio rotto da qualche urlo di disperazione quando la bomba cadeva nella vicinanze. Giunco tornò. Era irriconoscibile, la polvere lo aveva ricoperto da capo ai piedi. «La moto è sparita. Non credo che l’abbiano rubata, lo spostamento d’aria deve averla fatta volare nel fosso. Il canale è pieno di macerie e roba di ogni genere. Mi sembra di aver visto anche dei morti. Adriana dobbiamo raggiungere la l’Arno alla svelta». disse Giunco mentre con il fazzoletto che gli aveva dato la ragazza tentava di pulirsi il viso. Decisero di uscire e tenendosi per mano presero a correre verso la via Livornese dove videro frantumarsi al suolo le due ciminiere della vicina fabbrica. Oltrepassarono
con difficoltà un’enorme cumulo di macerie e voltarono a destra per una stradina secondaria che conduceva al fiume.
Un grande cratere in mezzo alla strada ostacolò la loro corsa, lo aggirarono con difficoltà poi, ansanti, per riprendere un po’ di fiato, decisero di fermarsi al ridosso del tronco di un enorme tiglio centenario. Ora dovevano solo aspettare il momento giusto per attraversare il viale, la golena d’Arno era a pochi metri. Quel giorno sembrava che tutte le bombe del mondo avessero deciso di cadere su Porta a Mare. A Pisa non ci si ricordava di un bombardamento così intenso e di lunga durata. Al riparo del loro albero i due giovani potevano vedere le bombe che cadendo e scoppiando nel fiume alzavano altissime colonne d’acqua. Sulla sponda opposta, in piena campagna, un denso fumo nero si alzava dalla case coloniche colpite e dai depositi di fieno incendiati. All’aperto benché non avessero raggiunto la golena, Giunco si sentiva più sicuro. Non si erano ancora ripresi dall’affanno ma erano giovani e presto avrebbero recuperato l’energia necessaria.«Ma guarda che casino, chi l’avrebbe mai detto che io e te ci si dovesse trovare a Pisa in mezzo ad un bombardamento di queste dimensioni» disse Giunco, accompagnando le parole con un sorriso che voleva essere di incoraggiamento per Adriana. «Non aver paura ce la caveremo». Poi con un gesto affettuoso che nessuno si sarebbe aspettato da quel ruvido ragazzo, abbracciò teneramente Adriana che lo lasciò fare. Seguì una piccola tregua, sembrava che anche l’ultina bomba fosse stata sganciata, ma si erano illusi. Un’ulteriore ondata di fortezze volanti ripassò sulla città con il suo micidiale carico. Giunco prese la sua decisione. «Ancora pochi metri. Dai Adriana cerchiamo di salvare la pelle!» Non fu così. Per i due giovani il destino aveva deciso diversamente. Il 31 agosto del ’43 i Pisani lo ricorderanno sempre per il giorno peggiore di tutta la guerra.
V
Trascorsi un paio di giorni, dopo la visita alla Casa del fascio, Corallina si presentò alla villa del guercio a Tirrenia. Non aveva ben chiaro cosa fare ma era pronta ad affrontare le serve pur di tornare a casa con dei viveri per i figli delle sue vicine. Suonò il campanello del cancello e come al solito venne ad aprire la donna di servizio. Quando vide Corallina, senza il minimo saluto,
sgarbatamente disse: «Ah, è lei! Stamani non abbiamo bisogno di pesce...torni tra qualche giorno». Il fatto che la donna non le avesse dato nemmeno il tempo di dire una parola, irritò notevolmente Corallina. Alla vecchia marinese, anche se abituata a frequentare la gente dei mercati non piacque essere trattata in quel modo. Con l’energia che sapeva sprigionare nei momenti opportuni essa spinse da una parte la donna, oltrepassò il cancello e si diresse verso l’ingresso principale della villa, seguita dalle imprecazioni della serva che minacciava di chiamare i carabinieri.
Senza perdersi d’animo Corallina raggiunse il portone e suonò ripetutamente il campanello. Nel frattempo anche la sguattera era arrivata a dare man forte alla donna di servizio. Corallina stava per avere la peggio quando, attirata dalla confusione, apparve la padrona di casa. Era una bella signora sui quarant’anni, alta, con i capelli neri che le scendevano sulle spalle e il volto ben truccato. Indossava un elegante abito bianco e in testa portava un cappello abbellito da finti fiorellini colorati. Le donne della servitù cercarono di scusarsi con la loro padrona per non aver potuto fermare quella pazza furiosa. Corallina nel frattempo si era calmata, affascinata dalla bellezza della signora era ammutolita. La signora le ricordava quelle attrici che aveva visto spesse volte sulle pagine della Domenica del Corriere. «Ora che mi sembra più calma ci dica perché è venuta da noi, cosa possiamo fare per lei?» chiese con dolcezza la signora rivolta a Corallina. L’arguta marinese la prese larga; evitò di dire che spesso aveva visto portare ceste di viveri alla villa e con un tono umile che lasciò perplesse anche le serve, espose la situazione: «Vede signora, a Marina ci sono molte madri alla disperazione, non hanno niente per sfamare i loro figli, i mariti sono in guerra. Queste donne non sanno più a che santo votarsi, le botteghe sono vuote e nessuno fa più credito. È doloroso vedere deperire quelle creature, così mi sono unita a loro per vedere se qualche buon cristiano possa aiutarle, chiedono solo pane, latte o un po’ di zucchero Mi perdoni se sono venuta fin qui, comprendo benissimo che anche voi avrete le vostre difficoltà, i tempi sono difficili per tutti …ma Dio sa quanto sia necessaria questa roba per alleviare la fame dei bambini. Accettiamo qualsiasi cosa che sia commestibile»
Corallina era stata convincente. «Vediamo cosa possiamo fare per aiutare queste madri». disse la signora Chantal. Corallina fu fatta accomodare nel salottino attiguo all’ingresso, dove la signora ebbe cura di indicarle una poltrona vicina la caminetto. Dopo aver ordinato alle due donne di servizio di andare alla dispensa e portare una borsa con del cibo, le sedette accanto. «Le donne mi hanno detto che si chiama Corallina, lo sa che un nome bellissimo. Mi fa venire in mente il profondo del mare». disse la signora. Corallina, com-piaciuta, accettò volentieri il complimento «In questa casa, per il momento,
non ci possiamo ancora lamentare, i nostri contadini continuano ad aiutarci. Adesso anche loro poveretti stanno attraversando un brutto periodo, rifornirci di cibo sarà sempre più difficile. Oltre a noi, tre donne, qui vive anche mio suocero, è invalido di guerra, gli hanno dato un incarico alla Casa del Fascio di Marina. Mio marito è al fronte in Grecia di lui non abbiamo più notizie da oltre tre mesi» concluse la signora Chantal visibilmente commossa. Poi, quasi a volersi scusare continuò: «Lei non deve giudicarmi per l’abito che indosso, io faccio l’attrice agli stabilimenti cinematografici di Tirrenia, nel passato ho avuto parti importanti in alcune pellicole di successo. Quando ci siamo incontrate sulla porta mi stavo recando sul set, stiamo terminando un documentario di propaganda voluto dal regime sull’impiego delle nobili donne italiane al fronte. Anche a Tirrenia le cose si stanno mettendo male, corre voce che saranno costretti a chiudere tutto. Oltre alla mancanza di produzioni, gli enormi capannoni, troppo visibili dall’alto, diventeranno un facile obiettivo per le incursioni aree. Credo che avremo lavoro ancora per qualche mese».
Corallina che fino a quel momento non aveva aperto bocca si fece coraggio e con un percettibile rossore sulle guance, chiese: «Signora, almeno finché dura non ci sarebbe un lavoro per me agli stabilimenti? Non si lasci ingannare dalla mia età, il lavoro non mi fa paura ho sempre lavorato duro, sarei disposta a fare qualsiasi cosa». La signora Chantal nel sentirsi fare una richiesta del genere sul momento rimase perplessa, poi ricordandosi che proprio il giorno prima, sul set, avevano dovuto rinunciare al pranzo perché non c’era più personale nelle cucine, disse: «Mi lasci provare, ripassi domani può darsi che per lei qualcosa da fare ci sia!» Le due donne di servizio tornarono dalla dispensa portando una borsa piena di viveri tra i quali, l’occhio vispo di Corallina, notò subito che c’era anche un bel pezzo d’agnello. La signora Chantal mantenne la promessa. Dopo un paio di giorni Corallina iniziò a lavorare agli stabilimenti cinematografici. Il portiere, che la conosceva, quando la mattina la vedeva arrivare sulla vecchia bicicletta le apriva il cancello grande e ridendo non perdeva mai l’occasione per farle la solita battuta spiritosa: «Corallina, attenta a non bruciare l’arrosto!» L’immancabile risposta della marinese era pungente: «Manetta, ti conosco da quando eri un moccioso e anche da grande sei rimasto un gran coglione. Hai cominciato a mangiare bene da quando sono arrivata io». Lavorando nelle cucine degli stabilimenti cinematografici, autorizzata dal direttore, Corallina aveva la possibilità di portare casa il cibo superfluo che avanzava, tutte cose che divideva immediatamente con i suoi vicini.
VI
Per ferragosto fin dalle prime luci dell’alba sul fiume non soffiava un alito di vento. Era prevedibile una nuova giornata afosa con temperatura elevata. Una nebbiolina bassa che presto si sarebbe diradata avvolgeva ancora il corso dell’Arno nascondendo alla vista tutta la foce fino al mare. Il quindici di agosto, per i marinasi, era tradizione fare la gita di là d’Arno, sulle spiagge di San Rossore. Intere famiglie, con i loro barchetti, attraversavano il fiume per godersi la festività nella grande pineta della Tenuta Reale. Negli ultimi due anni, con il conflitto in corso e le famiglie decimate, il numero dei marinesi che si recavano sulla riva destra dell’Arno si era notevolmente ridotto.
Per Corallina la tradizione andava comunque rispettata, nella radicata convinzione che andare per ferragosto in San Rossore fosse di buon auspicio. Anche quella mattina Corallina di alzò presto, preparò la colazione, si dedicò ad alcune faccende domestiche e avendo cura di tenere il volume basso, ascoltò distrattamente la radio. Da Roma diffondevano la solita noiosa propaganda fascista intercalata da inni patriottici. Alzò leggermente il volume solo quando sentì la voce di Rabagliati, il suo cantante preferito. Poco prima di mezzogiorno Corallina e la figlia decisero che quella era l’ora giusta per attraversare il fiume. Avevano preparato panini con la frittata, frutta, acqua e vino che avevano accuratamente sistemato in una borsa insieme a due teli da stendere sulla sabbia. Sapevano dove dirigersi, conoscevano bene la zona: il loro posto preferito era quello dove finiva la sabbia e iniziavano gli alberi in modo da avere sole e ombra a piacimento.
Stavano per salire sul loro barchetto quando improvvisamente videro arrivare Giunco alla loro baracca. Il giovane doveva aver fatto una lunga corsa perché respirava a fatica, rantolava gesticolando come un matto. Corallina, che conosceva bene il suo nemico, prese un remo del barchetto e minacciò Giunco che se andasse alla svelta altrimenti lo avrebbe colpito. Il poveretto, con gli occhi fuori dalle orbite, senza che Corallina avesse messo in atto la sua minaccia, si piegò su se stesso e tra un lamento e l’altro riuscì a liberarsi lo stomaco da quella che era stata la sua colazione, poi si adagiò sfinito contro una siepe di alloro. «Mamma, non lo vedi che sta male, poverino!» disse Adriana, avvicinandosi premurosamente a Giunco. Corallina non si fidava di quel mascalzone, era un individuo infido. Aspettò un paio di minuti poi, quando sicura che Giunco non stava facendo la commedia, rimise il remo nel barchetto, prese dell’acqua dalla fontanella che serviva per irrigare il giardino e gliela spruzzò in faccia perché si riprendesse.
«I tedeschi, in Piazza Gorgona ci sono i tedeschi. Sono arrivati stamani, si stanno ammassando perché sembra che vogliano attraversare l’Arno alla foce. Requisiranno tutte le barche» farfugliò Giunco appena fù in grado di parlare. Poi rimessosi del tutto aggiunse: «Sono stato incaricato di avvertire tutti quelli delle baracche lungo l’argine, ora devo subito andare». Senza aggiungere altro sparì velocemente tra la folta vegetazione. «Ci mancava anche questa!» esclamò Corallina. Poi rivolta alla figlia: «Quest’anno non andremo in San Rossore bimba, aiutami cerchiamo a nascondere il barchetto » Nascosero il loro guscio di noce in un fitto canneto non distante dalla baracca e attesero gli eventi. Per fortuna non accadde niente di particolarmente pericoloso. La giornata almeno lungo il fiume trascorse tranquilla e solo con l’arrivo del buio un’interrotto sferragliare di mezzi cingolati ruppe il silenzio della notte. I tedeschi avevano evidentemente cambiato i loro piani ed ora si dirigevano verso Pisa lungo il viale che costeggiava l’Arno. Rimaneva il mistero perché Giunco avesse corso tanto per avvertire prima di tutti Corallina. «Deve avere qualche idea in testa quel mascalzone. Che sia improvvisamente diventato una brava persona non ci penso nemmeno, non gli avrai dato qualche confidenza?» chiese Corallina, guardando cupamente la figlia. Corallina aveva ragione, nella mente di quello che lei definiva il mascalzone, un’idea aveva infatti preso corpo. Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro.
Quel mattino, poco prima delle undici, quando ormai le colonne tedesche stavano facendo il loro ingresso a Marina, Giunco era stato incaricato di avvertire dell’imminente pericolo gli abitanti lungo la riva dell’Arno. Fin dalle nove si trovava al bar del Circolo Canottieri dove il solito gruppo di riformati avevano già cominciato a sfotterlo. «Signor Guzzi dov’è la tua motocicletta? Guarda che pollo, ha una
moto e va a piedi!» Il sarcasmo era partito da un giovanottone con la faccia abbronzata e una evidente deformazione sotto il mento. «Ha paura di sporcarla, le strade sono polverose» aggiunse Nasello, il figlio nano della Menica che gestiva l’appalto dietro la Casa di Riposo. Giunco non rispondeva mai alle provocazioni di quei giovinastri, quella mattina però si difese dicendo: «Non ho un goccio di benzina, non la trovo da nessuna parte». Sapendo che tra Corallina e lui c’era una vecchia ruggine, uno dei ragazzi disse: «Corallina è l’unica persona che potrebbe aiutarti, ora lavora agli stabilimenti cinematografici. Vuoi che a Tirrenia, con tutti quei macchinari da metter in funzione, non abbiamo una scorta di benzina? Perché non la chiedi a lei?» Giunco non ebbe tempo di pensare, né tantomeno di rispondere, perché proprio in quel momento un drappello di soldati tedeschi armati fece rumorosamente irruzione nel bar. Un loro ufficiale, con poche parole in un italiano stentato ma dal tono autoritario, chiese se tra i presenti ci fosse qualche persona che potesse indicargli il punto più facile per attraversare l’Arno e dove poter trovare barche o chiatte.
Marchino e Otello, che tra i presenti nel locale erano i più anziani, quando dissero di essere pescatori furono costretti a seguire i tedeschi. «Ragazzi! Qui non c’è tempo da perdere, bisogna avvertire subito tutti quelli che abitano lungo la riva. Voi quattro dividetevi la zona e andate immediatamente a metterli al corrente del pericolo che stanno correndo» disse il vecchio Casimiro che da anni gestiva il bar del circolo. Tra le persone indicate c’era anche Giunco. La ragione del perché Giunco fosse subito corso ad avvertire prima di tutti la sua nemica, era chiara. Voleva ingraziarsela e in seguito, alla prima occasione, avrebbe tentato di convincerla a procurargli la benzina per la moto.
Con il trascorrere dei giorni anche Giunco, che non sapeva stare con le mani in mano si era costruito alcune nasse che la sera calava in Arno assicurandole agli alberi dell’argine. Il mattino tornava a recuperarle e spesso ci trovava qualche anguilla. Ogni volta che calava le sue nasse intenzionalmente
cercava di avvicinarsi sempre di più alla baracca di Corallina. Una mattina mentre tirava in secco le sue trappole essa lo vide. «Disgraziato cosa stai intrallazzando, cosa fai vicino al mio barchetto?» Inveì sospettosa. Il solo fatto che Giunco si aggirasse intorno alla sua baracca la rendeva nervosa. «Allontanati da lì altrimenti mi metto a urlare !» disse con voce alterata e minacciosa.
Giunco nel frattempo aveva già recuperato le sue nasse, mostrò a Corallina alcune anguille e pacatamente disse: «Corallina io sto solo pescando; non l’ho nemmeno sfiorato il tuo barchetto, stai tranquilla, non c’è bisogno di urlare. Posso regalarti qualche anguilla? In questi giorni ne ho pescate in abbondanza a casa ne ho già un secchio; ormai non le compra più nessuno, in giro non c’è una lira!» Corallina non si sarebbe mai aspettata un’offerta del genere da quel mascalzone. Il sospetto si insinuò ancora di più nella sua mente; perché mai Giunco era diventato altruista così all’improvviso? «Attenta Corallina, quello è pronto a fregarti» pensò la vecchia pescivendola. Benché Giunco fosse lo stesso Giunco di sempre il suo modo di fare quella mattina era meno brusco del solito, e questo fece allentare un po’ la tensione in Corallina. Un fritto di anguille, inoltre, era da tanto che mancava dalla sua tavola.
Le venne in mente che non lo aveva nemmeno ringraziato per averla avvertita dell’arrivo dei tedeschi il giorno di ferragosto, al mascalzone si doveva pur dar atto di aver compiuto un gesto ammirevole. Così tra lo stupore di sua figlia essa ringraziò Giunco e accettò alcune anguille che cominciarono a strisciare sull’erba del prato. «Prendo le anguille ma resto della convinzione che tu voglia qualcosa in cambio» disse la smaliziata Corallina. Per Giunco era arrivato il momento opportuno per fare la sua richiesta. Dopo un po’ di esitazione, visibilmente imbarazzato ammise: «Si è vero ho una cosa da chiederti. Sono senza benzina per la moto. Ho bussato a tutte le porte con esito negativo. Non so più a chi rivolgermi. Pensavo che agli stabilimenti cinematografici dove lavori ne avranno senz’altro e magari in abbondanza. Me ne basta poca, un paio di litri un fiasco. Capisco che quello che ti sto chiedendo non è una cosa facile, ma sei rimasta la mia ultima speranza. Te ne sarei immensamente grato. Cosa ne pensi?» Giunco chiedeva benzina a una donna che in vita sua era sempre andata in bicicletta. Tra le innumerevoli cose che le avrebbe potuto chiedere come contropartita per le anguille, quella della benzina non le sarebbe mai passata per la mente nemmeno se ci avesse pensato cent’anni.
La guerra che stava stravolgendo il paese nel modo peggiore, oltre alla paura, la fame e la miseria stava togliendo anche l’ultimo barlume di dignità alle persone. Vedere quello spilungone accomandarsi a lei per un po’ di benzina significava proprio che la situazione era più grave di quello che la povera
donna potesse immaginare. Ora Giunco le faceva compassione. Era stato uno spregiudicato concorrente, doveva convenire però che il giovane grandi cattiverie non gliene aveva mai fatte. Della lettera anonima c’era solo il sospetto che l’avesse scritta lui, ma niente di più. Alcune mattine, il mascalzone, non aveva esitato a farle dei brutti scherzi che l’avevano fatta arrabbiare di brutto,
ma alla fine era sempre lei che il pomeriggio tornava a casa con la cesta del pesce vuota. E poi il cuore: cosa vogliamo pensare del cuore di Corallina? A Marina era noto a tutti che quando c’era da aiutare il prossimo si poteva sempre contare su quella piccola donna dall’apparenza insignificante. «Va bene, vediamo cosa posso fare, domani provo a chiederla a Manetta. Se riesco ad averla ti
faccio avvertire» disse Corallina mentre portava le anguille in cucina.
VII
Con la fine di agosto sembrava che i bombardamenti degli alleati si fossero particolarmente concentrati sulla città. Non c’era quartiere che fosse stato risparmiato. Solo il perimetro della zona di Piazza dei Miracoli, grazie ai suoi secolari monumenti, era rimasto immune al disastro. Benché la maggioranza degli abitanti avessero lasciato da tempo la città per la campagna o la periferia,
i morti e i dispersi si contavano a centinaia. La città era un’impressionante ammasso di macerie. Il 31 agosto, la giornata era limpida, l’estate continuava con le sue temperature elevate. Il mare senza vento era un’immenso tappeto azzurro che sembrava estendersi all’infinito. Nei periodi normali i marinasi non avrebbero perso l’occasione per ritrovarsi sugli scogli delle dighe frangiflutti, lungo la passeggiata o sulle spiagge della vicina Tirrenia.
«Bimba, Manetta, il guardiano degli stabilimenti, mi ha procurato due fiaschi di benzina. Vai da Giunco e avvertilo. Quel mascalzone sarà al bar, è sempre lì». Per Corallina il povero Giunco sarebbe rimasto comunque il mascalzone. «Non ti ci trastullare altrimenti si monta la testa». disse alla figlia. Come aveva previsto la madre, Adriana trovò Giunco al bar seduto ad un tavolo seminascosto dal banco pasticceria. Sembrava intento a leggere un vecchio numero della Domenica del Corriere. Adriana gli si avvicinò quel tanto che bastava per sussurrargli che sua madre aveva la benzina. Uscendo dal locale la ragazza non poté fare a meno di essere seguita dai lazzi dei soliti riformati deficienti. Mezz’ora dopo Giunco era alla baracca sull’Arno.
Trovò Corallina intenta a rinforzare l’attracco del barchetto che dopo il passaggio dei tedeschi non aveva più spostato dal canneto. Effettuò l’operazione con calma, poi quando ebbe finito rivolta a Giunco disse: «Manetta mi ha dato la benzina. Gli ho detto che era per me. Lo conosco da quando è nato, mi vuole bene. Non so come abbia fatto ma a casa ne ho due fiaschi». Giunco non stava più nei suoi panni. «Corallina ti prego dammene almeno uno» Le chiese Giunco implorante. Corallina non rispose subito, non le dispiaceva tenerlo sulle spine. Vedendolo umiliarsi si stava ripagando delle cattiverie che il mascalzone l’aveva costretta a subire quando entrambi vendevano il pesce. Poi Corallina disse: «Io ti do un fiasco di benzina a patto che tu mi porti a Pisa con la tua moto, devo andare a trovare mia figlia Maria. Cosa ne pensi? Io lo considero un buon affare. Al ritorno ti darò anche il secondo fiasco». Giunco pur di avere la benzina l’avrebbe condotta in capo al mondo. «Va bene Corallina accetto!» rispose senza un secondo di esitazione. Corallina entrò in casa, prese
il fiasco con la benzina e prima di consegnarglielo precisò: «Sono le nove ti aspetto qui tra mezz’ora con la moto e partiamo per Pisa». Alle nove e mezza in punto Corallina era pronta sulla soglia di casa e con la figlia aspettavano lo spilungone che non arrivava. Giunco non si vedeva.
«Ti garantisco che se tra cinque minuti non è qui, vado io a cercarlo, quel farabutto! È capace di tenersi la benzina e andare per i cavoli suoi !» disse Corallina infastidita dal ritardo. I cinque minuti erano appena trascorsi quando le due donne videro arrivare a tutta velocità Giunco con la moto. Con una brusca frenata egli si fermò a pochi metri dalla baracca. Era quasi irriconoscibile; portava in testa una cuffia di pelle nera fermata sotto il mento e un paio di occhialoni con la bordatura di gomma e metallo che gli nascondevano la faccia. «Giunco come ti sei conciato, non ti riconoscevo più» disse Adriana. «Gli occhiali e il casco me li ha regalati insieme alla moto la vedova di Gino. Mi dispiace sono in ritardo ma il motore non voleva partire, il serbatoio era rimasto asciutto per troppo tempo». disse Giunco, scusandosi dopo aver notato l’espressione infastidita di Corallina. Adriana cercò di aiutare sua madre a sistemarsi nel carrozzino della moto.
La povera donna, titubante, una volta entrata nel ristretto spazio del sidecar, non sembrava più tanto sicura di aver avuto una buona idea nel chiedere a Giunco di portarla a Pisa. Un leggero tremore le pervadeva tutto il corpo, il volto impallidito aveva perso il colore naturale evidenziando piccole macchie scure sulla pelle. «No! Giunco fammi scendere, ho troppa paura, sto male!» Implorò Corallina cercando di alzarsi dal seggiolino. Dopo averla fatta scendere Giunco e Adriana l’aiutarono a sedere su uno sgabello a portata di mano e le fecero bere un sorso d’acqua. Messi i piedi a terra Corallina si riprese rapidamente. Il malessere le era appena passato e già stava suggerendo a Giunco la sua nuova idea. «Da una settimana sono senza notizie della famiglia di quella sciagurata di mia figlia Maria. Devo sapere come stanno e perché non lasciano il “Chiassetto”. È pericoloso restare laggiù. Gli sfollati descrivono Pisa come una città in agonia, completamente distrutta, qualcuno deve andare a controllare perché non vengono. Andata voi due, porta con te Adriana e tornate subito indietro».
Alternativa che il mascalzone accettò volentieri. Fare il viaggio con la figlia sarebbe stato più piacevole che farlo con la madre. «Non metterti in testa di fare lo stupido con la bimba, lo sai cosa sono capace di fare se fai il coglione». Corallina ci tenne a ricordargli la sua vecchia minaccia. Adriana salì nel sidecar, si sistemò un grande fazzoletto in testa che legò accuratamente affinché il vento non le scompigliasse i capelli, e partì con Giunco. Se lo avessero visto quei disgraziati del circolo con una ragazza sulla moto sarebbero crepati d’invidia. Poter sostare anche un paio di minuti davanti al bar gli sarebbe piaciuto da morire, ma non c’era più tempo da perdere, ormai erano già sul viale. Giunco avrebbe voluto che quel viaggio non finisse mai. Per non impaurire Adriana teneva un’andatura lenta, si sentiva appagato, e nello stesso tempo responsabile dell’incolumità della ragazza che ogni tanto gli si rivolgeva sorridendogli.
Avevano appena superato la curva delle tre buche quando udirono le sirene d’allarme. «Cosa facciamo Adriana?» chiese Giunco. «Siamo già oltre metà strada, fra cinque minuti siamo al “Chiassetto”, ci sta che sia un falso allarme, continuiamo». rispose Adriana. Non era un falso allarme, poco dopo percepirono, sempre più vicino, il rombo degli aerei seguito dai primi scoppi delle bombe che colpivano la città. Deviando per la via Livornese arrivarono al quartiere di Porta a Mare. «Laggiù, in quel palazzo in fondo alla strada, abita mia sorella. Saranno già tutti nel sottoscala. Fai presto, cerchiamo di raggiungerli». disse Adriana impaurita. Giunco parcheggiò la moto all’ingresso
del palazzo e insieme corsero verso la porta del sottoscala dove effettivamente c’erano già delle persone. Il bombardamento sembrava concentrato sulla zona dell’aeroporto.
«Sei Adriana la figlia di Corallina? Se cerchi tua sorella non è qui, ho visto che hanno lasciato il “Chiassetto” stamani molto presto. Venivano da voi a Marina:» Quella che aveva parlato era la Palmira, una vecchia amica di sua madre che conosceva bene la famiglia. La signora Palmira teneva sulle ginocchia un borsone sgualcito nel quale aveva raccolto le poche cose di valore a cui teneva. «Strano non abbiamo incontrato nessuno lungo il viale» disse Adriana. «Sono partiti con due biciclette cariche di roba, Maria mi ha detto che sarebbero passati dai campi di San Piero», precisò la Palmira. «Oggi la vedo brutta, senti che terremoto là fuori. Anche qui non siamo più sicuri. Io dovrei andarmene dai miei parenti a Navacchio ma sono rimasta sola e non so come fare. Venite accomodatevi accanto a me, speriamo che passi presto. Chissà quanta gente creperà oggi». La signora Palmira che era seduta su una panca in fondo all’angusto locale con sorprendente agilità fece posto ai due giovani. Aveva superato la settantina e forse il fatto di essere su con l’età l’aveva resa un po’ incosciente.
Nel precario rifugio, a differenza delle altre persone, sembrava non rendersi conto del pericolo che stavano correndo. Ora le bombe cadevano sempre più vicine, colpivano le fabbriche lungo il fosso dei Navicelli senza risparmiare le case. Una bomba sventrò un palazzo poco distante e le cui macerie arrivarono fino ad ostruire parzialmente la porta dello scantinato. Quando dal soffitto caddero grossi pezzi di intonaco tra i rifugiati si cominciarono a udire pianti, urla e preghiere. Benché avesse anche lui una gran paura Giunco cercava di far coraggio a Adriana. Terrorizzata dalle deflagrazioni, tremante come una foglia, essa cercava protezione avvinghiandosi a lui con tutto il corpo. C’erano volute le bombe affinché tutto ciò fosse potuto accadere. Guai se Corallina lo avesse saputo. Non avrebbe certamente capito, e allora povero Giunco ne avrebbe pagato le conseguenze. Il giovane si gustò ancora per qualche minuto quella piacevole sensazione finché la ragione ebbe il sopravvento. «Adriana non possiamo restare chiusi qui, è pericoloso! Questo non è un rifugio, manca anche l’aria…se una bomba cade sul palazzo facciamo la fine del topo. Usciamo all’aperto, cerchiamo di arrivare all’argine del fiume, lì saremo senz’altro più sicuri». disse Giunco, dopo che un pezzo di intonaco più grosso degli altri lo aveva colpito alla testa. Adriana sembrava titubante ma seguì Giunco che si era diretto all’uscita del sottoscala.
Aspettami qui, vado fuori a vedere se la moto è sempre dove l’abbiamo lasciata» disse il giovane aprendo con difficoltà la porta per poi sparire in una nuvola di polvere. Per Adriana i minuti che trascorsero in attesa del ritorno di Giunco sembrarono interminabili. «Chissà dov’è andato, che sia fuggito da solo?» Pensò. Giunco poteva avere tutti i difetti del mondo ma in questo caso non sarebbe mai stato capace di una vigliaccata del genere. l laceranti sibili dei micidiali ordigni che cadevano ormai sempre più vicini e i boati delle deflagrazioni avevano ammutolito la gente e nel sottoscala ora c’era solo un rassegnato silenzio rotto da qualche urlo di disperazione quando la bomba cadeva nella vicinanze. Giunco tornò. Era irriconoscibile, la polvere lo aveva ricoperto da capo ai piedi. «La moto è sparita. Non credo che l’abbiano rubata, lo spostamento d’aria deve averla fatta volare nel fosso. Il canale è pieno di macerie e roba di ogni genere. Mi sembra di aver visto anche dei morti. Adriana dobbiamo raggiungere la l’Arno alla svelta». disse Giunco mentre con il fazzoletto che gli aveva dato la ragazza tentava di pulirsi il viso. Decisero di uscire e tenendosi per mano presero a correre verso la via Livornese dove videro frantumarsi al suolo le due ciminiere della vicina fabbrica. Oltrepassarono
con difficoltà un’enorme cumulo di macerie e voltarono a destra per una stradina secondaria che conduceva al fiume.
Un grande cratere in mezzo alla strada ostacolò la loro corsa, lo aggirarono con difficoltà poi, ansanti, per riprendere un po’ di fiato, decisero di fermarsi al ridosso del tronco di un enorme tiglio centenario. Ora dovevano solo aspettare il momento giusto per attraversare il viale, la golena d’Arno era a pochi metri. Quel giorno sembrava che tutte le bombe del mondo avessero deciso di cadere su Porta a Mare. A Pisa non ci si ricordava di un bombardamento così intenso e di lunga durata. Al riparo del loro albero i due giovani potevano vedere le bombe che cadendo e scoppiando nel fiume alzavano altissime colonne d’acqua. Sulla sponda opposta, in piena campagna, un denso fumo nero si alzava dalla case coloniche colpite e dai depositi di fieno incendiati. All’aperto benché non avessero raggiunto la golena, Giunco si sentiva più sicuro. Non si erano ancora ripresi dall’affanno ma erano giovani e presto avrebbero recuperato l’energia necessaria.«Ma guarda che casino, chi l’avrebbe mai detto che io e te ci si dovesse trovare a Pisa in mezzo ad un bombardamento di queste dimensioni» disse Giunco, accompagnando le parole con un sorriso che voleva essere di incoraggiamento per Adriana. «Non aver paura ce la caveremo». Poi con un gesto affettuoso che nessuno si sarebbe aspettato da quel ruvido ragazzo, abbracciò teneramente Adriana che lo lasciò fare. Seguì una piccola tregua, sembrava che anche l’ultina bomba fosse stata sganciata, ma si erano illusi. Un’ulteriore ondata di fortezze volanti ripassò sulla città con il suo micidiale carico. Giunco prese la sua decisione. «Ancora pochi metri. Dai Adriana cerchiamo di salvare la pelle!» Non fu così. Per i due giovani il destino aveva deciso diversamente. Il 31 agosto del ’43 i Pisani lo ricorderanno sempre per il giorno peggiore di tutta la guerra.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google