Sicurezza
La "Corallina" di Luciano Pagni
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Luciano Pagni
PISA – 31 Agosto 1943
“Corallina”
Ogni mattina alle sei in punto, dal martedì al sabato festivi esclusi l’unica donna che si poteva vedere in giro per le vie di Marina di Pisa era Corallina. Nel ’43, benché avesse superato la cinquantina gli operai dello stabilimento FIAT che rientravano all’alba dopo il turno di notte la vedevano pedalare su una vecchia bicicletta e con inusitato vigore dirigersi verso Pisa. A Pisa si sarebbe fornita di pesce per il suo commercio ambulante. Questo ormai avveniva da molti anni, salvo rare accezioni. Corallina vendeva muggini e anguille ai quartieri popolari e alle case dei contadini sparse lungo la strada che da Marina di Pisa porta fino al Calabrone ed oltre. Anche se il duro lavoro, la fatica e gli anni avevano iniziato a deformarle l’esile fisico, restava ancora una donna sana e piena di energia. La sua altezza non superava un metro e sessanta, ma la forza che sprigionava dal suo corpo minuto e la vitalità profusa nel competere con gli uomini lasciavano di stucco i rudi grossisti che trattavano con lei il prezzo del pesce.
Era molto raro che chiedesse l’aiuto di qualcuno. Non comprava mai grandi quantità di pesce, la solita cassetta di muggini, di misto e anguille era più che sufficiente. Ai suoi clienti, tutta gente povera, sarebbe stato inutile proporre orate o branzini, lei sapeva benissimo che le loro tasche non glielo avrebbero permesso. I commercianti le volevano bene, spesso si divertivano con lei e non le risparmiavano battute spiritose, come: «Corallina se avevi trent’anni di meno sai che faville! Corallina mi vuoi rovinare! Corallina anch’io ho famiglia, il mare era mosso, stamani tutto è più caro» alla fine era sempre il sensale di turno a dover far finta di cedere al prezzo da lei imposto. Allora sorridente, orgogliosa del risultato, essa sistemava con cura il pesce in una cesta di vimini dove preventivamente aveva steso una base di foglie verdi e in fretta partiva per il suo giro. «I contadini si alzano presto» Era il suo pensiero fisso.
Doveva arrivare alle case prima che le massaie avessero deciso cosa preparare per il pranzo o la cena. Alla sua bicicletta erano stati sistemati due porta pacchi: sull’anteriore esponeva il pesce, sul posteriore teneva la “stadera” per pesarlo e un pacco di vecchi giornali per incartarlo. Vederla in precario equilibrio sulle due ruote e saperla in giro per tutta la giornata, allarmava i suoi familiari. Gran parte delle strade che percorreva erano solo dei viottoli sterrati, non erano mancate le volte in cui la povera donna si fosse trovata in qualche fossa insieme alla bicicletta e al pesce. In ogni caso, anche se contusa, si potevano contare sulla punta delle dita i casi in cui Corallina era tornata a casa con dei pesci invenduti.
La sua ostinazione veniva sempre premiata. Accadeva che, alla fine di una giornata sfortunata, i contadini senza un soldo, scambiassero per i muggini, con l’occhio ormai spento, uova, verdura, pane di grano o mezzo pollo. Molto di rado, e solo a persone di cui si fidava, faceva credito. Corallina non aveva molta dimestichezza con la scrittura e spesso non conosceva nemmeno il nome delle persone alle quali faceva credito. Per tenere in evidenza quelli che dovevano pagarla, annotava semplicemente un pezzo di carta gialla alcuni riferimenti relativi alle loro abitazioni, ad esempio: cancello verde, recinto con capra, albero morto e così via. Se qualcuno ignorava il debito era lei, dopo un paio di giorni, a ricordarglielo. A volto ben proporzionato che esprimeva simpatia, i piccoli occhietti vispi, e il sorriso accattivante erano tutti attributi che l’aiutavano nel suo commercio. I capelli appena imbiancati, fermati per comodità dietro la nuca, Corallina li copriva con un grande fazzoletto che annodava sotto il mento. Sia in inverno che in estate essa era costretta a calzare sandali aperti e senza calze perché le malformazioni che aveva ai piedi, causandole dolore, le avrebbero impedito di svolgere il suo già difficile lavoro. Quando la sera tornava a casa, le calzature, il fazzoletto in testa e il grembiule da pescivendola erano le prime cose che si toglieva, poi si recava alla fontanella in giardino, dove con acqua e sapone da bucato cercava di togliersi di dosso il cattivo odore del pesce.
Corallina aveva due figlie. Maria, la più grande, ormai sposata, viveva a Pisa nel quartiere di Porta a Mare. La seconda, Adriana, che chiamava la bimba, stava con lei. La bimba che aveva compiuto venticinque anni ed era ancora nubile faceva la commessa in un panificio di Marina. Le due donne abitavano in una comoda baracca di legno in riva all’Arno, non lontana dalla foce. La sera, dopo una cena semplice e veloce, Corallina, faceva il resoconto della sua giornata, e aiutata dalla figlia cercavano di mettere in ordine i conti.
Quando i conti tornavano e il guadagno era evidente, essa riponeva il denaro in una busta cerata che nascondeva in un posto sicuro, poi, rivolta alla ragazza ripeteva le parole che Adriana avrebbe udito per la centesima volta: «Vedi bimba, vorrei comprare anche a te una casa come ho comprato a tua sorella, ma la vorrei qui a Marina. Non ci manca molto, ho messo gli occhi su una casetta lungo mare che farebbe proprio al caso nostro». L’umore di Corallina, anche dopo una giornata stressante e faticosa, era sempre sereno. Come entrava in casa cercava di dimenticare le arrabbiature della giornata. Prima di coricarsi, madre e figlia, ascoltavano per qualche minuto la radio che, tra bollettini di guerra e proclami di vittorie fasciste, diffondevano canzoni alla moda.
II
Nel suo lavoro Corallina aveva un concorrente, Geppo Marocchi, detto Giunco. Anche lui vendeva il pesce usando i mezzi di Corallina. Geppo era uno spilungone, di trent’anni alto quasi due metri, tanto magro che in estate, quando indossava le sue logore magliette, gli si intravedevano le ossa. Era conosciuto anche col nomignolo di “rosso” per i suoi capelli color carota, che portava tagliati a spazzola. Il volto pieno di efelidi irritate dal sole e gli occhi troppo vicini al naso contribuivano a dargli un aspetto da persona poco intelligente. Lugubre, incontrarlo al buio faceva impressione. Da quando Corallina lo aveva minacciato di dargli una coltellata se avesse continuato ad importunare sua figlia, Giunco se l’era presa e dal quel momento il suo livore lo scaricava tutto contro di lei. Non lasciava passare giorno senza importunarla.
Niente di grave a dire il vero, ma cominciava fin dal mattino ad intromettersi nelle sue trattative con i commercianti. Una volta le aveva fatto sparire la sella della bicicletta e non di rado le sgonfiava le gomme delle ruote. Facendo ciò cercava di arrivare per primo alle case popolari. Fondamentalmente Giunco non era un cattivo ragazzo i vecchi marinasi che conoscevano la sua storia gli volevano bene, per lui era doverosa un po’ di comprensione.
A soli cinque anni egli era rimasto orfano. Il padre pescatore di professione fu sorpreso in mare da una tremenda burrasca, stava rientrando in Arno quando un’onda anomala gli capovolse la barca. Il suo corpo fu restituito dal fiume tre giorni dopo. Pochi mesi dopo la madre, logorata da una malattia incurabile, lo aveva seguito. Non avendo parenti Giunco fu messo d’autorità in orfanotrofio a Pisa. Il ragazzo aveva trascorso la sua adolescenza tra continui maltrattamenti che avevano lasciato il segno. Era evidente che nel suo comportamento egli si portasse ancora dietro i postumi di quegl’anni pieni di amarezze e soprusi. Raggiunti i quindici anni gli fu trovato un lavoro come garzone di stalla in una fattoria di San Rossore con garanzia di vitto e alloggio.
Di lui non si era saputo più nulla finché un giorno riapparve a Marina dove iniziò la sua attività di venditore ambulante. Tra i difetti più evidenti di Giunco spiccavano la mancanza di spirito e la velata ipocrisia. Con gli adulti era timoroso e viscido. Al bar del Circolo dei Canottieri era lo zimbello dei giovanotti i quali non perdevano occasione per burlarsi di lui, facendoli ogni sorta di scherzo. Con l’inerme Corallina, Giunco faceva lo spaccone. La povera donna era diventata il suo obiettivo preferito: il massimo era stato raggiunto quando Giunco le scrisse una lettera anonima e gliela inserì sotto la porta della baracca.
Quando la sera Corallina tornò a casa trovò la figlia piangente con la lettera in mano. Era una convocazione urgente dei carabinieri. Corallina non perse tempo, anche se era molto stanca, in pochi minuti si presentò al portone della caserma e farfugliando parole sconnesse, mostrò la lettera al primo carabiniere che incontrò. Quando i carabinieri l’ebbero rassicurata che non c’era niente contro di lei, e che la lettera non era altro che uno scherzo di cattivo gusto di qualche fannullone, l’accompagnarono a casa con la loro camionetta.
III
I bombardamenti degli alleati, che fino a quel momento non erano mai stati intensi, negli ultimi giorni avevano iniziato a colpire Pisa con più frequenza, distruggendo ponti, interi palazzi e causando numerose vittime. Corallina era in ansia per i suoi cari rimasti in città. La prima domenica di agosto, incurante del pericolo, prese la bicicletta e decise di recarsi a Pisa.
Voleva convincere sua figlia a trasferirsi da lei nella più sicura baracca alla foce dell’Arno. Ricevuta da Maria la promessa che se la situazione fosse peggiorata non avrebbe esitato ad accettare il suo invito, Corallina, più serena, riprese a pedalare questa volta verso San Giuliano dove abitava sua sorella. Dopo aver rinnovato l’invito anche a quella famiglia, nel primo pomeriggio, con il sole che arroventava l’asfalto, iniziò il suo viaggio di ritorno verso Marina. Aveva appena percorso pochi chilometri quando sulla via del Brennero incappò in una colonna di camion militari carichi di truppe tedesche che lentamente si stavano trasferendo a nord.
Alcune pattuglie di motociclisti, armi alla mano, e con modi bruschi fermavano lo scarso traffico civile così che anche lei fu costretta a fermarsi ai bordi della strada. Con la certezza che la sosta non sarebbe stata breve, in attesa di riprendere la via di casa e ripararsi dal sole, Corallina cercò un pò di refrigerio sistemandosi all’ombra di un enorme platano ai margini della carreggiata. Tutto sommato quella sosta poteva essere anche piacevole, dato che la stanchezza cominciava a farsi sentire e i chilometri da fare erano ancora tanti.
Per tutta la vita Corallina era vissuta in riva al mare ora, in una limpida giornata di piena estate, le capitava la rara occasione per godersi la serenità della campagna. Poteva ammirare i campi dorati che si estendevano fino a lambire le montagne dell’Appennino di Agnano, ascoltare i lievi rumori provenienti dalle case coloniche, il frinire delle cicale, seguire il frenetico volteggiare delle rondini che volavano basse sui covoni di grano appena falciato. Sfortuna volle che quella piacevole sensazione durasse poco, perché di lì a qualche minuto scoppiò il finimondo. Appena i militari sui camion percepirono il rumore degli aerei a bassa quota, abbandonarono i loro automezzi e si buttarono precipitosamente nelle fosse che costeggiavano la strada. Immediatamente micidiali colpi di mitraglia sparati dai caccia alleati si susseguirono ininterrotti.
I primi ad incendiarsi furono i camion cisterna in coda alla colonna, che esplosero appiccando il fuoco agli altri veicoli vicini. Alla fine del raid aereo i colpi avevano fatto strage anche di uomini, e lungo le fosse c’erano una gran quantità di soldati morti e di feriti che chiedevano di essere aiutati. Corallina, protetta dal suo platano, era rimasta illesa; solo ad un braccio aveva riportato una lieve ferita, causata dalla caduta di un grosso ramo tranciato dai colpi di mitraglia.
Quando finalmente al tramonto essa arrivò a casa, corse subito in camera sua e, delirante si gettò sul letto senza dire una parola. Il suo strano comportamento, l’espressione allucinata dipinta sul volto e il vestito insanguinato, sconvolsero la povera Adriana che scoppiò in una convulsa crisi di pianto. Ci volle una buona mezz’ora prima che Corallina si riprendesse e con calma raccontasse tutto alla figlia descrivendole nei minimi particolari la sua drammatica esperienza. Una volta terminata l’incursione aerea sulla via del Brennero, immobilizzata dalla paura, essa aveva continuato a restare nascosta dietro il suo albero. Il fumo denso che avvolgeva la zona non la lasciava respirare, la ferita al braccio sanguinava ma non sentiva alcun dolore.
Dalle fosse, tra la grande confusione, si levavano i lamenti dei feriti e i secchi ordini in tedesco degli ufficiali che con i superstiti tentavano di organizzare i primi soccorsi. Quando finalmente cercò di muoversi Corallina si accorse che vicino a lei c’era il corpo esanime di un militare. Lì per lì la cosa la impressionò, ma quando vide che il poveretto altri non era che un giovinetto imberbe, ferito gravemente ma ancora vivo, si fece coraggio e cercò di aiutarlo.
Il soldato era giovanissimo, respirava a fatica. Come prima cosa Corallina gli tolse l’elmetto e rapidamente con il fazzoletto che portava in testa cercò di tamponargli il sangue che gli colava copioso da una brutta ferita alla fronte. Gli tenne amorevolmente la testa sollevata sul suo grembo finché due tedeschi, con la barella, lo portarono verso l’ambulanza già stracolma di feriti. La via del Brennero, invasa dai rottami degli automezzi, era praticamente bloccata. Per tornare a casa Corallina fu costretta ad attraversare tutta la campagna e fermarsi ogni tanto per chiedere un bicchiere d’acqua nelle case coloniche.
IV
Giunco, il concorrente di Corallina, nel frattempo si era fatto la moto. Aveva avuto un colpo di fortuna. Gino il meccanico, prima di partire per il fronte russo, da cui non sarebbe più tornato, aveva un’officina dietro la stazioncina del trammino. La sua vedova, con l’intenzione di affittare agli sfollati il fondo ormai in disuso aveva proposto a Giunco, che se le avesse reso agibile il locale gli avrebbe regalato la vecchia moto Guzzi del marito sidecar compreso. Giunco non se lo fece dire due volte e nel giro di tre giorni svuotò l’officina ammucchiando in un campo vicino tutto il materiale inutilizzato. Il giovane era al settimo cielo. La mattina, caricava il pesce sul carrozzino della moto e con il nuovo mezzo a disposizione arrivava dai clienti prima di Corallina. Il pomeriggio con la sua moto fiammante invece scorrazzava per il paese invidiato dai giovanotti. Quando la benzina divenne introvabile dovette accontentarsi di tenere la motocicletta lucida, parcheggiata in cucina, e ammirarla in silenzio.
Le conseguenze della guerra stavano creando notevoli problemi a tutti i marinesi. La miseria e le difficoltà per approvvigionarsi di cibo erano evidenti.
Corallina aveva visto diminuire i suoi affari. I pescatori uscivano in mare di rado per paura degli aerei e la mattina il pesce era sempre più scarso: Molti capi famiglia erano sotto le armi e la gente non disponeva più di denaro; quel poco rimasto si cercava di spenderlo per comprare pane, farina e patate. I muggini stavano diventando un cibo di lusso. In un momento di sconforto Corallina pensò di procurarsi e vendere il pesce a Livorno.
L’idea era così insensata che quando la notizia si sparse tra i vicini delle baracche in molti si mossero per farla desistere. Ci volle il deciso intervento del prete chiamato da Adriana affinché si convincesse a non affrontare i pericoli che avrebbe corso. Anche Livorno era sotto intensi bombardamenti. Corallina, che non era una sciocca, convenne che sprecare tanta fatica, senza la sicurezza di portare a casa nemmeno una lira, non ne valeva la pena. A malincuore, in attesa di tempi migliori, si prese un periodo di riposo e sospese l’attività. Non avendo più il lavoro le sue giornate erano diventare troppo lunghe. Fin dal primo mattino era sempre sola in casa perché sua figlia andava al panificio. Solo quando il forno fu costretto a chiudere per mancanza di farina, madre e figlia, non abituate a stare inerti dedicarono parte del loro tempo a fare i piccoli lavori necessari alla loro baracca.
In paese s’incontravano solo donne che si lamentavano di non aver più lo stretto necessario per far mangiare i loro figli. Qualcosa si doveva pur fare, così Corallina organizzò un gruppo di mamme che con coraggio presero la decisione di recarsi alla Casa del fascio per chiedere un aiuto. Forse sbagliarono l’ora o il giorno, fatto sta che non ebbero fortuna. Infatti, l’unica persona che trovarono seduto dietro ad una enorme scrivania era un vecchio fascista guercio, con una benda scura su un occhio e una lunga barba bianca che gli conferivano un aspetto sinistro.
In bella evidenza, sulla sua camicia nera, gli spiccavano almeno una decina di medaglie e nastrini militari. Alle richieste delle donne il vecchio non dette altro che risposte boriose di propaganda fascista. Corallina che per prima era entrata nella stanza e quindi si trovava più vicina alla scrivania si fece coraggio e intervenne: «Vede eccellenza, le vittorie del Duce non sfamano i nostri figli, le famiglie di queste donne, per volere di Mussolini, hanno gli uomini al fronte, se esse sono qui è perché sono alla disperazione». Il vecchio si alzò in piedi, sbatté con inusitata forza un pugno sulla scrivania che impaurì il gruppo delle poverette e rosso in faccia urlò: «Prima di tutto non chiamatemi eccellenza! In secondo luogo dovreste essere orgogliose dei vostri uomini che sono stati chiamati a difendere la patria. Potessi farlo io....quest’occhio lo perso nella prima guerra mondiale, solo per questo mi trovate qui! Dopo la vittoria verrete a ringraziarmi per l’abbondanza della quale godrete». Corallina, per niente impressionata, aveva riconosciuto nel guercio il proprietario di una villa lussuosa nel verde della pineta di Tirrenia.
Quando vendeva il pesce qualche volta si era presentata al cancello di quella villa per tentare di offrire la sua merce. La donna di servizio e la sguattera, due spilorce che facevano spudoratamente l’interesse del padrone, non le avevano mai permesso di superare la soglia di casa. Anche se pioveva trattavano con lei il prezzo del pesce restando sotto il portico antistante l’ingresso. In alcune occasioni Corallina aveva visto arrivare un contadino che con un piccolo barroccio portava in quella casa cesti di verdura, frutta, sacchi di farina e qualche coscio d’agnello. All’arrivo del contadino le due donne di servizio si affrettavano ad indirizzarlo verso l’ingresso secondario sul retro del fabbricato.
PISA – 31 Agosto 1943
“Corallina”
Ogni mattina alle sei in punto, dal martedì al sabato festivi esclusi l’unica donna che si poteva vedere in giro per le vie di Marina di Pisa era Corallina. Nel ’43, benché avesse superato la cinquantina gli operai dello stabilimento FIAT che rientravano all’alba dopo il turno di notte la vedevano pedalare su una vecchia bicicletta e con inusitato vigore dirigersi verso Pisa. A Pisa si sarebbe fornita di pesce per il suo commercio ambulante. Questo ormai avveniva da molti anni, salvo rare accezioni. Corallina vendeva muggini e anguille ai quartieri popolari e alle case dei contadini sparse lungo la strada che da Marina di Pisa porta fino al Calabrone ed oltre. Anche se il duro lavoro, la fatica e gli anni avevano iniziato a deformarle l’esile fisico, restava ancora una donna sana e piena di energia. La sua altezza non superava un metro e sessanta, ma la forza che sprigionava dal suo corpo minuto e la vitalità profusa nel competere con gli uomini lasciavano di stucco i rudi grossisti che trattavano con lei il prezzo del pesce.
Era molto raro che chiedesse l’aiuto di qualcuno. Non comprava mai grandi quantità di pesce, la solita cassetta di muggini, di misto e anguille era più che sufficiente. Ai suoi clienti, tutta gente povera, sarebbe stato inutile proporre orate o branzini, lei sapeva benissimo che le loro tasche non glielo avrebbero permesso. I commercianti le volevano bene, spesso si divertivano con lei e non le risparmiavano battute spiritose, come: «Corallina se avevi trent’anni di meno sai che faville! Corallina mi vuoi rovinare! Corallina anch’io ho famiglia, il mare era mosso, stamani tutto è più caro» alla fine era sempre il sensale di turno a dover far finta di cedere al prezzo da lei imposto. Allora sorridente, orgogliosa del risultato, essa sistemava con cura il pesce in una cesta di vimini dove preventivamente aveva steso una base di foglie verdi e in fretta partiva per il suo giro. «I contadini si alzano presto» Era il suo pensiero fisso.
Doveva arrivare alle case prima che le massaie avessero deciso cosa preparare per il pranzo o la cena. Alla sua bicicletta erano stati sistemati due porta pacchi: sull’anteriore esponeva il pesce, sul posteriore teneva la “stadera” per pesarlo e un pacco di vecchi giornali per incartarlo. Vederla in precario equilibrio sulle due ruote e saperla in giro per tutta la giornata, allarmava i suoi familiari. Gran parte delle strade che percorreva erano solo dei viottoli sterrati, non erano mancate le volte in cui la povera donna si fosse trovata in qualche fossa insieme alla bicicletta e al pesce. In ogni caso, anche se contusa, si potevano contare sulla punta delle dita i casi in cui Corallina era tornata a casa con dei pesci invenduti.
La sua ostinazione veniva sempre premiata. Accadeva che, alla fine di una giornata sfortunata, i contadini senza un soldo, scambiassero per i muggini, con l’occhio ormai spento, uova, verdura, pane di grano o mezzo pollo. Molto di rado, e solo a persone di cui si fidava, faceva credito. Corallina non aveva molta dimestichezza con la scrittura e spesso non conosceva nemmeno il nome delle persone alle quali faceva credito. Per tenere in evidenza quelli che dovevano pagarla, annotava semplicemente un pezzo di carta gialla alcuni riferimenti relativi alle loro abitazioni, ad esempio: cancello verde, recinto con capra, albero morto e così via. Se qualcuno ignorava il debito era lei, dopo un paio di giorni, a ricordarglielo. A volto ben proporzionato che esprimeva simpatia, i piccoli occhietti vispi, e il sorriso accattivante erano tutti attributi che l’aiutavano nel suo commercio. I capelli appena imbiancati, fermati per comodità dietro la nuca, Corallina li copriva con un grande fazzoletto che annodava sotto il mento. Sia in inverno che in estate essa era costretta a calzare sandali aperti e senza calze perché le malformazioni che aveva ai piedi, causandole dolore, le avrebbero impedito di svolgere il suo già difficile lavoro. Quando la sera tornava a casa, le calzature, il fazzoletto in testa e il grembiule da pescivendola erano le prime cose che si toglieva, poi si recava alla fontanella in giardino, dove con acqua e sapone da bucato cercava di togliersi di dosso il cattivo odore del pesce.
Corallina aveva due figlie. Maria, la più grande, ormai sposata, viveva a Pisa nel quartiere di Porta a Mare. La seconda, Adriana, che chiamava la bimba, stava con lei. La bimba che aveva compiuto venticinque anni ed era ancora nubile faceva la commessa in un panificio di Marina. Le due donne abitavano in una comoda baracca di legno in riva all’Arno, non lontana dalla foce. La sera, dopo una cena semplice e veloce, Corallina, faceva il resoconto della sua giornata, e aiutata dalla figlia cercavano di mettere in ordine i conti.
Quando i conti tornavano e il guadagno era evidente, essa riponeva il denaro in una busta cerata che nascondeva in un posto sicuro, poi, rivolta alla ragazza ripeteva le parole che Adriana avrebbe udito per la centesima volta: «Vedi bimba, vorrei comprare anche a te una casa come ho comprato a tua sorella, ma la vorrei qui a Marina. Non ci manca molto, ho messo gli occhi su una casetta lungo mare che farebbe proprio al caso nostro». L’umore di Corallina, anche dopo una giornata stressante e faticosa, era sempre sereno. Come entrava in casa cercava di dimenticare le arrabbiature della giornata. Prima di coricarsi, madre e figlia, ascoltavano per qualche minuto la radio che, tra bollettini di guerra e proclami di vittorie fasciste, diffondevano canzoni alla moda.
II
Nel suo lavoro Corallina aveva un concorrente, Geppo Marocchi, detto Giunco. Anche lui vendeva il pesce usando i mezzi di Corallina. Geppo era uno spilungone, di trent’anni alto quasi due metri, tanto magro che in estate, quando indossava le sue logore magliette, gli si intravedevano le ossa. Era conosciuto anche col nomignolo di “rosso” per i suoi capelli color carota, che portava tagliati a spazzola. Il volto pieno di efelidi irritate dal sole e gli occhi troppo vicini al naso contribuivano a dargli un aspetto da persona poco intelligente. Lugubre, incontrarlo al buio faceva impressione. Da quando Corallina lo aveva minacciato di dargli una coltellata se avesse continuato ad importunare sua figlia, Giunco se l’era presa e dal quel momento il suo livore lo scaricava tutto contro di lei. Non lasciava passare giorno senza importunarla.
Niente di grave a dire il vero, ma cominciava fin dal mattino ad intromettersi nelle sue trattative con i commercianti. Una volta le aveva fatto sparire la sella della bicicletta e non di rado le sgonfiava le gomme delle ruote. Facendo ciò cercava di arrivare per primo alle case popolari. Fondamentalmente Giunco non era un cattivo ragazzo i vecchi marinasi che conoscevano la sua storia gli volevano bene, per lui era doverosa un po’ di comprensione.
A soli cinque anni egli era rimasto orfano. Il padre pescatore di professione fu sorpreso in mare da una tremenda burrasca, stava rientrando in Arno quando un’onda anomala gli capovolse la barca. Il suo corpo fu restituito dal fiume tre giorni dopo. Pochi mesi dopo la madre, logorata da una malattia incurabile, lo aveva seguito. Non avendo parenti Giunco fu messo d’autorità in orfanotrofio a Pisa. Il ragazzo aveva trascorso la sua adolescenza tra continui maltrattamenti che avevano lasciato il segno. Era evidente che nel suo comportamento egli si portasse ancora dietro i postumi di quegl’anni pieni di amarezze e soprusi. Raggiunti i quindici anni gli fu trovato un lavoro come garzone di stalla in una fattoria di San Rossore con garanzia di vitto e alloggio.
Di lui non si era saputo più nulla finché un giorno riapparve a Marina dove iniziò la sua attività di venditore ambulante. Tra i difetti più evidenti di Giunco spiccavano la mancanza di spirito e la velata ipocrisia. Con gli adulti era timoroso e viscido. Al bar del Circolo dei Canottieri era lo zimbello dei giovanotti i quali non perdevano occasione per burlarsi di lui, facendoli ogni sorta di scherzo. Con l’inerme Corallina, Giunco faceva lo spaccone. La povera donna era diventata il suo obiettivo preferito: il massimo era stato raggiunto quando Giunco le scrisse una lettera anonima e gliela inserì sotto la porta della baracca.
Quando la sera Corallina tornò a casa trovò la figlia piangente con la lettera in mano. Era una convocazione urgente dei carabinieri. Corallina non perse tempo, anche se era molto stanca, in pochi minuti si presentò al portone della caserma e farfugliando parole sconnesse, mostrò la lettera al primo carabiniere che incontrò. Quando i carabinieri l’ebbero rassicurata che non c’era niente contro di lei, e che la lettera non era altro che uno scherzo di cattivo gusto di qualche fannullone, l’accompagnarono a casa con la loro camionetta.
III
I bombardamenti degli alleati, che fino a quel momento non erano mai stati intensi, negli ultimi giorni avevano iniziato a colpire Pisa con più frequenza, distruggendo ponti, interi palazzi e causando numerose vittime. Corallina era in ansia per i suoi cari rimasti in città. La prima domenica di agosto, incurante del pericolo, prese la bicicletta e decise di recarsi a Pisa.
Voleva convincere sua figlia a trasferirsi da lei nella più sicura baracca alla foce dell’Arno. Ricevuta da Maria la promessa che se la situazione fosse peggiorata non avrebbe esitato ad accettare il suo invito, Corallina, più serena, riprese a pedalare questa volta verso San Giuliano dove abitava sua sorella. Dopo aver rinnovato l’invito anche a quella famiglia, nel primo pomeriggio, con il sole che arroventava l’asfalto, iniziò il suo viaggio di ritorno verso Marina. Aveva appena percorso pochi chilometri quando sulla via del Brennero incappò in una colonna di camion militari carichi di truppe tedesche che lentamente si stavano trasferendo a nord.
Alcune pattuglie di motociclisti, armi alla mano, e con modi bruschi fermavano lo scarso traffico civile così che anche lei fu costretta a fermarsi ai bordi della strada. Con la certezza che la sosta non sarebbe stata breve, in attesa di riprendere la via di casa e ripararsi dal sole, Corallina cercò un pò di refrigerio sistemandosi all’ombra di un enorme platano ai margini della carreggiata. Tutto sommato quella sosta poteva essere anche piacevole, dato che la stanchezza cominciava a farsi sentire e i chilometri da fare erano ancora tanti.
Per tutta la vita Corallina era vissuta in riva al mare ora, in una limpida giornata di piena estate, le capitava la rara occasione per godersi la serenità della campagna. Poteva ammirare i campi dorati che si estendevano fino a lambire le montagne dell’Appennino di Agnano, ascoltare i lievi rumori provenienti dalle case coloniche, il frinire delle cicale, seguire il frenetico volteggiare delle rondini che volavano basse sui covoni di grano appena falciato. Sfortuna volle che quella piacevole sensazione durasse poco, perché di lì a qualche minuto scoppiò il finimondo. Appena i militari sui camion percepirono il rumore degli aerei a bassa quota, abbandonarono i loro automezzi e si buttarono precipitosamente nelle fosse che costeggiavano la strada. Immediatamente micidiali colpi di mitraglia sparati dai caccia alleati si susseguirono ininterrotti.
I primi ad incendiarsi furono i camion cisterna in coda alla colonna, che esplosero appiccando il fuoco agli altri veicoli vicini. Alla fine del raid aereo i colpi avevano fatto strage anche di uomini, e lungo le fosse c’erano una gran quantità di soldati morti e di feriti che chiedevano di essere aiutati. Corallina, protetta dal suo platano, era rimasta illesa; solo ad un braccio aveva riportato una lieve ferita, causata dalla caduta di un grosso ramo tranciato dai colpi di mitraglia.
Quando finalmente al tramonto essa arrivò a casa, corse subito in camera sua e, delirante si gettò sul letto senza dire una parola. Il suo strano comportamento, l’espressione allucinata dipinta sul volto e il vestito insanguinato, sconvolsero la povera Adriana che scoppiò in una convulsa crisi di pianto. Ci volle una buona mezz’ora prima che Corallina si riprendesse e con calma raccontasse tutto alla figlia descrivendole nei minimi particolari la sua drammatica esperienza. Una volta terminata l’incursione aerea sulla via del Brennero, immobilizzata dalla paura, essa aveva continuato a restare nascosta dietro il suo albero. Il fumo denso che avvolgeva la zona non la lasciava respirare, la ferita al braccio sanguinava ma non sentiva alcun dolore.
Dalle fosse, tra la grande confusione, si levavano i lamenti dei feriti e i secchi ordini in tedesco degli ufficiali che con i superstiti tentavano di organizzare i primi soccorsi. Quando finalmente cercò di muoversi Corallina si accorse che vicino a lei c’era il corpo esanime di un militare. Lì per lì la cosa la impressionò, ma quando vide che il poveretto altri non era che un giovinetto imberbe, ferito gravemente ma ancora vivo, si fece coraggio e cercò di aiutarlo.
Il soldato era giovanissimo, respirava a fatica. Come prima cosa Corallina gli tolse l’elmetto e rapidamente con il fazzoletto che portava in testa cercò di tamponargli il sangue che gli colava copioso da una brutta ferita alla fronte. Gli tenne amorevolmente la testa sollevata sul suo grembo finché due tedeschi, con la barella, lo portarono verso l’ambulanza già stracolma di feriti. La via del Brennero, invasa dai rottami degli automezzi, era praticamente bloccata. Per tornare a casa Corallina fu costretta ad attraversare tutta la campagna e fermarsi ogni tanto per chiedere un bicchiere d’acqua nelle case coloniche.
IV
Giunco, il concorrente di Corallina, nel frattempo si era fatto la moto. Aveva avuto un colpo di fortuna. Gino il meccanico, prima di partire per il fronte russo, da cui non sarebbe più tornato, aveva un’officina dietro la stazioncina del trammino. La sua vedova, con l’intenzione di affittare agli sfollati il fondo ormai in disuso aveva proposto a Giunco, che se le avesse reso agibile il locale gli avrebbe regalato la vecchia moto Guzzi del marito sidecar compreso. Giunco non se lo fece dire due volte e nel giro di tre giorni svuotò l’officina ammucchiando in un campo vicino tutto il materiale inutilizzato. Il giovane era al settimo cielo. La mattina, caricava il pesce sul carrozzino della moto e con il nuovo mezzo a disposizione arrivava dai clienti prima di Corallina. Il pomeriggio con la sua moto fiammante invece scorrazzava per il paese invidiato dai giovanotti. Quando la benzina divenne introvabile dovette accontentarsi di tenere la motocicletta lucida, parcheggiata in cucina, e ammirarla in silenzio.
Le conseguenze della guerra stavano creando notevoli problemi a tutti i marinesi. La miseria e le difficoltà per approvvigionarsi di cibo erano evidenti.
Corallina aveva visto diminuire i suoi affari. I pescatori uscivano in mare di rado per paura degli aerei e la mattina il pesce era sempre più scarso: Molti capi famiglia erano sotto le armi e la gente non disponeva più di denaro; quel poco rimasto si cercava di spenderlo per comprare pane, farina e patate. I muggini stavano diventando un cibo di lusso. In un momento di sconforto Corallina pensò di procurarsi e vendere il pesce a Livorno.
L’idea era così insensata che quando la notizia si sparse tra i vicini delle baracche in molti si mossero per farla desistere. Ci volle il deciso intervento del prete chiamato da Adriana affinché si convincesse a non affrontare i pericoli che avrebbe corso. Anche Livorno era sotto intensi bombardamenti. Corallina, che non era una sciocca, convenne che sprecare tanta fatica, senza la sicurezza di portare a casa nemmeno una lira, non ne valeva la pena. A malincuore, in attesa di tempi migliori, si prese un periodo di riposo e sospese l’attività. Non avendo più il lavoro le sue giornate erano diventare troppo lunghe. Fin dal primo mattino era sempre sola in casa perché sua figlia andava al panificio. Solo quando il forno fu costretto a chiudere per mancanza di farina, madre e figlia, non abituate a stare inerti dedicarono parte del loro tempo a fare i piccoli lavori necessari alla loro baracca.
In paese s’incontravano solo donne che si lamentavano di non aver più lo stretto necessario per far mangiare i loro figli. Qualcosa si doveva pur fare, così Corallina organizzò un gruppo di mamme che con coraggio presero la decisione di recarsi alla Casa del fascio per chiedere un aiuto. Forse sbagliarono l’ora o il giorno, fatto sta che non ebbero fortuna. Infatti, l’unica persona che trovarono seduto dietro ad una enorme scrivania era un vecchio fascista guercio, con una benda scura su un occhio e una lunga barba bianca che gli conferivano un aspetto sinistro.
In bella evidenza, sulla sua camicia nera, gli spiccavano almeno una decina di medaglie e nastrini militari. Alle richieste delle donne il vecchio non dette altro che risposte boriose di propaganda fascista. Corallina che per prima era entrata nella stanza e quindi si trovava più vicina alla scrivania si fece coraggio e intervenne: «Vede eccellenza, le vittorie del Duce non sfamano i nostri figli, le famiglie di queste donne, per volere di Mussolini, hanno gli uomini al fronte, se esse sono qui è perché sono alla disperazione». Il vecchio si alzò in piedi, sbatté con inusitata forza un pugno sulla scrivania che impaurì il gruppo delle poverette e rosso in faccia urlò: «Prima di tutto non chiamatemi eccellenza! In secondo luogo dovreste essere orgogliose dei vostri uomini che sono stati chiamati a difendere la patria. Potessi farlo io....quest’occhio lo perso nella prima guerra mondiale, solo per questo mi trovate qui! Dopo la vittoria verrete a ringraziarmi per l’abbondanza della quale godrete». Corallina, per niente impressionata, aveva riconosciuto nel guercio il proprietario di una villa lussuosa nel verde della pineta di Tirrenia.
Quando vendeva il pesce qualche volta si era presentata al cancello di quella villa per tentare di offrire la sua merce. La donna di servizio e la sguattera, due spilorce che facevano spudoratamente l’interesse del padrone, non le avevano mai permesso di superare la soglia di casa. Anche se pioveva trattavano con lei il prezzo del pesce restando sotto il portico antistante l’ingresso. In alcune occasioni Corallina aveva visto arrivare un contadino che con un piccolo barroccio portava in quella casa cesti di verdura, frutta, sacchi di farina e qualche coscio d’agnello. All’arrivo del contadino le due donne di servizio si affrettavano ad indirizzarlo verso l’ingresso secondario sul retro del fabbricato.
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