Attenzione
Tanti i fedeli che hanno dato laddio a monsignor Stefanini nella Basilica di San Piero
Don Mario, un parco il suo ultimo sogno
Tommaso Venza
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La Chiesa piena di fedeli per i funerali di don Mario Stefanini 2 MINUTI DI LETTURA
SAN PIERO A GRADO. Ieri l'addio a monsignor Mario Stefanini. La funzione è stata celebrata dall'arcivescovo di Pisa, monsignore Giovanni Paolo Benotto. Erano presenti Giampietro e Antonio Stefanini, fratelli del sacerdote, insieme alle rispettive famiglie, numerosi religiosi e tanti fedeli. «Monsignor Mario Stefanini - commenta monsignor Danilo D'Angiolo, parroco di Pietrasanta - era molto amato. Sempre fedele agli incarichi che la diocesi gli aveva affidato, era per me grande amico: è venuta a mancare una persona cara ed importante. Avevamo cominciato gli studi in seminario alla fine degli anni Quaranta, siamo sempre stati amici stretti, anche dal punto di vista spirituale. Ero il suo confessore. La settimana scorsa lo avevo assistito con il sacramento dell'unzione degli infermi. Anche se la morte non è giunta inaspettata, rimarrà sempre un grande vuoto nel cuore di tutti noi». Hanno voluto unirsi al cordoglio per la scomparsa del sacerdote anche il Club Unesco di Pisa, le Acli provinciali e il circolo di San Piero a Grado, l'on. Paolo Fontanelli. «Nell'esprimere il mio profondo cordoglio - è questo il commento di Fontanelli - per la scomparsa di don Mario Stefanini voglio ricordare il suo costante e straordinario impegno rispetto ai problemi della comunità di San Piero e per la valorizzazione della Basilica e ricostruzione del campanile. Un impegno che è stato di sprone e di grande utilità anche per le istituzioni cittadine». Scrivono le Acli: «Forte e commovente è il ricordo del suo ultimo incontro con noi, in occasione dell'inaugurazione, insieme al vescovo, di quel parco parrocchiale dietro il circolo che tanto ha desiderato, al punto da diventare negli ultimi mesi della sua malattia quasi una delle ragioni di vita. Diceva che se lo sognava la notte dal letto d'ospedale; ormai già consapevole della sua malattia, chiamava quotidianamente per avere aggiornamenti e per spingerci a programmare attività per il futuro. Chiamava per darci fiducia, per dire che non dovevamo preoccuparci, che dovevamo andare avanti».
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