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Biennale di Venezia, da San Giuliano al Padiglione Italia

Biennale di Venezia, da San Giuliano al Padiglione Italia

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 SAN GIULIANO. Si colora di San Giuliano Terme la 54.ma Biennale di Venezia che aprirà oggi e che quest'anno sarà diretta da Bice Curiger, storica dell'arte e critica mentre Vittorio Sgarbi curerà il padiglione Italia. Caterina Sbrana, 32 anni, sangiulianese doc è stata infatti selezionata nell'ambito di uno dei progetti del padiglione che rappresenta il nostro Paese.  Si tratta della presenza delle venti Accademie Italiane che hanno selezionato i loro promettenti allievi. Con la Direzione Generale per l'Alta formazione artistica del ministero dell'Istruzione, è stata fatta una selezione di giovani artisti frequentanti una delle Accademie italiane negli ultimi dieci anni e che si accosterannao al padiglione Italia nella suggestive Tese di San Cristoforo, davanti all'Arsenale.  Giovane e promettente artista, Caterina Sbrana era stata segnalata per la Biennale dall'Accademia di Belle Arti di Carrara presso la quale nel 2003 ha conseguito il diploma di laurea. Dopo gli studi Accademici la Sbrana ha continuato la sua ricerca artistica cercando di mantenere qualità e coerenza nel suo lavoro, dalle prime esperienze espositive alle collaborazioni attuali con gallerie (Eleonora D'Andrea Contemporanea, Prato, Milano, e così via), con Sakros arte contemporanea di Carrara, con la partecipazione al progetto Open Studios 2010-2011 della Strozzina. La volontà di ricondurre l'immagine alla propria natura, l'icona cristallizzata al suo significato vitale e pulsante attraversa il lavoro della Sbrana visionabile anche presso il suo "Studio 17" a Pontasserchio in Via Vittorio Veneto 17, che condivide con lo scultore Gabriele Mallegni.  La ricerca della Sbrana è una indagine condotta con strumenti primordiali (fango, cenere, succo d'erba) sulle radici del nostro immaginario e sulla natura della pittura stessa.  «I materiali utilizzati - dice l'artista sangiulianese - sono quelli che hanno da sempre accompagnato l'uomo nella pratica della pittura, fin dagli antichi ricettari pittorici medievali, qui però sono utilizzati al grado zero, non lavorati, non raffinati, come a sottolinearne potenza simbolica. Ho tracciato con fango e clorofilla la Grande Zolla di Durer, premendo invece centinaia di capsule di papavero come timbri su di una tela di lino ho ricomposto il dipinto ottocentesco "A letto" di Zandomeneghi. Sempre utilizzando il timbro lasciato dala capsula come una sorta di pixel naturale ho tracciato una serie di Vanitas, pecore e agnelli addormentati? morti?, un lavoro che, scandito dalla natura, riprende ad ogni fioritutra di papaveri».  A Venezia Caterina Sbrana ha portato proprio un dittico di Vanitas, due agnelli, i cui corpi svaporano in una miriade di stelle lasciate impresse dalla capsula dei papaveri (essenza stessa del sonno) raccolti nelle campagne intorno allo studio, in mostra saranno accompagnate da una installazione realizzata con le capsule del papavero impiegate per tracciare ogni disegno.

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di Redazione web