Sicurezza
Una città in bicicletta per difendersi dal traffico e per passione ecologista
Marco Barabotti
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Una foto storica nel negozio sul lungarno: Carlo Papini è il bimbo sulla moto; a sinistra la sorella Elena e nel mezzo il mitico Gino Bartali All’estrema sinistra il babbo Giulio5 MINUTI DI LETTURA
Una passione di famiglia. Trasmessa dal padre Giulio, al figlio Carlo, fino al nipote Nicola. È, quella dei Papini, la terza generazione di biciclettai col marchio doc, con il capostipite Giulio che centrava le biciclette a Gino Bartali e a Raffaele Di Paco. «Il mito e la passione del ciclismo me lo hanno attaccato Raffaele e Ginettaccio», soleva dire spesso Giulio. Aveva 19 anni, era il 1931. Tutta Fauglia aveva gioito quando Di Paco, il corridore genio e sregolatezza, conquistò la maglia gialla al Tour, tenendola sulle spalle per tre giorni. «Fu allora che decisi di entrare nel mondo delle biciclette e di non staccarmene più», aveva detto Giulio nel 2002, pochi giorni prima di morire. Da oltre settant'anni i Papini scandiscono il ritmo delle due ruote in città. Oggi c'è il figlio Carlo, indaffaratissimo nel negozio di lungarno Pacinotti, che esiste ormai dal 1943, subito dopo il bombardamento del 31 agosto. E proprio lì accanto, da poco tempo, i Papini hanno bissato con il secondo negozio, portato avanti dal figlio Nicola, dove si vendono biciclette speciali e abbigliamento tecnico. Prima della guerra Giulio si era trasferito da Fauglia a Pisa, aprendo bottega sull'altro lungarno di Tramontana, il Mediceo, tra l'ex bar Volpi e la ex Bianchina. Carlo vi è entrato negli anni Settanta. «Ero ancora un ragazzo - dice - e da mio padre ho ereditato, oltre alla passione un grande rigore nella scelta delle marche e degli accessori. Mio padre era fissato sull'Olimpia. La riteneva la regina delle biciclette, anche superiore alla Bianchi, allora tanto in voga. E noi la riteniamo tale anche a distanza di settant'anni. Chiamatela pure una fissazione di famiglia, ma è così». Ma com'era la Pisa di ieri in bicicletta e com'è quella di oggi? La memoria diretta di Carlo Papini risale agli anni Sessanta. «Gli anni del boom economico - dice - hanno coinciso con gli anni neri della bici. Allora facevo le elementari e la sera, chiedendo a babbo come era andato il lavoro, lui diceva bene, ma dalla sua faccia traspariva tutt'altro. La realtà era che negli anni Sessanta si vendevano poche biciclette. Chi le acquistava, quando usciva dalla bottega sul lungarno, si guardava attorno con la speranza di non essere visto. In sostanza si vergognava di aver comprato una bici, non volendo fare la parte del poveraccio in pieno boom economico, dove lo status symbol era rappresentato dall'automobile. Vendere biciclette in quegli anni era triste, voleva dire miseria nera. La bici era davvero l'ultima ruota del carro». La fase nuova, quella del rilancio, è iniziata negli anni Ottanta. «Allora - dice Carlo Papini - esplose la tendenza della mountain bike. Fummo tra i primi a crederci. Venivano a comprarle anche dalle città vicine, in particolare i livornesi, tanto che mettemmo su insieme anche una squadra ciclistica. E se oggi la moda e la passione delle bici ha preso piede, è anche grazie all'avvento delle mountain bike». In città i pisani, negli anni Ottanta, ci andavano poco. «Io e mia moglie - dice Carlo Papini - constatammo lo stacco enorme che c'era qui rispetto al nord, andando in gita a Parma. Rimanemmo colpiti vedendo una miriade di bici in giro, con in sella anche tante signore eleganti. Da noi quella moda è esplosa decenni dopo. Solo oggi vediamo un brulichio di biciclette in città, soprattutto in ponte di Mezzo ad aspettare che arrivi il verde». Il mezzo ideale per girare Pisa è proprio la bici. E se anche la città vive la riscoperta di questo mezzo, non è mai troppo. «Molti stranieri - dice Papini - mi hanno confessato il loro stupore nel vederne circolare poche. "Perché Pisa vista sul sedile di una bici è ancora più meravigliosa", mi ha confessato giorni fa una turista francese». Furti a raffica e piste ciclabili insufficienti: ecco le bestie nere per la bici nella Pisa di oggi, secondo Papini. «È uscita settimane fa una statistica si una rivista specializzata - dice - che pone Pisa al primo posto in Italia per il furto delle due ruote. Non è poi una novità, perché il fenomeno è noto da tempo. Questo succede anche grazie a un mercato fiorente per il riciclaggio, vista la massiccia presenza di studenti universitari che hanno pochi soldi in tasca per permettersi di comprapre una bici nuova che pure ha un prezzo abbordabile: una city-bike accessoriata la vendiamo a meno di 200 euro. A noi l'altro giorno ne hanno rubate due, dietro il lungarno, spezzando la chiusura. Il mio collaboratore Ibrahim, un giovane senegalese con una gran voglia di fare e che si è ormai inserito bene in questo lavoro, ha provato a fare un giro per vedere se le rintracciava da qualche parte, come è successo qualche altra volta. È andato anche nella zona universitaria, dove il commercio delle bici di "ignota provenienza" è più florido. Ha potuto constatare che, nonostante i buoni propositi per stroncare il mercato irregolare, il giro continua incessante. Le bici te lì le tirano in faccia: bastano 30, a volte 20 euro per comprarne una "usata"». Manca una pista ciclabile lungo l'Arno fino a Marina («da altre parti l'avrebbero già fatta da decenni») e quelle in città sono scarse, soprattutto su buona parte dei lungarni. «Qui davanti a noi, sul lungarno Pacinotti - dice Carlo Papini - ad andare in bici si rischia la vita. Non parliamo poi di piazza Guerrazzi. Vent'anni fa facemmo una pubblicità, anche sul "Tirreno", col logo Papini, dal titolo: "Vogliamo le piste ciclabili". Qualcosa per fortuna a Pisa si è fatto, ma è ancora poco. Se andiamo a leggere le statistiche, vi sono dati terribile per i ciclisti: ne muoiono tanti, troppi. Sulla sicurezza c'è da lavorare ancora molto. Oltre alla mancanza di un generale senso civico, per cui un ciclista è visto dall'automobilista come un intruso sulla strada, c'è una miopia da parte delle istituzioni. Si fanno bei discorsi, ma si fa poco per promuovere l'uso della bicicletta. Come dire che spesso si predica bene e si razzola male».
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