Sicurezza
400 lavoratori manuali in cerca di un posto
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Un panettiere al lavoro Ci sono panettieri e falegnami, ma il mercato non li vuole
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PISA. Ma è vero che nessuno vuol fare più certi mestieri, quelli definiti tradizionali? Per tutti ormai è così. Però i numeri dei Centri per l'impiego smentiscono questa opinione diffusa. Ci sono 400 lavoratori a disposizione, cioè ora sono disoccupati, che si dichiarano panettieri, installatori o falegnami. «Sempre più spesso - dice l'assessore provinciale al lavoro Anna Romei - si sentono affermazioni sulla necessità, da parte delle aziende, di riuscire a reperire sul mercato figure tecnico-professionali inerenti a comparti specifici dell'economia. E spesso si imputa alla mancanza di percorsi formativi professionalizzanti più mirati l'impossibilità di trovare il personale che serve alle imprese». Sul nostro territorio in particolare, a sentire queste richieste, le figure mancanti sarebbero proprio falegnami, panificatori, installatori e anche pasticcieri. «Nella banca-dati dei Centri per l'impiego della Provincia, all'interno della gran massa degli iscritti, quasi 40.000 persone, si trova una risposta concreta a queste domande», dice Anna Romei, che ha effettuato, attraverso gli uffici competenti, un'apposita ricerca. Nel dettaglio si ricava il quadro che riportiamo nella tabella. Se le aziende lo volessero, potrebbero subito assumere ben 246 falegnami, 63 panettieri, 20 pasticcieri, 13 installatori, altrettanti sarti e modellisti, 33 gelatieri. Di fronte a questi numeri, è la considerazione dell'assessore provinciale, «viene da chiedersi quanto siano reali le richieste che vengono formulate dalle imprese e proposte dagli studi e ricerche effettuate, dal momento che le richieste del mercato per assunzioni (anche temporanee) sono bassissime». Per questo Romei si pone una serie di domande: «Quanto si lavora al nero in questi ambiti, con complicità reciproca tra chi offre e chi domanda, seppure con motivazioni di partenza diverse? Quanto è vero che se da un lato si richiedono figure tecniche o professionalizzate, dall'altro le si vogliono remunerare come generiche? Perché non vengono accettati questi lavori, forse perché ritenuti troppo faticosi o socialmente inadeguati al proprio titolo di studio?». Il problema in ogni caso, conclude, «non può essere riferito alla mancanza di formazione, viste le presenze in banca-dati nella nostra provincia, ma è più una questione culturale su cosa si intenda per lavoro, sia dal punto di vista delle imprese che dei lavoratori stessi».
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