Attenzione
Mandato a morire in carcere
Candida Virgone
◗
Il carcere Don BoscoDimesso dall'ospedale in fin di vita, si spegne due ore dopo dietro le sbarre
3 MINUTI DI LETTURA
PISA. Malato terminale, con Aids conclamata e un tumore che non perdona ai polmoni, è morto in carcere, solo. E siccome non c'era più niente da fare, l'ospedale lo ha mandato a morire al Don Bosco. È stato dimesso alle due del pomeriggio di mercoledì, è morto alle quattro, due ore dopo. E sul caso la procura ha aperto un'inchiesta di rito, come si fa per ogni morte in carcere, diretta dal pm Miriam Pamela Romano. La salma di Mario Santini, 60 anni, si trova all'istituto di medicina legale per l'autopsia. Nato a Canneto sull'Oglio, in quel di Mantova, per l'anagrafe residente in Toscana, a Pistoia, presso l'ex moglie da cui è divorziato, in carcere per un cumulo di reati dovuto ad una vita in lotta con la dipendenza dalla droga, fine pena 2013 per l'ultima condanna (lesioni aggravate dolose), Mario sarebbe morto quasi dimenticato dalle istituzioni. Mentre due certificati medici del centro clinico del carcere, uno del 28 aprile, l'altro dell'11 maggio, avevano decretato l'assoluta incompatibilità delle sue condizioni col sistema carcerario. Un problema morale, umano, per l'avvocato Andrea Callaioli, garante dei diritti delle persone private della libertà personale a Pisa, un problema umano sì, ma anche di malasanità e di malagiustizia, per Francesco Ceraudo, fino a febbraio scorso direttore del centro clinico del Don Bosco, oggi responsabile del centro regionale per la salute in carcere. «Le carceri sono diventate una discarica sociale - sostiene Callaioli - in cui non esiste il fine della rieducazione. Dall'inizio dell'anno in Italia sono morte dietro le sbarre 60 persone e in questa situazione ci rimettono i più diseredati. In questo caso non ci sono responsabilità penali, ma etiche, sociali. Era stata fatta richiesta di sospensione della carcerazione al giudice di sorveglianza, visto che il malato non si reggeva più in piedi, ma l'ex famiglia non voleva accoglierlo e il detenuto non aveva più nessuno. Si sarebbe dovuta cercare una struttura di accoglienza, ma per l'Asl di Pistoia, dove era residente, era un problema dell'Asl di Pisa, visto che da anni lui era al Don Bosco, e viceversa. E in questo rimpallo di competenze e mancanza di decisioni quest'uomo è stato spedito a morire in carcere». «Spero che la procura indaghi anche - commenta Francesco Ceraudo - su tutto quello che non è stato fatto». Il detenuto era stato ricoverato per sei giorni, uno nel reparto peneumologico di Cisanello e gli altri cinque in clinica medica, al Santa Chiara. «Dal Santa Chiara Santini è stato dimesso - aggiunge Ceraudo - in cachessia neoplastica. Che senso ha? Si poteva salvare almeno la forma, facendo morire questa persona, incapace di nuocere, da uomo libero. Il magistrato di sorveglianza, viste le certificazioni fatte, che comunque non hanno mai avuto alcuna risposta, avrebbe potuto dargli, in assenza di casa, gli arresti ospedalieri, togliendo così anche di mezzo il ridicolo piantonamento di tre agenti per un moribondo incapace di nuocere. Io ho sempre lottato per questo tipo di situazioni e solo nel gennaio scorso ho fatto scarcerare 14 persone gravemente malate». Da cinque mesi intanto il centro clinico del Don Bosco non ha più un direttore e il concorso bandito, per le condizioni poste, rischierebbe di naufragare in un nulla di fatto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
