Il Tirreno

Pisa

Prestiti a usura fino al 400%

Candida Virgone
Prestiti a usura fino al 400%

In manette cinque nomadi, la sede era il campo della Bigattiera

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Si è presentato ai carabinieri. Non ce la faccio più - ha detto - aiutatemi. E ha sciorinato una sorta di racconto dell'orrore. In quindici mesi, per il prestito tremila euro, ne aveva dovuti restituire centomila e aveva dovuto cedere parte dei suoi averi, a suon di pestaggi, minacce da gente armata di pistola e intimidazioni psicologiche. Ai suoi presunti aguzzini - un gruppo di nomadi macedoni, quattro fratelli, già coinvolti nella faida che a gennaio 2008 vide finire in carcere trenta persone, i processi a carico delle quali sono tutt'ora in corso, e un cugino residente a Pistoia - aveva mandato a dire: non cercatemi, mi hanno arrestato. 

Era una bugia. Dal suo sfogo è emersa l'esistenza, secondo l'accusa della procura, di una organizzazione di usurai, tutti del campo nomadi abusivo di via della Bigattiera, fatto di baracche e roulotte, abitato, secondo i carabinieri, da circa 200 persone - una cinquantina di uomini e 150 fra donne e bambini - per il Comune da 121 di cui solo 5 autorizzate e con un allaccio all'Enel di cui nessuno saprebbe nulla.  Gli interessi sui soldi prestati, per gli inquirenti frutto di furti e altre attività illecite, visto che nel campo ci sono per lo più clandestini, disocuppati e censiti dalla Società della salute, arrivavano in poche settimane al 400%. 

Il capo dell'organizzazione, secondo l'accusa, è Iskender Bekir, 43 anni; al suo fianco i fratelli Sakir, 34 anni, Zija, 31, e Azo, 37; mentre il cugino Sabastijan, 42 anni, aveva il compito di agire su Pistoia dove gestiva una sorta di distaccamento. Il gruppetto aveva in un'altra decina di persone, parte macedoni e parte albanesi, una sorta di «braccio armato» che aveva il compito di costringere con la forza «a collaborare» le vittime: per ora ne sono state accertate sei. Si tratta di tre pisani, un piccolo imprenditore edile, un operaio e un impiegato, e tre pistoiesi, parte dei capoluoghi, parte delle province.  Gli ordini di custodia cautelare, scattati per pericolo di fuga e su cui il gip si pronuncerà oggi, sono stati firmati dal procuratore capo Ugo Adinolfi e dal sostituto Giovanni Porpora.

Sette i capi d'imputazione per usura e tre per estorsione aggravata; in più il quintetto deve rispondere anche di associazione a delinquere.  Il blitz, illustrato ieri in caserma dal comandante provinciale, il colonnello Giacchino Di Meglio, con il colonnelo Pietro Patrono ed il capitano Michele Cataneo, è scattato ieri all'alba: nel campo nomadi sono arrivati 60 uomini aiutati dal nucleo elicotteri. Sequestrati in una baracca 8.500 euro in contanti, due quadernetti (sorta di registri contabili in nero, le cui pagine contengono importi dovuti e nomi dei debitori), più diverse automobili di grossa cilindrata, fra cui Mercedes e fuori strada, estorti a chi non ce la faceva a pagare. La «premiata ditta» fra l'altro, avrebbe offerto una sorta di promozione: chi «presentava un amico» doveva garantire ma aveva uno sconto sulla rata settimanale. 

Le sei vittime sarebbero state costrette anche al riciclaggio di oro rubato e a firmare falsi cid, constatazioni amichevoli di incidenti stradali, per truffe alle assicurazioni a favore di connazionali dei momadi. Per chi non «onorava» il suo debito, promesso inzialmente ad interessi del 40% ma tale da arrivare, con minacce e pestaggi al 400%, c'erano anche «sopralluoghi» in casa, da cui veniva portato via ogni oggetto di valore, la macchina del debitore e poi magari quella della moglie e della mamma.  Sulle auto portate via, alcune messe in scomputo di somme ridicole e di cui non veniva mai fatto il passaggio di proprietà, arrivavano anche multe per divieto di sosta ed eccesso di velocità a carico dei veri proprietari.  «I 4 fratelli - precisa il Comune - sono stati esclusi dopo la faida dal progetto Città Sottili, e contro i 116 abusivi del campo è stata presentata denuncia per occupazione, abuso edilizio e impatto ambientale. La loro eventuale espulsione tocca all'autorità giudiziaria».

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