Il Tirreno

Pisa

Una città che si specchia troppo nel passato e non sa più far cultura

Marco Barabotti
Pino Raimo nelle vesti di violinista a beneficio del fotografo
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Pino Raimo nelle vesti di violinista a beneficio del fotografo

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Farmacista-attore. Quella doppia anima professionale Pino Raimo ce l'ha dentro da quando è nato. Se il grande Eduardo De Filippo ha scritto la sua prima vera commedia nel 1920 dal titolo "Farmacia di turno", messa su l'anno dopo dalla compagnia di Vincenzo Scarpetta, Raimo ha trovato quella scena familiare già in fasce, col padre farmacista. «Ho cominciato da giovanissimo a occuparmi di teatro - dice Pino Raimo -, fin dai tempi del liceo classico a Torre Maggiore, in provincia di Foggia. Qui, due professori, mi hanno acceso il fuoco della passione per la commedia e il dramma».  Già, questa doppia anima di farmacista-attore ha un unico comune denominatore: una memoria e una lucidità infallibili nel distribuire le medicine e altrettanto sulla scena.  «A 17 anni - dice Raimo - siamo emigrati a Pisa, dove mio padre ha aperto una farmacia in Corso Italia. Era il 1973. I primi sono stati anni duri. Ho cominciato a mettere in pratica la mia vocazione di attore nelle parrocchie. Prima nella chiesa del Carmine, poi a San Piero a Grado. Pisa, allora, era chiusa, una roccaforte inaccessibile. Le prime amicizie sono state con meridionali come me. A mano a mano mi sono integrato. Il calore di cui avevo bisogno l'ho trovato a San Piero. Gente di cuore, accoglienti, i giovani sanpieresi. Ho cominciato a fare l'educatore in parrocchia. Tanto da mettere su all'inizio degli anni Ottanta il gruppo Progetto Insieme, con don Roberto».  È a San Piero che Raimo si è poi sposato. Un matrimonio speciale, più unico che raro: «È stata come una grande scena, più cinematografica che teatrale e che riproduceva la realtà. Era l'11 luglio 1988: la sagra del pinolo faceva da cornice a 450 invitati, molti venuti dal sud».  Raimo parla di una città oggi profondamente cambiata rispetto a ieri. «Prendo come emblema Corso Italia - dice -, che ho vissuto per vent'anni nell'attività della farmacia di mio padre, dal 1973 al 1995. Il Corso era allora, insieme a Borgo Stretto, il cuore pulsante di Pisa, dove i commercianti erano degli artisti: una palestra anche di scambi culturali. Mi ricordo alcuni dei negozi storici: Melani, Niccolai, Divo, l'Imperiale, Tagiuri».  Negli anni Settanta, accanto ai negozi storici, c'era il ritrovo della banda Bistecca, in piazza del Carmine. «La cosiddetta banda incuteva paura solo la sera - dice Raimo -, e faceva parte di un modo di essere di quegli anni. Anche se poi la più grande peculiarità della Pisa di allora erano le lotte postsettantottesche per le vie della città, vissute dai negozianti con viva preoccupazione. Ma Pisa, ripeto, allora viveva più intensamente. Oggi appare inginocchiata, ferita e subisce più di altre città la crisi economica».  Ma Raimo insiste sulla «civiltà perduta» del commercio. «Allora, anni'70-80 - dice -, c'era un rapporto vero con la clientela, una sorta di naturale affiatamento. L'inizio della fine avvenne quando crollò il palazzo in piazza Chiara Gambacorti. Una decadenza già iniziata con gli autobus che non passavano più in Corso Italia, segnando una progressiva perdita di contatto diretto tra i commercianti e la gente. E che portò mio padre, nel 1995, a trasferire la farmacia al centro commerciale di Cisanello. E così hanno fatto, anno dopo anno, gran parte dei negozi storici del centro che hanno chiuso per crisi profonda oppure hanno dovuto cercare fortuna altrove: ma i primi sono molto di più dei secondi. Oggi Corso Italia e Borgo Stretto vivono una sorta di quasi anonimato dove, a parte rare eccezioni, della civiltà del commercio è rimasto poco o niente».  Ma c'è anche una Pisa che ha ripreso a rivivere negli anni Ottanta e che a Pino Raimo sta a cuore, anche se resta una grande occasione mancata. «La ripresa del Gioco del Ponte negli anni Ottanta - dice -, fu la riedizione dopo tanti anni di una grande tradizione, soprattutto di un corteo bellissimo fatto di centinaia e centinaia di figuranti in costume. Purtroppo c'è il rimpianto che Pisa non sia riuscita a trasformare questo evento in una tradizione di portata nazionale. Non capisco perché il Palio di Siena abbia una risonanza mondiale e il Gioco che, come spettacolo, almeno per l'imponenza e la suggestione del corteo ne ha molto di più, non abbia mai sfondato. Io ho due figli di 20 e 18 anni, Benedetta e Lorenzo, che sentono forte la loro pisanità e vi sono entrati a tutto tondo. E con loro molti altri figli di genitori meridionali. Non si può ridurre una manifestazione così bella nell'ambito provinciale. Pisa non lo merita: la sua storia ha una valenza mondiale».  Quella "Solitudine di un Impero" magistralmente descritta nel libro di Rudolf Borchardt e che è un atto d'amore profondo e giusto per la città, dovrebbe fare da trampolino per proiettare Pisa verso un futuro migliore. «Invece oggi - dice Raimo - i pisani amano specchiarsi passivamente nel loro passato».  Com'è cambiato l'approccio al mondo dello spettacolo, rispetto a una ventina di anni fa? «L'amore per il teatro c'è ancora. Da insegnante ho avuto circa 700 allievi, la passione resiste, ma sono cambiate le persone. Prima venivano soprattutto studenti universitari. Il "Canovaccio" era diventata la nostra casa culturale, dove si mettevano su incontri ed eventi, dove condividevamo anche i rischi, sovvenzianandoci ogni attività. Era non solo un punto di aggregazione sociale, ma molti qui si sono conosciuti e sposati. Oggi gli universitari non vengono più: sono in crisi di indentità, con pochi soldi in tasca e non vedono sbocchi per il futuro. Vengono ragazzi e soprattutto ragazze, molte delle quali hanno il mito delle veline, che vogliono subito sfondare. Quasi tutti hanno perso l'idea del sacrificio, senza il quale non si va avanti neppure per fare le veline».  «A Pisa - dice Raimo - non c'è più spazio per il teatro amatoriale. Troviamo difficoltà enormi a sfornare nuovi talenti. I veri attori sono quelli che fanno parte della compagnia ormai da diversi anni. Rischiamo davvero di chiudere la bottega teatrale».  Il "Canovaccio" non ha solo lanciato attori che si sono già fatti un nome, come Francesco Gerardi e il fratello di Pino Raimo, Renato, ma maestranze di prim'ordine nel panorama nazionale: direttori di palcoscenico, tecnici delle luci, scenografi e così via. Ma fin che resta il "farmattore" Pino e il suo affiatatissimo gruppo, c'è ancora speranza di tenere aperta questa grande palestra di teatro, che è anche una grande palestra di vita.

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