Sicurezza
Lo sposo bambino resta in comunità
C.V.
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Il campo rom a Coltano Il prete di Coltano lo difende: la ragazza non era segregata
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PISA. Ha chiesto di essere ascoltata lontana da quei parenti acquisiti che l'avrebbero segregata e violentata. È quello che ha risposto la sposa bambina - la minorenne kosovara che a ottobre scorso ha messo sotto accusa una intera famiglia di nomadi ospiti del campo di Coltano - al pm Emma Cosentino, che l'ha voluta come teste, insieme ai suoi genitori, nel processo a carico di sette persone, il marito, un sedicenne croato, i suoi genitori, gli zii e i nonni. La deposizione avverrà il 17 maggio nell'aula bunker del tribunale di Firenze, loro in una stanza, lei al microfono, in un'altra. Ieri lo sposo-bambino, solo lui, è comparso davanti al tribunale dei minori, presieduto dalla dottoressa Silvia Chiarantini con a latere la dottoressa Bianca Bellucci e i non togati. Intanto già il pm aveva chiesto ed ottenuto dal tribunale l'archiviazione di due dei tre reati a carico del ragazzo, la riduzione in schiavitù e la tratta di persone. Il tribunale ieri mattina ha ammesso le prove di accusa e difesa, ma ha rigettato l'istanza del difensore del ragazzo, l'avvocato Giuseppe Cutellè, di revoca della misura cautelare in comunità. Contro il rigetto si è appellato però il pm e la revoca della misura, solo quella, andrà nuovamente in discussione venerdì prossimo. Ieri mattina, la seconda udienza del processo al minorenne nomade si è incentrata sulla deposizione di padre Agostino Rota Martir, religioso che vive nella comunità di Coltano. Per lui la ragazza sarebbe sempre stata libera di girare e sarebbe apparsa contenta della sua condizione e inserita nella famiglia dello sposo-bambino. Il sacerdote ha spiegato anche come le unioni fra ragazzi giovanissimi facciano pienamente parte delle tradizioni nomadi.
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