Il Tirreno

Pisa

ANTONELLA LATTANZI

«La violenza non è una sfortuna che capita»

Andrea Settis Frugoni

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 PISA. Abusi, violenze, maltrattamenti: ne parliamo con Antonella Lattanzi, autrice di uno dei racconti contenuti nel volume di S/Confini (l'ultimo in edicola domani con Il Tirreno) "Mattino di cicale" per capire qual è l'atteggiamento e il pensiero dello scrittore, dell'artista, dell'intellettuale di fronte alla violenza nella convinzione che tale approccio possa diffondere emozioni, sensazioni utili alla comprensione.  Hai esordito con "Devozione", un romanzo sull'eroina normalizzata dal metadone e semignorata dalle cronache. Non fa numero, quindi non fa scandalo?  «L'eroina raccoglie in sé le caratteristiche di ogni addiction. L'ho scelta per questo; perché vorrei che il mio libro "parlasse anche di te" (Calvino). "Devozione" racconta l'eroina oggi, al tempo del metadone e dei sert, dell'epatite c e della pandemia che colpisce ogni età, classe, tipo di persona. Una pandemia che è non trattata dalle cronache perché fa troppa paura. Se riesci a far affezionare il lettore al tossico che racconti, allora l'eroina non sarà più un tabù sullo sfondo, gli eroinomani non saranno più macchiette travestite da zombie, non potrai più ignorare che la dipendenza è una malattia di tutti. Troverai nella dipendenza da eroina i tratti della tua dipendenza, e dovrai affrontarla.  Una vecchia canzone country recita: siamo la somma di quel che abbiamo fatto e di quel che ci hanno fatto. Sei d'accordo?  «Sì. Di certo c'è anche altro; ma è vero che quello che abbiamo e che ci hanno fatto incide su di noi. La violenza è sempre attiva e passiva. E la facciamo tutti, anche quando non ce ne rendiamo conto. E la subiamo tutti. In "Nostalgia", il racconto di "Mattino di cicale", l'evento clou non è il vero atto brutale, ma il contorno, i dettagli. La violenza non è una sfortuna che capita, ma un aspetto del reale, e il modo per combatterla è riconoscerla».  So che stai lavorando al tuo secondo romanzo: prosegui nel cammino o i tuoi lettori devono attendersi una rivoluzione?  «Sto lavorando e sono contenta, ma anche tesa, emozionata, strana. Scrivere per me è un innamoramento. Ogni nuova parola è una sfida. È a ogni nuova parola che diventi scrittore, che sei scrittore, o non lo sei. E ogni nuovo romanzo è per me una rivoluzione. Non amo gli scrittori che si adagiano sulle conquiste, piccole o grandi. Il nuovo libro è un libro sulla crescita, o sull'impossibilità della crescita. Un libro sulla potenza delle origini, sulla loro forza distruttiva e nostalgica. Una storia di innamoramenti, in tutti i sensi».

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