Il Tirreno

Pisa

RETROSCENA DEL RACCONTO

Non credi alla malattia? Necessario metterci il dito

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 La consapevolezza che la depressione sia una malattia e come tale debba essere curata non è una verità ancora assodata nella nostra società e nel comune sentire quotidiano. Spesso si è indotti a pensare che si tratti di una falsa malattia, di un lato debole del carattere o soltanto di una questione di volontà. Niente di più errato. E Marco Malvaldi, che la depressione l'ha provata sulla propria pelle, ci spiega perché. di Marco Malvaldi Da piccolo, non avevo mai sentito parlare di depressione. Da adulto, ero solito pensare con un misto di commiserazione e scherno a quelli che mi dicevano "soffro di depressione". Ero convinto, come molti, che la depressione fosse una non-malattia, uno stato autoindotto. Un qualcosa che insomma, non dico che chi ce lo ha se lo merita, ma di sicuro in qualche modo se lo è cercato.  Poi è arrivata addosso a me. E mi sono reso conto di alcuni aspetti che non avevo compreso del tutto: a) Non me l'ero assolutamente cercata; b) Non era niente di paragonabile a quello che mi immaginavo.  Non sto, qui, a fare descrizioni. Chi ci è passato non ne ha bisogno.  Chi non ci è passato... scusate, non sono abbastanza bravo come scrittore per farvi capire quanto sia fondo, buio e scivoloso il pozzo in cui si casca. Perché di questo si tratta: di un pozzo.  Un vincolo che vi isola e vi costringe, vostro malgrado, a isolarvi dal resto del mondo, e a non tentare nemmeno di comunicarci, se non urlando.  E il resto del mondo è lì, visibile ma lontano, uno stupido cerchio di luce di una normalità quasi offensiva, rispetto alla complessità della vostra situazione. Che solo voi potete capire, perché i vostri occhi si sono abituati al buio. Mentre quelli degli altri, che vivono alla luce, non possono vedere quello che vedete voi.  Ho tentato di ignorare il problema. È peggiorato. Ho tentato di risolverlo da solo, in mille modi empirici che non vi descrivo, perché adesso che sto bene mi vergogno un po' di quanto sono stato idiota.  Poi, ho cominciato a curarmi come voleva il dottore. E, guarda strano, nel giro di due settimane ho cominciato a stare meglio. Nel giro di due mesi, ho preso sei chili. E ho cominciato a notare che la gente non iniziava più le nostre conversazioni chiedendomi se ero sicuro di stare bene.  Insomma, ve la faccio corta: è una malattia, gente. E è subdola, perché spesso lo stesso malato la rifiuta. Ma, molto spesso, si può guarire. Come San Tommaso, bisogna metterci il dito per crederci, e a volte non basta.

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