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DIETRO LE QUINTE DELLOPERA
Uno spiraglio nelle crepe del muro dell'autismo
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Come reagisce uno scrittore (Andrea Dei Castaldi) di fronte ad un editore (Fabrizio Felici) che gli chiede di scrivere un racconto sull'autismo? Quali sono i suoi pensieri? Quali i suoi obiettivi? Quali le corde che vuole stimolare nel suo lettore tipo? A tutte queste domande risponde lo scrittore Andrea Dei Castaldi con un un intervento che è una lezione e un monito a scavare sotto la superficie per cogliere quel minimo scarto tra ciò che esiste e ciò che è reale. di Andrea Dei Castaldi Confesso di essere stato colto da un'ombra di disagio, quando mi sono trovato ad affrontare il tema dell'autismo in chiave narrativa. E non soltanto perché ciò richiedeva un approfondimento e una conoscenza tali da evitare inesattezze o, peggio, messaggi fuorvianti. Questa inquietudine è cresciuta dopo i miei primi incontri, seppure preziosi, con chi quotidianamente se ne occupa da un punto di vista scientifico, come a trovarmi davanti un enigma senza possedere gli strumenti adatti, se non a risolverlo, per lo meno a coglierne la natura. L'autismo non è una malattia che si possa curare, né una qualche forma di psicosi da comprendere per riuscire a scardinarne le dinamiche nel profondo. L'autismo è uno stato, va accettato prima che compreso, come un muro invalicabile le cui crepe sottili in qualche modo vanno decifrate per trovarvi uno spiraglio, e chi si trova a dovercisi porre di fronte conosce bene lo sconforto di cui io ho avuto soltanto un vago sentore. Ho capito allora che era di questo disagio che avrei dovuto raccontare. Le idee e il pensiero astratto, prima ancora che le parole, sono ciò su cui si regge il linguaggio, e la loro totale assenza mette in crisi non soltanto la nostra capacità di comunicare, ma la realtà stessa, o per lo meno ciò che percepiamo come tale. La prima comunicazione è quella che mettiamo in atto con noi stessi quando cerchiamo di interpretare ciò che ci sta intorno, prima ancora di tentare una qualsiasi forma di condivisione, che pure ci è necessaria quanto respirare. È questo a farci sentire inadeguati di fronte a un mondo che crediamo non ci appartenga, tanto complesso perché sconosciuto, mentre si tratta del nostro stesso mondo, sebbene governato da logiche tanto semplici ed essenziali da apparire disarmanti. Sta a noi scavare sotto la superficie, e spogliarci delle regole ormai sedimentate della nostra comunicazione, per cogliere il pur minimo scarto tra ciò che esiste ed è reale e ciò a cui scegliamo soltanto di dare questo nome.
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