Il Tirreno

Pisa

Case popolari in vendita a prezzi di saldo

Gianluca Campanella
Alloggi popolari in via Norvegia
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Alloggi popolari in via Norvegia

Comune costretto a svendere per legge: un alloggio costerà in media sui 65mila euro

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PISA. Il Comune è costretto a vendere entro la fine dell'anno, a prezzi di saldo, 75 appartamenti di edilizia popolare agli attuali affittuari. Se non lo fa gli amministratori sono passibili di denuncia, perché vanno contro la legge. Se lo fa, tra dieci anni gli acquirenti potranno rivendere a valore di mercato, lucrandoci in modo enorme; ma le casse pubbliche non riceverebbero un centesimo.  È il classico "cul de sac": ne discuterà il consiglio comunale giovedì prossimo, ma la storia risale al 1993. In quell'anno, infatti, il Parlamento approva la legge 560 che dispone l'alienazione fino a un massimo del 75% delle case popolari dei Comuni. Le abitazioni possono essere cedute solo ai legittimi assegnatari; il prezzo è pari a cento volte l'ultima rendita catastale registrata (revisione del gennaio 1990) con un ulteriore sconto fino al 20% in proporzione all'età dell'immobile. Si parla di 65mila euro in media per dimora.  Su sollecitazione della Regione Toscana, Pisa presenta nel 1994 un piano di vendita: circa 1.500 alloggi, selezionati tra i più vecchi. Il Comune opera questa scelta perché è contrario a perdere un imponente patrimonio edilizio; ma siccome deve, si "libera" dei pezzi meno pregiati.  Fino al 2007 sono vendute circa 500 delle case previste dal piano. Poi la Regione blocca tutto per effettuare una ricognizione tra le sue banche dati e quelle dei vari enti locali, che non coincidono. Due anni dopo le vendite ripartono, ma tutti gli attori politici sono concordi nel ritenere «un regalo» l'acquisto a un prezzo così basso: se già nel 1993 il valore catastale era inferiore a quello di mercato, col tempo il primo non viene aggiornato e l'altro continua a crescere.  Nel 2009 gli assegnatari di 75 appartamenti rispondono alla proposta d'acquisto del Comune: sono proprio loro i titolari a cui non si può fare a meno di vendere oggi. Un parere legale dell'avvocatura civica dichiara: «La lettera di risposta si configura come accordo preliminare».  In pratica, se il Comune non vende e quegli affittuari presentano ricorso, non solo l'amministrazione perde, ma rischia di pagare una penale pari alla differenza tra i valori di mercato e catastale: esattamente il mancato guadagno che potrebbero conseguire i potenziali proprietari rivendendo le case tra dieci anni. Questo per risarcirli del «lucro cessante» dovuto alla mancata alienazione.  L'istruttoria è passata mercoledì scorso in quarta commissione consiliare (Patrimonio) con 4 sì e 2 astenuti del Pd (Michele Di Lupo e Veronica Sbrana): l'opposizione non ha partecipato al voto. Domani l'atto va in seconda commissione (Sociale).  Il Pdl, intanto, depositerà un ordine del giorno invitando «il Comune a farsi sentire per condannare la legge 560/93 e chiedere alla Regione di sostituire la legge regionale 96/96». Quest'ultima è una normativa locale che ha accolto e disciplinato i provvedimenti nazionali.  L'assessore alla casa, Ylenia Zambito, in qualità di responsabile regionale di Anci casa, ha già chiesto al governatore Enrico Rossi, di rivedere le disposizioni regionali in materia di edilizia popolare: questi ha dato l'ok. Resta, però, da chiudere con gli arretrati della 560. Zambito spiega: «Non è uno scandalo la vendita in sé, ma il prezzo. Giovedì i consiglieri potrebbero anche votare contro, purché siano consapevoli di portare debiti fuori bilancio al Comune. Senza delibera in sala delle Baleari non consentirò la vendita».

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