Il Tirreno

Pisa

Hanno affrontato ieri la prova all’istituto Fibonacci. Un esame obbligato per ottenere il permesso di soggiorno

Quaranta immigrati al test di italiano

Angela Feo
Sopra e sotto due momenti dell’ esame
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Sopra e sotto due momenti dell’ esame

Di tutte le età e di tante nazionalità. Le loro impressioni: approccio difficile

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 PISA. «Speriamo che ce la caviamo». A dirlo non è uno degli alunni napoletani di Marcello D'Orta, ma Yahia, uno dei quaranta immigrati che ieri pomeriggio, all'istituto comprensivo Fibonacci, hanno affrontato il test di conoscenza della lingua italiana. Due brevi prove scritte e una orale. In tutto un'ora d'esame che rappresenta un passaggio obbligato per ottenere il permesso di soggiorno cosiddetto "lungo".  Nessuno prima di loro a Pisa si è dovuto sottoporre a quest'esame. Sono stranieri che vogliono mettere radici, vivono nel nostro paese da oltre 5 anni, hanno un lavoro e una casa. Per la maggior parte albanesi (18), filippini (8) e ucraini (8).  Ma all'appello ci sono persone che arrivano dal Bangladesh, dallo Sri Lanka, dall'Algeria, Marocco, Moldavia, Georgia.  Anche se, come spiegano dalla Prefettura, sono arrivate almeno altre 15 domande di persone che il test lo faranno nei prossimi mesi. In perfetto equilibrio tra uomini e donne, mancano però i cinesi, forse quelli che ha maggiori difficoltà con la lingua di Dante.  Ci sono giovani e ultrasessantenni. C'è Xhestjana, albanese, vent'anni, che fa la parrucchiera, e ha raggiunto il marito qui in Italia.  «Ogni giorno leggo il giornale locale - dice - per me è un buon esercizio. Anche se il test scritto mi spaventa un po'».  E c'è Agripino, filippino, 65 anni. Nella borsa qualche foglio e la carta di identità. Non ha mai studiato, neanche nella sua lingua. Ha cominciato a fare il pescatore quando era un ragazzo.  Qui vive da 18 anni e fa il badante. «Ma l'italiano per me ancora oggi è molto complicato, le parole troppo complesse. Forse mio figlio avrebbe meno difficoltà. Lui ha 36 anni e nelle Filippine ha studiato». Già, i figli.  Yahia e Souad hanno 37 anni, sono algerini. Hanno aspettato 5 anni prima di ottenere il ricongiungimento familiare qui in Italia. Con loro c'è la piccola Yasmin, 7 anni. Disegna su una sedia mentre aspetta che i genitori finiscano il test. «Non sapevamo dove lasciarla e così l'abbiamo portata con noi - raccontano - È qui da 2 anni, va a scuola, ha delle amichette e parla l'italiano benissimo, meglio di noi. Non avrebbe problemi con questo esame». Anche i figli di Sheshi, albanese, 52 anni, studiano e lavorano.  «Forse la loro generazione, a prescindere dalla lingua, si sentirà veramente italiana».  Mentre Lahe, la moglie, che qui fa la casalinga da vent'anni, l'italiano non ha mai avuto grandi opportunità di parlarlo e dunque di impararlo.  Le donne sono per la maggior parte badanti, gli uomini operai. Tanti quarantenni, cinquantenni. Che ieri pomeriggio sono venuti a fare il test strappando un permesso dal lavoro.  «Vede - dice Sofia 65 anni, Ucraina - io faccio la badante a una donna di 89 anni. Oggi non c'era nessuno della sua famiglia che potesse stare con lei, è rimasta sola. Potrebbe cadere. E io adesso, più che di sbagliare il test, sono preoccupata per lei».

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