Lutto
Un campus malriuscito con giovani soli e infelici in una città indolente
Giuliano Fontani
◗
Don Aldo Armani in posa in casa e sotto la sua ordinazione a sacerdote 5 MINUTI DI LETTURA
PISA. Don Aldo Armani tra meno di un mese festeggerà le ottantadue primavere e da venticinque anni è Rettore della chiesa dei Cavalieri. Celebra la messa nella chiesa che confina con il palazzo della Carovana, attraversa la strada e si ritira nel suo appartamento. Sulla facciata campeggia una scritta: «Muro pulito, popolo muto». Ma sarà poi così? Questi ragazzi cosa ci vogliono dire? Ad essere indulgenti si direbbe che non hanno sufficienti mezzi di comunicazione e di espressione. Don Armani ha altre spiegazioni: «Non è così. In città ci sono miriadi di associazioni assai frequentate. Ma sembra che siano incapaci di comunicare fra loro, ognuno resta nell'orto dei propri interessi politici o culturali. I giovani di oggi sono infelici, non hanno punti di riferimento e sostanzialmente soffrono la solitudine. Alle sei del mattino si danno la buona notte e vanno a dormire. Si sono allontanati dalla Chiesa, aumentano l'indifferenza e l'ateismo, avanza una crisi della moralità: il bene è ciò che serve, il male e tutto quello che disturba. Vivono le contraddizioni di una società egoista». Non è un problema solo di Pisa o dei pisani e monsignor Armani lo precisa subito: «Quel che avviene qui è comune a tutto il paese. Siamo perfettamente nella media. Forse da noi qualche problema si evidenzia maggiormente perché abbiamo voluto fare della città un campus universitario aperto, forse perché non siamo riusciti a realizzare una vera e propria città universitaria. Avremmo creato un ghetto? Non direi a giudicare dalle esperienze statunitensi e francesi. Invece siamo andati incontro a mutamenti e integrazioni difficili da governare. La città si è spopolata, se ne sono andati i pisani della media borghesia. Nel centro storico i residenti non saranno più di 10-15mila, a fronte di oltre 40mila studenti universitari fuori sede. Per certi versi sono un'iniezione di freschezza, portatori di tradizioni e culture diverse con le quali dialogare e confrontarsi. Ma anche una perdita di identità della città». Una città frastornata, sconvolta e impoverita? Monsignor Armani non fa eccezioni: «Viviamo il momento difficile di tutta Italia e forse di tutto il mondo occidentale. Nè più, nè meno. C'è una crisi economica palpabile, facilmente avvertibile da noi uomini di Chiesa, perché alla povertà marginale di sempre si aggiungono le difficoltà di molte famiglie nel pagare gli affitti, nel far fronte alle bollette delle utenze. La Caritas e i parroci fanno un lavoro straordinario nel tentativo di alleviare i disagi e le difficoltà della gente che si rivolge a loro. Poi c'è anche una buona ricchezza distribuita, basti guardare le vacanze, i ristoranti esauriti, persone che magari piangono miseria ma che in realtà possono ancora spendere un bel po' di denaro». La crisi picchia duro su una città profondamente trasformata e che si è complicata la vita nel giro di pochi decenni. Don Armani ricorda i tempi della sua gioventù, quando era parroco a Riparbella o a Vicopisano, quel mondo contadino in cui il calendario liturgico scandiva i tempi della vita quotidiana, ad esempio l'incontro con il popolo che avveniva con la benedizione delle case. La città aveva il suo apparato industriale, le fabbriche di Porta a Mare, le imprese dell'indotto, ma anche di manodopera femminile. Penso alle duecento ragazze che lavoravano dalle suore Immacolatine di via San Lorenzo, alle donne della Marzotto. C'era anche una forte presenza delle forze armate, ma stabilimenti e caserme si sono ridimensionati, quasi scomparsi. La città si è concentrata intorno alle tre università e all'ospedale d'eccellenza, l'economia è stata assorbita dai servizi, dal terziario e anche da una certa speculazione sugli affitti. Il centro storico è pieno di bar, pizzerie e pub. La gente si è seduta. La proverbiale indolenza pisana, magistralmente dipinta dal cardinale Maffi con il ritratto dei sei pisani (uno lavora, un altro guarda, due criticano quello che lavora e altri due parlano male di quello che guarda) si è alimentata di nuove comodità. Monsignor Armani commenta sarcastico: «Un'indolenza che ha contagiato anche i pisani di adozione». La crisi economica e quella della famiglia. Don Armani sospira: «Diminuiscono i matrimoni, per non parlare di quelli religiosi, aumentano le separazioni, i divorzi, le convivenze. Si rifiutano i legami giuridici, ci si allontana dalla responsabilità. E' il risultato di un frazionamento ideologico della società che passa anche per la scuola, con insegnanti ben preparati che però sono portatori di una concezione soggettiva che genera nei ragazzi inquietudini e paure e che si esplicano in una vera e propria manìa distruttiva». Il frazionamento ideologico della società si riflette anche nel clero pisano e, più in generale, nella comunità cattolica. Come potrebbe essere altrimenti in una fase politica fortemente radicalizzata? Però don Armani ne fa un quadro a tinte pastello: «Nella chiesa pisana non ci sono contrasti interni, pur non essendo tutti i preti sulle stesse posizioni. Siamo alla ricerca di una pastorale rinnovata in grado di venire incontro alle nuove esigenze dei fedeli. L'impegno e la determinazione dei parroci nel riproporre il Vangelo di pace e di amore non mancano neppure in sacerdoti che hanno passato gli 80 e i 90 anni. Poi, naturalmente, anche la storia della Chiesa è costellata di fatti e dunque anche di diverse interpretazioni. Il dibattito sulle dimissioni di Boffo dalla direzione dell'"Avvenire" e sugli editoriali di"Famiglia Cristiana" è vivace, ma non mancano le posizioni tradizionaliste di coloro che preferiscono le messe in latino. Ci sono i preti berlusconiani e quelli antiberlusconiani, ma si avvertono poco i contrasti su temi squisitamente politici». «Il fatto è - conclude don Aldo - che i nostri sacerdoti sono fortemente impegnati e occupati a far fronte alle difficoltà delle loro parrocchie. Pisa, che si picca di essere una città turistica, tiene chiuso e inaccessibile il suo patrimonio più grande, fatto di grandi tesori artistici e urbanistici. In molti di essi ci piove dentro... Ma di questo ne parleremo un'altra volta».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
