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Pisa

«Se mi fate lavorare, non delinquo»

«Se mi fate lavorare, non delinquo»

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PISA. La possibilità di partecipare ad attività di esecuzione penale esterna riduce fino al 15% - rispetto alla media del 60% - i casi di ricaduta nel reato da parte dei detenuti. E' quanto emerge, a proposito della popolazione carceraria locale, da una ricerca svolta dell'Osservatorio delle politiche sociali della Provincia di Pisa, in collaborazione con l'Uepe, l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna.

I risultati di questa indagine sono appena stati raccolti in una pubblicazione (dal titolo: "Le misure alternative alla detenzione"), che per la prima volta si è soffermata in modo dettagliato sul sistema dell'esecuzione penale esterna a Pisa.  La ricerca, avviata nel 2008 e riguardante i soggetti seguiti negli anni dal 2005 al 2007, si è basata su una serie di interviste. L'obiettivo era duplice: da un lato analizzare il funzionamento del servizio fornito dall'Uepe; dall'altro cercare di cogliere il fenomeno della recidiva tra i detenuti che seguono un regime alternativo al carcere (ovvero, soprattutto, l'affidamento in prova al servizio sociale, la semilibertà oppure la detenzione domiciliare).  Considerando i dati degli ultimi trent'anni, si può notare come, fino al 1985, la percentuale di recidivi si attestasse su valori compresi tra il 50 e il 55%. Nel decennio 1986-1995, periodo nel quale vennero emanati due provvedimenti di indulto, tale percentuale diminuì sensibilmente e non superò il 47%. Negli ultimi dieci anni, invece, la percentuale è sensibilmente aumentata e si aggira intorno al 60%, mentre per i soggetti che sono stati in esecuzione penale esterna normalmente è del 15%-20% inferiore, e nel caso di questa indagine ancora di più.  «In un momento in cui il sovraffollamento delle carceri è ad un livello molto alto e le condizioni nelle quali sono costretti i detenuti è intollerabile per un Paese che vuol dirsi civile - commenta la vicepresidente della Provincia, Alessandra Petreri - questa indagine diventa uno strumento utile per riflettere su quali strumenti di supporto possono e devono essere rinforzati o creati, se inesistenti, per consentire all'Amministrazione Giudiziaria e Penitenziaria la più completa attuazione del complesso compito della rieducazione e reinserimento delle persone che hanno commesso reati».  Gli utenti che hanno partecipato all'indagine sono per l'81% italiani. Dal punto di vista dello stato civile il 55,6% è coniugato oppure convivente; il 16,7% è separato o divorziato, il 22,2% è nubile, il 5,6% vedovo. Circa il 60% degli intervistati risiede in un comune dell'Area Pisana, il 20% circa in Valdera, l'11% nel Valdarno, il 9% circa nell'Alta Valdicecina.

Il 57,4% è formato da persone di età compresa tra i 30 ed i 50 anni, il 31,5% ha tra i 50 ed i 70 anni. I giovani con meno di 30 anni sono invece solo il 5,6%.  La ricerca ha evidenziato una particolare difficoltà degli stranieri nell'accedere alle misure alternative a causa della scarsa conoscenza delle norme e delle modalità per l'ingresso (gli stranieri sono il 19% del totale).  Chi ha potuto beneficiare del servizio esprime una valutazione positiva rispetto all'assistenza ricevuta. Alla domanda su che cosa secondo loro abbia funzionato meglio nel trattamento, gli utenti hanno risposto di aver ricevuto soprattutto sostegno e aiuto (prima posizione). Al secondo posto "aumento della motivazione al cambiamento", al terzo "possibilità di reinserimento sociale". Per il successo della misura alternativa un rilievo significativo è assunto dal ruolo della famiglia.

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