La manifestazione
«Mi dicevano che ero solo un cane»
Candida Virgone
Il racconto della sposa bambina sulla prigionia al campo di Coltano
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PISA. Tu sei un cane. Lo avrebbe detto continuamente il marito bambino del campo rom di Coltano alla bellissima sposa di 15 anni appena, impalmata con rito nomade. Il racconto che lei ha fatto agli inquirenti fa venire la pelle d'oca. Per le denunce di questa ragazzina sono finiti in carcere con accuse pesantissime la nonna del ragazzo, Nebahat Hamiti, 53 anni, i genitori Riza Haliti e Ibadet Dibran, di 33 anni, e gli zii Erizon Mahmuti, 38 anni, e Vjolca Dibrani, 37. L'ordinanza di custodia cautelare lascia interdetti. «Non potevo mai riposarmi - racconta la sposa bambina -: lo avrò fatto tre volte nei tre mesi e mezzo passati nel campo e ho guardato la tv poche volte di nascosto.
Dovevo alzarmi alle sei e pulire, lavare i piatti, servire tutti, guardare i bambini di mia suocera, lavare e stendere i vestiti di tutta la famiglia e stare sveglia finché non andavano a letto tutti, verso le due di notte. Dovevo andarci per ultima. Ogni sera mio marito mi violentava, ma poi mi scacciava dal letto e mi faceva dormire sul pavimento della cucina. Un giorno mi sentivo male, ma mia suocera mi ha alzato di peso dal letto, insultandomi. Lei mi chiamava sempre "t... e p...", il figlio, anche se ci eravamo sposati al campo, mi diceva che non ero sua moglie ma ero un cane. Mi picchiava spesso sia a letto che senza motivo: quando i suoi vedevano i segni gli diceva che mi aveva picchiato perché "gli andava". Stai attenta - mi diceva mia suocera - perché c'è sempre qualcuno che ti controlla.
La tua famiglia di m... - diceva mio marito - non la devi chiamare più: perché mi ero lamentata al telefono con i miei genitori. Mio suocero ha tentato più volte di saltarmi addosso: una volta lo hanno fermato, ma lui mi diceva che ero sua moglie. Ero terrorizzata da loro». «Dovrei ammazzarti»: avrebbe aggiunto l'uomo minacciando un rapporto orale. È stata la polizia, durante il periodo di osservazione e il giorno della consegna delle case ai rom, a vedere che lei doveva servire il caffè e l'acqua al suocero inchinandosi e baciandogli la mano.
Il vero racconto dell'orrore è quello della prima notte del matrimonio rom, al di fuori di ogni legge, con la violenza del marito incitato da padre e zio, le minacce di nonna, suocera e zia, e l'esposizione finale del lenzuolo sporco del sangue della verginità strappata e ancora conservato in un armadio. È valso a tutti l'accusa di violenza di gruppo, argomentata ampiamente nell'ordinanza. Poverissima, kosovara, quindici anni compiuti il 18 maggio, durante l'avventuroso viaggio verso l'Italia, studi fermi alla 2ª elementare, S. racconta che la prima volta la sua famiglia fu contattata a gennaio da Nabahat, sorella di una zia paterna acquisita, per il matrimonio col nipote.
A marzo vanno i suoceri, Rita e Ibadet, a conoscere i suoi e la futura sposa: portano in regalo mille euro (gli Haliti parlano di diecimila di acconto su un totale di ventimila), vestiti e un anello d'oro e promettono in Italia una bella casa, agi e nessuna fatica per la ragazza, che verrà trattata come una principessa. A metà maggio arriva in aereo la suocera e il 16 gli zii. Escono per comprare l'abito da sposa ma a casa, questo i suoi genitori lo sapevano ma la ragazza no, non tornerà più. Verrà portata in Italia a tappe, viaggiando accucciata sull'auto di tre emissari (pagati da Erizon 3800 euro con un versamento fatto da Pontedera sulla filiale della Western Union di Belgrado), di alcuni slavi e poi degli zii, con capelli tinti e lenti a contatto per somigliare al passaporto falso e stordita dai sonniferi.
A chiederne la «liberazione» sono i genitori, dal Kosovo, mostrando agli inquirenti le foto di S.: un'immagine ben diversa da quella attuale, di una ragazza magra, sciupata, triste e piena di lividi.
Dovevo alzarmi alle sei e pulire, lavare i piatti, servire tutti, guardare i bambini di mia suocera, lavare e stendere i vestiti di tutta la famiglia e stare sveglia finché non andavano a letto tutti, verso le due di notte. Dovevo andarci per ultima. Ogni sera mio marito mi violentava, ma poi mi scacciava dal letto e mi faceva dormire sul pavimento della cucina. Un giorno mi sentivo male, ma mia suocera mi ha alzato di peso dal letto, insultandomi. Lei mi chiamava sempre "t... e p...", il figlio, anche se ci eravamo sposati al campo, mi diceva che non ero sua moglie ma ero un cane. Mi picchiava spesso sia a letto che senza motivo: quando i suoi vedevano i segni gli diceva che mi aveva picchiato perché "gli andava". Stai attenta - mi diceva mia suocera - perché c'è sempre qualcuno che ti controlla.
La tua famiglia di m... - diceva mio marito - non la devi chiamare più: perché mi ero lamentata al telefono con i miei genitori. Mio suocero ha tentato più volte di saltarmi addosso: una volta lo hanno fermato, ma lui mi diceva che ero sua moglie. Ero terrorizzata da loro». «Dovrei ammazzarti»: avrebbe aggiunto l'uomo minacciando un rapporto orale. È stata la polizia, durante il periodo di osservazione e il giorno della consegna delle case ai rom, a vedere che lei doveva servire il caffè e l'acqua al suocero inchinandosi e baciandogli la mano.
Il vero racconto dell'orrore è quello della prima notte del matrimonio rom, al di fuori di ogni legge, con la violenza del marito incitato da padre e zio, le minacce di nonna, suocera e zia, e l'esposizione finale del lenzuolo sporco del sangue della verginità strappata e ancora conservato in un armadio. È valso a tutti l'accusa di violenza di gruppo, argomentata ampiamente nell'ordinanza. Poverissima, kosovara, quindici anni compiuti il 18 maggio, durante l'avventuroso viaggio verso l'Italia, studi fermi alla 2ª elementare, S. racconta che la prima volta la sua famiglia fu contattata a gennaio da Nabahat, sorella di una zia paterna acquisita, per il matrimonio col nipote.
A marzo vanno i suoceri, Rita e Ibadet, a conoscere i suoi e la futura sposa: portano in regalo mille euro (gli Haliti parlano di diecimila di acconto su un totale di ventimila), vestiti e un anello d'oro e promettono in Italia una bella casa, agi e nessuna fatica per la ragazza, che verrà trattata come una principessa. A metà maggio arriva in aereo la suocera e il 16 gli zii. Escono per comprare l'abito da sposa ma a casa, questo i suoi genitori lo sapevano ma la ragazza no, non tornerà più. Verrà portata in Italia a tappe, viaggiando accucciata sull'auto di tre emissari (pagati da Erizon 3800 euro con un versamento fatto da Pontedera sulla filiale della Western Union di Belgrado), di alcuni slavi e poi degli zii, con capelli tinti e lenti a contatto per somigliare al passaporto falso e stordita dai sonniferi.
A chiederne la «liberazione» sono i genitori, dal Kosovo, mostrando agli inquirenti le foto di S.: un'immagine ben diversa da quella attuale, di una ragazza magra, sciupata, triste e piena di lividi.
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