Il dolore
La famiglia della vittima dà lallarme allInterpol e Dda e Squadra mobile risolvono il caso al campo di Coltano
Schiava a 15 anni, rapita e violentata
Candida Virgone
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Nei fermoimmagine dal video della polizia, la ragazza in abito da sposa e loro sequestrato nella casa di Coltano Arrestati cinque nomadi: la nonna, i genitori e gli zii dello sposo della ragazza
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PISA. Rapita, portata via con l'inganno dalla mamma e dal papà, andata in sposa, quasi bambina e contro la sua volontà, ad un altro ragazzino come lei, e poi violentata, ripetutamente, e tenuta come una schiava a a disposizione di tutti, a suon di botte, per circa cento giorni. Secondo i poliziotti che l'hanno liberata, non poteva avvicinarsi neanche alla porta di casa. Un sequestro conclusosi a fine agosto, con l'arrivo della polizia nel campo rom di Coltano in cui era tenuta prigioniera, in una casa in cui è stato sequestrato un notevole quantitativo di oro e gioielli sulla cui provenienza si indaga. Per questa brutta storia è stato denunciato al tribunale dei minori di Firenze lo sposo quindicenne e sono finite in carcere cinque persone: la nonna, il padre e la madre del ragazzo, e un'altra coppia, i suoi zii. Due croati e tre slave, tutti nomadi, inseriti, fra l'altro, a suo tempo e a vario titolo nei progetti di integrazione del Comune. Le accuse sono pesantissime: tratta di persone, che include il reato di sequestro, riduzione in schiavitù e violenza sessuale su minorenne. La nonna, capo della famiglia, è Nebehat Hamiti, 53 anni, e abita a Gello di Pontedera nel Podere Cincinnati; il padre è Riza Haliti, la madre Ibadet Dibrani: tutti e due hanno 33 anni; gli zii sono Erizon Mahmuti, 38 anni, e la moglie Vjolca Dibrani, 37. A salvare la ragazza è stata una telefonata, in un momento in cui è riuscita a sfuggire al controllo dei suoi carcerieri, fatta ai genitori che di lei avevano perso le tracce a fine maggio. Sto malissimo, vi prego, aiutatemi. I familiari, kosovari poverissimi, si sono messi in contatto con l'Interpol che, tramite un interprete, è arrivata a metà agosto alla polizia di Pisa. Per risolvere il caso ci hanno messo dieci giorni gli uomini della squadra mobile diretti da Giuseppe Testaì. E ieri mattina, con il questore Raffaele Micillo si sono tirate le somme dell'Operazione Ersilia, così chiamata dallo storico ratto delle Sabine. Dapprima si è osservato cosa avveniva nel campo e ne è apparso un quadro desolante: la ragazzina, poco più che una bimba, bellissima, era pallida, magra, triste e non poteva uscire. Quando, con un espediente, sono andati a prenderla per portarla in caserma, ce n'è voluto per farla uscire dallo stato di terrore. Alla fine ha capito che era libera (oggi è in una comunità protetta, fuori Toscana) e che avrebbe potuto riabbracciare i suoi. Ne è seguito una sorta di racconto dell'orrore. I suoi sarebbero stati avvicinati in Kosovo con regali in danaro e grandiose promesse: facciamola sposare - avrebbero detto gli Haliti - vivrà come una principessa in una bella casa. Adesso no, è troppo piccola - è stata la risposta del padre - rimandiamo a quando avrà 18 anni. Bene, la portiamo fuori a comprare il vestito da sposa. Ma acquistato un bellissimo abito bianco, la ragazza non torna a casa: le tingono i capelli e le mettono delle lenti a contatto perché assomigli ai documenti falsi che le vengono dati; viene seminarcotizzata e stipata in auto col viso abbassato sul sedile. Se ci fermano le dicono, devi dire di chiamarti come c'è scritto sul passaporto. Poco prima di Pisa, il clan si ferma in un'area di servizio e fa indossare alla quindicenne l'abito bianco; poi, una volta al campo va in sposa col rito rom. Secondo l'accusa, seguono le violenze sessuali, ripetute, con obbrobriosa ostentazione alla comunità del lenzuolo sporco del sangue della deflorazione, violenze sostenute e incitate dallo zio e dal suocero, che non avrebbe lesinato alla ragazza attenzioni morbose. E poi ancora botte e pressioni psicologiche. Una storia incredibile, frutto di tradizioni arcaiche, lontane da un paese civile.
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