Il Tirreno

Pisa

La donna, 51 anni al momento del caso, aveva anche chiesto 500mila euro di danni all’Aoup per la sospensione

Porno-infermiera, cinque i procedimenti

Candida Virgone
Porno-infermiera, cinque i procedimenti

Aveva denunciato un collega per molestie, ma frequentava siti hard nei turni di notte

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PISA. Sono costati cari ad un'infermiera la navigazione su siti hard, che sarebbe avvenuta in ospedale, durante i turni notturni destinati alla corsia, e il presunto spogliarello dedicato a suoi focosi fans sul web. Per questa intricata vicenda, partita da una denuncia per molestie che ha scoperchiato la punta di un iceberg, si sono svolti ben cinque procedimenti, tre dei quali ancora in atto.

La donna, di Buti e in servizio al reparto di malattie metaboliche e diabetologia dell'ospedale di Cisanello, che oggi ha 56 anni e che ne aveva 51 all'epoca dei fatti, è già stata condannata, nel marzo 2009, dal giudice del lavoro Roberta Santoni Rugiu al pagamento di 60mila euro di spese processuali sostenute dall'Azienda ospedaliero universitaria pisana e da un collega che aveva accusato di molestie.

Ora la Corte dei Conti della Toscana le ha chiesto 22mila euro di risarcimento all'Aoup, 10mila per danno all'immagine e gli altri per le spese di connessione e l'attività retribuita in ben 22 turni di notte svolti, secondo l'accusa, a luci rosse. Questa sentenza è attesa nei prossimi giorni, mentre oltre al procedimento amministrativo e a quello civile ce ne sono altri tre penali: uno in cui il collega era accusato di molestie, che è stato archiviato, e due ancora pendenti, di nuovo contro il collega, per diffamazione, e contro di lei, accusata di calunnia da lui.

Insomma una storia infinita e ricca di colpi di scena. Tutto parte nel 2003, quando la signora accusa di molestie sessuali un collega infermiere in turno di notte con lei. L'azienda avvia una istruttoria interna a apre un procedimento disciplinare contro il presunto molestatore, ma la realtà che emerge apre una serie di scenari inattesi. Secondo i soliti beneinformati fra i due c'era una relazione finita in accuse e reciproche querele, mentre lui, che oggi ha 62 anni e che all'epoca ne aveva 55, nega e, vistosi accusato, squarcia un velo sugli streaptease della collega sul web nei turni di notte, scoperti, dice, per caso.

Alla scoperta, racconta qualcun altro, avrebbe fatto seguito un approccio sessuale di lui, respinto, e poi l'accusa di molestie di lei. Secondo altri fra i due c'era del tenero, finito a colpi di denunce una volta spenta la fiamma, con lei che lo querela per molestie e lui che la denuncia per calunnia. Fatto sta che l'azienda taglia la testa al toro e prende due provvedimenti disciplinari, uno a carico di lui per «inadeguata assistanza sanitaria e omessa segnalazione del grave comportamento tenuto dalla collega», e uno contro di lei per l'impiego indebito di pc e linee telefoniche durante l'orario di lavoro, con finalità di collegamenti a internet, chat e siti di sesso virtuale.

Varie testimonianze e l'indagine sui sistemi informatici scoprono un indebito utilizzo delle linee e i collegamenti a siti porno e portano alla sanzione disciplinare di 10 giorni di sospensione dal lavoro per lei e di 4 ore di multa per lui. Ma l'infermiera non si dà per vinta e nel 2006 torna alla carica citando in giudizio l'Aoup e il collega con un ricorso al giudice del lavoro insieme al marito, chiedendo l'annullamento della sanzione e la bellezza di cinquecentomila di risarcimento per le molestie sessuali, la lesione dell'onore proprio e del marito e la responsabilità del datore di lavoro per mobbing. Il giudice non solo rigettò il ricorso dei due, ma li condannò anche alla refusione delle spese sostenute dall'Azienda e dall'infermiere, pari a quasi sessantamila euro.

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