La manifestazione
«Avevamo litigato, l'ho ucciso»
Candida Virgone
Simone Greco prima ha provato a negare, poi ha confessato tutto
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PISA. «L'ho ucciso io mio padre. Avevamo litigato anche domenica, durante la gita». Alla fine è crollato Simone, ed ha tirato fuori tutta la verità che si era tenuta dentro nel disperato tentativo di far credere ad una violenza venuta da fuori e non da quelle pareti domestiche che erano diventate una prigione. Non ha saputo spiegare però fino in fondo come si sia arrivati a quella rabbia cieca che domenica sera gli ha armato la mano contro il suo stesso sangue. Il giro di boa di Simone, secondo una prima e sommaria ricostruzione dei fatti, sarebbe arrivato qualche anno fa, con l'abbandono degli studi, bloccati alla terza classe dell'istituto professionale per l'industria e l'artigianato Fascetti, e scelte di vita molto diverse da quelle che la famiglia avrebbe voluto. Amicizie ritenute sbagliate, non condivise, l'approccio al mondo della droga, un mondo da cui si può finire inghiottiti, la passione per la squadra del cuore, condivisibile, certo, ma che negli ultimi tempi gli era valsa addirittura l'emissione di un daspo, cioè di un provvedimento temporaneo della questura che prevede l'allontanamento da tutti gli avvenimenti sportivi per comportamenti scorretti. Non poteva neanche più andare alla partita Simone. Poi l'affidamento al Sert, il servizio che segue le persone con problemi di tossicodipendenza, il ricovero, un paio di mesi fa, in clinica psichiatrica, al Santa Chiara, per circa un mese, l'attenzione infine dei servizi psichiatrici del territorio, per lo stato in cui il ragazzo si trovava. La scoperta della caduta nella droga da parte dei genitori risalirebbe a pochi mesi fa, addirittura a prima dell'estate, e da lì la decisione di Michele di seguire più da vicino quel figlio che si era perso. Michele, ricordato dagli amici della 46ª come uno sportivo nato, con una grande passione per il calcio, in cui si dilettava a tempo perso, una grande fiducia nella medicina naturale, in cose semplici. Un matrimonio finito alle spalle, da cui era nato un altro figlio, il primo, e poi l'arrivo di Simone, con la nuova compagna. Dapprima ha provato a negare il ragazzo e ha raccontato un'altra verità. «Dovevo dei soldi a dei marocchini per della roba non pagata: sono sbucati dal buio, hanno aggredito mio padre. Io sono fuggito in casa a prendere un bastone per affrontarli e quando sono tornato lui era a terra ferito, in un lago di sangue». Ma in un lago di sangue era anche lui, troppo per essergli stato solo vicino. I primi colpi sarebbero partiti mentre Michele guidava, da dietro, al collo e al petto, e spiegherebbero il casco pieno di sangue, e poi alle spalle, forse mentre era ancora in sella o forse mentre, caduta a terra la moto, ha provato a scappare verso una casa vicina, nell'ultimo disperato quanto inutile tentativo di chiedere aiuto. Il corpo è stato trovato a 4-5 metri dalla grossa Transalp Enduro con cui erano stati in gita a San Gimignano: fra la vittima e il mezzo vistose chiazze di sangue sulla strada sterrata segnavano l'ultima tragica corsa per sfuggire alla morte e a quel figlio impazzito. A tarda notte, poco prima di entrare in carcere, quando la furia è cessata ed è cessato anche l'incalzare delle domande degli inquirenti, quando la rabbia e una sorta di maschera di indifferente distacco, come di un film accaduto ad un altro e non a lui, hanno lasciato il posto alla realtà, negli occhi del ragazzo sono spuntate le lacrime. Erano le 4 quando si sono spalancate le porte del carcere. Simone, attonito, come in trance, non è finito in cella: date le sue condizioni, è stato ricoverato al centro clinico del Don Bosco.
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