Sicurezza
Cerri, un j'accuse che scuote il palazzo
L'assessore: torno al lavoro ma assicuro la mia lealtà al sindaco
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PISA. Cari Fontanelli e Filippeschi, avete sbagliato tutto. Invece di unire, avete diviso il partito. Avete bollato come irresponsabile chi non obbedisce. Avete escluso forze e persone mentre il Pd perde voti e non riesce a far percepire positivamente l'azione di governo della città. E allora io faccio un passo indietro: non entro negli organi dirigenti del partito e dal 1º ottobre non sarò più assessore a tempo pieno e torno al mio lavoro all'Inail. Ma non gioco al massacro, non faccio cadere la giunta: resto assessore a disposizione del sindaco e nell'interesse generale. La sintesi è un po' rude, certo, ma rispecchia la serrata lettera con cui l'assessore all'urbanistica Fabrizio Cerri, che non cita mai Fontanelli, rende pubblico il suo dissenso politico e le sue scelte di progressivo disimpegno che scuotono i palazzi della politica e delle istituzioni. Politico di lunga esperienza (è al secondo mandato da assessore dopo anni in consiglio comunale), senatore della giunta e leader di quella minoranza che si è formalizzata nel Pd pisano, sa che riveste un suo ruolo determinante in Comune, che la sua influenza è forte, che le sue parole pesano e che non rappresentano una posizione individuale. E per questo, tirandosi fuori dai giochi, confida che altri - magari i più giovani - possano ricucire, ridurre le contrapposizioni, ritessere una tela di fiducia reciproca. Insomma, pur se la situazione appare molto fluida se si associa l'outing di Cerri alle dimissioni di Zappacosta da presidente della prima commissione e ai malumori della componente "lettiana" del Pd, che pure ribadisce di voler evitare atti estremi di sfiducia, ne scaturisce una sorta di disperato invito ad evitare la deriva dello sfaldamento definitivo della maggioranza. Del resto era inevitabile il trasferimento degli strappi dal partito al Comune: da qui la richiesta di fare punto a capo e di trovare presto una soluzione. Da qui le voci di un possibile profondo rimpasto in giunta, contando anche sulla disponibilità di Cerri. Fabrizio Cerri incentra il suo j'accuse sulla conduzione del Pd da parte del tandem Fontanelli-Filippeschi. «La discussione nel Pd pisano - dice - non è astratta. Riguarda un'idea di partito. I congressi registrarono un consenso vicino al 60% alla piattaforma di Bersani. Quel programma guardava ai problemi della gente: si dovevano costruire alleanze sociali e politiche in grado di puntare al governo del paese con programmi seri e concreti, in grado di superare disuguaglianze e ingiustizie, rimuovendo l'errore di aver escluso forze che rappresentano, comunque, istanze positive. La mia critica al Pd pisano parte da qui e non ha nulla di personale. Si doveva puntare all'allargamento e non al ribaltamento, come nei fatti è avvenuto già con l'elezione del segretario cittadino a inizio 2010». Non esplicita che parla dell'elezione di Fontanelli, voluta anche dal sindaco, che divise il partito. Ma sostiene che «da allora non sono migliorate la coesione nel partito, nel gruppo consiliare, nei circoli, né l'evoluzione dei rapporti politici, a partire da quelli con Sel». «Alle ultime elezioni regionali a Pisa - fa notare - in più di un terzo delle sezioni il Pd perde sulle provinciali dell'anno precedente dal 2 al 9% e il risultato cittadino tiene, barcollando, in virtù dei buoni dati nelle periferie. Ci sarà una ragione se una fetta importante di elettori ci abbandona? Perché non parlare apertamente delle difficoltà e di come aiutare l'azione di governo della città, che ritengo positiva, ad essere percepita altrettanto positivamente dai cittadini? Perché non correggere le cose che non vanno? E non è troppo spregiudicato costruire un gruppo dirigente che mette insieme chi a Pisa dice una cosa e a Firenze e a Roma un'altra? Questi sono i nodi ai quali non si è data risposta e rispetto alla cui complessità sarebbe stata necessaria un'attenzione diversa a partire dalla scelta del candidato a dirigere il Pd pisano». Cerri racconta di come «il meccanismo della designazione, ancora una volta adottato, e la conseguente richiesta di adesione, pena la bollatura di inaffidabilità o di irresponsabilità, non sia stato in grado di rispondere concretamente al bisogno di unità vera, salvo che non lo si voglia ridurre ad un semplice auspicio». «Credo di aver dimostrato - conclude - il senso di responsabilità e l'affidabilità che per me significa lealtà sostanziale e non di facciata. Anche nella giunta Filippeschi ho sempre lavorato per gli obiettivi che ci eravamo dati senza mai farmi frenare dalle posizioni che avevo avuto nella fase precedente alla candidatura a sindaco. Io non farò parte degli organi dirigenti del Pd pisano proprio perché la mia lunga storia di militante e dirigente politico mi impedisce di digerire in silenzio questa discutibile modalità che si ripete nel tempo. Ho deciso inoltre di rientrare al mio lavoro, dopo un periodo di aspettativa. Tutto questo senza drammatizzazioni e non rinnegando passioni e ideali, ma solo per segnalare un malessere diffuso. E del resto non è mai utile far finta che tutto si possa aggiustare. Le scelte che farò sull'attività amministrativa, rispettando le prerogative del sindaco e in accordo con lui, saranno comunque improntate al senso di responsabilità e all'interesse generale. E' una bussola che non intendo abbandonare in nessun caso».
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