Italia
La mensa "volante" per barboni e poveri in piazza Stazione
Gennaro Di Biase
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PISA. Ogni giorno nasce e rapidamente scompare una piccola mensa per i poveri, apparecchiata tra le panchine di pietra su un lato delle piazza della stazione, di fronte alla banca. Nasce e si rinnova tutte le mattine per iniziativa individuale di una suora francescana, Rita Mantovanelli, che vive la carità come un dovere. Da tre mesi la sua missione è raccogliere offerte, preparare il pranzo e presentarsi alle 12 in punto con un carrello gonfio di pasta fumante, frutta, pane e caffè da distribuire a chi altrimentiresta a digiuno.
Giovedì, ad esempio, c'erano 5 chili di pasta al sugo, 20 mele, due litri di caffé e una ventina di bocche di uomini e donne di ogni età, alcuni immigrati, un rifugiato politico iraniano, in lacrime, un signore che ha scelto di licenziarsi dal lavoro e vivere sulla strada, una mendicante con un neonato e qualche affamato occasionale. Molti di loro vivacchiano attorno alla stazione da anni, hanno acciacchi fisici e mangiano una sola volta al giorno, appunto quando arriva Rita con la sua voce acuta e il suo temperamento che, nonostante l'incontenibile passione del prossimo, si mostra spigoloso, duro. Sono indiscutibili, infatti, gli inviti ai suoi "ospiti" a lasciare tutto pulito una volta finito di masticare e bere. Fino a qualche mese fa, quando i senzatetto stazionavano vicino alla fontana nel centro della piazza, Rita portava latte, caffé e biscotti a tarda sera. Poi, è venuta l'idea della mensa. Non mancano certo i problemi, anche adesso che la truppa di viandanti si è spostata sulle panchine laterali.
Se al personale della banca i vagabondi non danno fastidio, alcuni residenti di piazza della Stazione, che si dicono spaventati dalla sporcizia, sono «contrarissimi» alla loro presenza, e invocano un comportamento decoroso dei barboni: «Ci capita spesso di togliere l'immondizia dal giardino e condominiale», avverte una telefonata anonima in redazione. Se imposto agli altri, il senso di carità rischia anche di diventare una forma di prepotenza. E mercoledì scorso un c'è stato un diverbio tra Rita e la polizia ferroviaria. «Ho chiesto aiuto alla polizia - spiega Ana Pop, dipendente della tavola calda vicina al luogo di ritrovo dei senzatetto - perché un pisano di Sant'Ermete stava creando intenzionalmente scompiglio nel locale. Ma questo individuo non c'entra niente con Rita e la sua mensa».
«I vagabondi c'erano già e resterebbero qui indipendentemente da Rita - commenta Maria Tamagno, una casalinga che dà una mano alla suora - se lei semttesse di venire sarebbero solo più affamati». Rita chiede elemosina per dare elemosina agli emarginati, quei pezzi esclusi che abitano il limite della società, e che con la loro immobile presenza tracciano anche i confini del mondo civile: «Avverto il desiderio - dice - di cucinare per i poveri. Vorrei creare una struttura e chiamarla "Ho sete, una mensa per i poveri". Per questo ho aperto un conto corrente, e aspetto chi voglia darmi un contributo in denaro o portarmi del cibo». Chi si nutre da Rita non riesce a nutrirsi altrove, né altrove riuscirebbe dormire, dal momento che i dormitori comuni non possono ospitare"villeggianti" per più di 20 notti. «Puoi fotografarmi mentre aspetto Rita - ha esclamato un mendicante di 60 anni con l'acquolina in bocca - non ho nulla da nascondere, tanto chi c'è più poveraccio di me?».
Giovedì, ad esempio, c'erano 5 chili di pasta al sugo, 20 mele, due litri di caffé e una ventina di bocche di uomini e donne di ogni età, alcuni immigrati, un rifugiato politico iraniano, in lacrime, un signore che ha scelto di licenziarsi dal lavoro e vivere sulla strada, una mendicante con un neonato e qualche affamato occasionale. Molti di loro vivacchiano attorno alla stazione da anni, hanno acciacchi fisici e mangiano una sola volta al giorno, appunto quando arriva Rita con la sua voce acuta e il suo temperamento che, nonostante l'incontenibile passione del prossimo, si mostra spigoloso, duro. Sono indiscutibili, infatti, gli inviti ai suoi "ospiti" a lasciare tutto pulito una volta finito di masticare e bere. Fino a qualche mese fa, quando i senzatetto stazionavano vicino alla fontana nel centro della piazza, Rita portava latte, caffé e biscotti a tarda sera. Poi, è venuta l'idea della mensa. Non mancano certo i problemi, anche adesso che la truppa di viandanti si è spostata sulle panchine laterali.
Se al personale della banca i vagabondi non danno fastidio, alcuni residenti di piazza della Stazione, che si dicono spaventati dalla sporcizia, sono «contrarissimi» alla loro presenza, e invocano un comportamento decoroso dei barboni: «Ci capita spesso di togliere l'immondizia dal giardino e condominiale», avverte una telefonata anonima in redazione. Se imposto agli altri, il senso di carità rischia anche di diventare una forma di prepotenza. E mercoledì scorso un c'è stato un diverbio tra Rita e la polizia ferroviaria. «Ho chiesto aiuto alla polizia - spiega Ana Pop, dipendente della tavola calda vicina al luogo di ritrovo dei senzatetto - perché un pisano di Sant'Ermete stava creando intenzionalmente scompiglio nel locale. Ma questo individuo non c'entra niente con Rita e la sua mensa».
«I vagabondi c'erano già e resterebbero qui indipendentemente da Rita - commenta Maria Tamagno, una casalinga che dà una mano alla suora - se lei semttesse di venire sarebbero solo più affamati». Rita chiede elemosina per dare elemosina agli emarginati, quei pezzi esclusi che abitano il limite della società, e che con la loro immobile presenza tracciano anche i confini del mondo civile: «Avverto il desiderio - dice - di cucinare per i poveri. Vorrei creare una struttura e chiamarla "Ho sete, una mensa per i poveri". Per questo ho aperto un conto corrente, e aspetto chi voglia darmi un contributo in denaro o portarmi del cibo». Chi si nutre da Rita non riesce a nutrirsi altrove, né altrove riuscirebbe dormire, dal momento che i dormitori comuni non possono ospitare"villeggianti" per più di 20 notti. «Puoi fotografarmi mentre aspetto Rita - ha esclamato un mendicante di 60 anni con l'acquolina in bocca - non ho nulla da nascondere, tanto chi c'è più poveraccio di me?».
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