Sicurezza
«Anni di lavoro rischiano di andare persi»
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Un volantinaggio di ricercatori precari Lettera appello di un gruppo di ricercatori precari
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PISA. Un gruppo di ricercatori precari ha scritto una lettera aperta ai candidati alla carica di rettore. Alessandro Breccia, Francesca Di Donato, Francesca Maiolo, Giuseppe Marcocci, Lorenzo Milazzo, Federico Oliveri ed Eugenio Pizzimenti hanno esternato il loro pensiero. «Anni di ricerca, lezioni, esercitazioni e seminari. Anni - scrivono i precari - passati a svolgere anche attività non previste dai nostri contratti. Anni in cui abbiamo constatato come il nostro lavoro sia essenziale per mantenere l'attuale livello didattico e scientifico dell'Università di Pisa. Anni in cui ci siamo chiesti come fosse possibile che il sistema universitario pubblico, dopo aver investito in noi decine di migliaia di euro in borse di dottorato, assegni di ricerca, borse post-doc, si disinteressasse del proprio investimento per il futuro. Anni in cui abbiamo richiesto concorsi con regole eque...». Quindi, la riflessione: «Sembra surreale, ma si sta facendo avanti il dubbio che ci siamo tutti gravemente sbagliati. Che la nostra generazione di precari verrà semplicemente cancellata, o solo in minima parte potrà dare seguito alle proprie aspirazioni». Si passa, quindi, a criticare duramente il ddl Gelmini: «Nessuno ha denunciato l'iniquità e lo spreco di risorse rappresentato dalle migliaia di ricercatori della nostra generazione obbligati di fatto a quindici anni di precariato prima di guadagnare una sicurezza professionale. Oppure, eventualità assai più probabile, di abbandonare l'università». Quindi, arriva la critica al candidato Lucacchini: «il prorettore uscente al personale non fa mistero della sua intenzione di rispondere ai massicci pensionamenti futuri (nei prossimi sei anni saranno quattrocento!) ricorrendo alle progressioni di carriera dei ricercatori strutturati e ad un'ulteriore riduzione dei corsi. Apprezziamo la franchezza di Lucacchini, ma le sue parole ci sembrano gravissime. Qualsiasi persona di buon senso sa che, in un settore come quello dell'università dove le attività cognitive e relazionali non possono essere sostituite da macchinari, se il personale diminuisce in modo consistente non ci sono alternative: è necessario reclutare un'altrettanto consistente quota di nuovi lavoratori. Concludiamo ponendo alcune domande. Qual è il pensiero degli altri candidati sul tema? Si può garantire in questo modo, di fatto scegliendo di non rimpiazzare i pensionati, un futuro alla nostra università?»
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