Il Tirreno

Pisa

Stop a esami e lezioni, è la rivolta

Giovanni Parlato
Uno dei tanti sit-in davanti al rettorato
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Uno dei tanti sit-in davanti al rettorato

A Scienze politiche bloccata la didattica contro la riforma Gelmini

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 PISA. All'università l'aria è pesante. Il barometro segnala pressione in aumento. La prossima settimana parte subito con una contestazione di quelle che lasciano il segno: il consiglio di facoltà di scienze politiche ha votato una mozione che rinvia esami e lezioni. Chissà che faccia faranno quelle matricole che il primo giorno di università entreranno in un'aula vuota. «La riforma Gelmini trasforma gli atenei in aziende e non risolve il problema del precariato», dicono i docenti della facoltà. L'obbiettivo è allargare la protesta anche alle altre facoltà.  Il decreto Gelmini è stato approvato al Senato a fine luglio. In piena estate. E ora, che l'anno accademico è sui blocchi di partenza, si prepara la protesta. Sarà una falsa partenza che toccherà il cuore della vita universitaria. Il consiglio di facoltà di scienze politiche, dopo il lavoro preliminare di una commissione interna, ha varato il rinvio degli esami previsti tra il 6 e il 17 settembre, e quello delle lezioni che slitteranno di una settimana (dal 20 al 27).  La contestazione alla riforma Gelmini coinvolgerà dunque per due settimane tutte le componenti della facoltà di scienze politiche, dai ricercatori precari (che fanno parte delle commissioni d'esame e in alcuni casi anche lezione), ai ricercatori strutturati, ai docenti, agli studenti e lo scopo è cercare di allargare la protesta alle altre facoltà i cui consigli si riuniranno in questo mese.  Nella mozione votata da scienze politiche, la prima frecciata è rivolta alla governance che si ispira a un progetto che viene definito «vetero-aziendalista» perché toglie potere al senato accademico (ora l'organo politico degli atenei in cui maturano le scelte più importanti) a vantaggio del consiglio d'amministrazione dove si concentra un potere decisionale «aperto alla presenza di membri esterni all'ateneo».  Con la riforma i ricercatori a tempo indeterminato andranno ad esaurimento, mentre diventeranno sempre più numerose le figure e le forme contrattuali precarie, nell'ambito della didattica e della ricerca. «In particolare, desta gravi perplessità - si legge nella mozione - la definizione di contratti di lavoro subordinato a tempo determinato per i ricercatori, che, così formulati, rendono fortemente aleatoria l'eventuale immissione in ruolo».  In quest'ultimo quadro, la riforma soffre di una «strutturale carenza di risorse programmate» da destinarsi al reclutamento di quei ricercatori a tempo determinato che dovrebbero avere una prospettiva di assunzione stabile.  Ma un altro punto che sta a cuore è «la minaccia alla sopravvivenza di strutture scientifiche e didattiche dalla forte vocazione interdisciplinare, come quelle afferenti alle facoltà di scienze politiche, per cui non è stata prevista alcuna deroga». In parole più semplici, facoltà in cui si intrecciano più materie come storia, sociologia, economia e altro dovranno avere un certo numero di professori nei dipartimenti, ma il numero di questi docenti - al momento - non è sufficiente alle richieste del ministero.  Infine, il 21 settembre ci sarà nella sede della facoltà di Scienze politiche un'assemblea pubblica per illustrare le conseguenze per l'università pubblica, e in particolare per l'ateneo di Pisa, della riforma Gelmini.

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