Toscana
Consegnate le case ai rom tra la rabbia degli esclusi: a noi qui non ci vogliono
Giovanni Parlato
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Sopra, unimmagine del villaggio e del campo visti dallalto. Nella foto grande, rom al cancello presidiato dai vigli urbani 3 MINUTI DI LETTURA
COLTANO. Ieri è stato il giorno della consegna delle case alle famiglie nomadi e dell'abbattimento delle baracche man mano che l'assegnazione procedeva. Tutto sotto l'occhio delle forze dell'ordine. Mentre la polizia municipale aveva il compito, insieme alla Società della Salute, di gestire il passaggio, poliziotti e carabinieri erano schierati affinché tutto procedesse senza fiammate di violenza. Un'operazione cominciata dalle prime ore del mattino e andata avanti per tutta la giornata. Un giorno importante e atteso per chiudere la partita col campo nomadi di Coltano. Invece, quella partita e quella ferita restano ancora aperte. Sono scontenti quei nuclei familiari a cui sono state date loro le case (come scriviamo nella pagina a fianco, ndr) e sono infuriati quelli rimasti fuori. Nel corso della giornata gli animi si sono stemperati, ma abbiamo assistito a furiose liti e minacce. «Ora dirò ai miei figli di andare a comprare le taniche di benzina e stanotte a queste case gli daremo fuoco», dice una donna a cui il Comune non ha assegnato la casa. Tutto intorno, fuori dalle case, ci sono i bambini, una miriade di marmocchi che si sposta da una parte all'altra con una rapidità sorprendente; ci sono gli uomini che guardano le altre famiglie entrare nel cancello per prendere possesso delle nuove case; le donne, tutte mamme, sono quelle che hanno lo sguardo più duro, che - dentro - chissà che covano. «Siamo sei famiglie a stare fuori, in tutto una quarantina di persone di cui trenta minori», dicono mentre si fanno intorno. E aggiungono: «A noi ci tengono fuori perché non rientriamo nel progetto, perché abbiamo dei conti in sospeso con la giustizia per fatti che non abbiamo commesso, mentre danno la casa a persone che non hanno il permesso di soggiorno. Anche a loro non dovevano dare la casa», ripetono con astio. Le famiglie escluse dal progetto "Città sottili", per il Comune, non sono sei come dicono i rom, ma cinque. A queste persone è stato proposto di continuare a stare al campo di Coltano fuori dalle case, ma all'interno di case-container. In un primo momento, c'è stato un secco rifiuto. Poi, nel corso della giornata, questa posizione è stata riveduta. In quattro hanno accettato, mentre un'altra famiglia (kosovara) ha chiesto un'integrazione all'affitto. I cinque nuclei familiari (quattro kosovari e uno bosniaco) sono stati esclusi da "Città sottili" dopo che si erano resi protagonisti, nel 2008, dei fatti di violenza scaturiti al campo nomadi e poi esplosi in una casa sul viale D'Annunzio a Marina. Le famiglie escluse resteranno nelle case-container «per il tempo necessario - dice una nota dell'amministrazione - allo svolgimento del processo che li riguarda (su questo c'è una richiesta esplicita delle autorità). La situazione che si determinò sarà giudicata, come è giusto e normale che sia, dal tribunale, ma sia per chi partecipò alla spedizione punitiva sia chi si difese anche con armi, sono scattate le esclusioni dal progetto "Città sottili" e di conseguenza l'esclusione dalla graduatoria degli abitanti del campo rom di Coltano per le casette». Ieri, alle 18, erano state assegnate 13 case su 14 famiglie. Mano e mano che venivano date le chiavi, le famiglie liberavano le baracche e trasportavano le masserizie all'interno delle case. Un'operazione lunga che terminerà domani. Nel pomeriggio (una volta raggiunto l'accordo con gli esclusi sulla soluzione delle case-container), la tensione è calata. Poliziotti e carabinieri che erano schierati fin dalla mattina sono ritornati alla base, mentre è stato predisposto un servizio di sorveglianza non fisso per tutta la notte e anche per oggi. Mentre si procedeva alla consegna, le ruspe facevano tabula rasa delle baracche rimaste vuote e si procedeva alla bonifica dell'area invasa da carcasse d'auto, materassi, gomme, bombole del gas.
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