Il Tirreno

Pisa

Pisa vista dalla prefettura

Paolo Padoin e la sua esperienza in città

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 PISA. "Il Prefetto. Questo sconosciuto", ovvero l'autobiografia di un uomo di Stato. È questo il libro di Paolo Padoin (Pintore editore), oggi prefetto di Torino, a capo della prefettura di Pisa dal 2000 al 2003.  Il libro sarà presentato domani, venerdì 16 luglio, alle ore 11,30 nell'auditorium della Provincia, in via Pellico, alla presenza dell'autore e del prefetto di Pisa Antonio De Bonis. Ne parleranno il sindaco di Pisa Marco Filippeschi, il presidente della Provincia Andrea Pieroni, l'on. Paolo Fontanelli e il collega Marco Barabotti.  Sono 143 pagine, di cui 18 dedicate alla nostra città, o meglio agli episodi, invero tanti e delicati, successi in quel periodo.  Più generalmente Padoin - «38 anni di vita dedicati allo Stato tra sacrifici e soddisfazioni, tra episodi esilaranti che sembrano usciti da "Amici miei" e fatti dolorosi, tra calcio e terrorismo», così si racconta - parla dei suoi compiti svolti nelle città italiane, dove di volta in volta ha dovuto affrontare situazioni di emergenza provocate da calamità naturali, gestire l'Ordine Pubblico, essere punto di riferimento costante tra maestranze e datori di lavoro e nel cercare di risolvere problemi occupazionali, intervenire a mediare fra territorio e istituzioni sui più svariati problemi di convivenza civile.  Dall'attentato di via Georgofili, alla recrudescenza di episodi di eversione che caratterizzarono la sua permanenza a Pisa dal giugno 2000 al febbraio 2003, al crollo della scuola di San Giuliano, ai cerimoniali per le visite di personaggi illustri e più recentemente le battaglie sulla Tav.  Una vita da nomade, la sua, come funzionario e prefetto: Arezzo, Firenze, Prato, Pavia, Pisa, Campobasso, Padova e Torino. Esperienze diverse legate anche dal filo rosso, quello del terrorismo, nelle vecchie e nuove forme. «Sopratutto ho avuto modo di vedere gli indizi - ha ribadito più volte - dell'emergere di alcune realtà di una nuova eversione legate alle ideologie degli anni di piombo. L'ho vista a Pisa e poi a Padova con i nuovi brigatisti. E questo è accaduto perché per troppo tempo le memorie di quel periodo sono state affidate unicamente a chi le ha messe in pratica e non alle vittime».

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