Il Tirreno

Pisa

O la proroga o chiudo l'azienda

Candida Virgone
Sopra: il terreno della discordia Sotto: l’assessore Cerri
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Sopra: il terreno della discordia Sotto: l’assessore Cerri

È su terreno agricolo e deve trasferirsi. A rischio venti dipendenti

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 PISA. «O mi danno una proroga o mi offrono una soluzione alternativa: altrimenti devo chiudere i battenti». E mandare a casa 20 capofamiglia, 17 dipendenti più il proprietario dell'azienda e i suoi familiari. Non ha dubbi Paolo Burchi, titolare della omonima ditta che da 54 anni si occupa su Pisa di svuotamento dei cassonetti e movimento terra, che per anni ha lavorato per il Comune e oggi opera per Geofor. Motivo del contendere? Il terreno su cui si trova l'impresa, in via Boccalaccio, a Barbaricina. Un terreno agricolo, di 1400 metri quadri, oggetto di una causa finita davanti al consiglio di stato, di proprietà della famiglia Burchi e su cui l'azienda esiste dal lontano 1956, spianato con una colata di ghiaino, riservato in larga parte al parcheggio di 125 camion dell'impresa ed in minima parte agli uffici e ai servizi. Gli uffici sono un fabbricato dove ora sono stati stipati anche spogliatoi e servizi che prima avevano sede in due container, oggi rimossi. Sul terreno poi ci sono due manufatti (tettoie), uno condonato e uno ancora sub iudice, oggetto di un vecchio contenzioso col tar.  Le cose si complicano nel febbraio del 2009, quando gli abitanti di un vicino residence presentano a Comune, Asl e Arpat un esposto contro emissioni inquinanti dei motori dei camion, odore di gasolio bruciato, rumore e legittimità della presenza di container e manufatti.  «Per Arpat e Asl era tutto a posto - precisa l'avvocato Francesco Guardavaccaro, che segue l'impresa Burchi fin dall'inizio dei contenziosi -: immissioni inquinanti non ce n'erano. Ma per il Comune container e parcheggi non andavano bene. I container andavano rimossi, cosa che è stata fatta, e il terreno doveva avere la sua naturale destinazione: agricola. Chiediamo una sospensiva negata sia dal tar che dal consiglio di stato, mentre il nostro obiettivo, dimostrare che l'azienda è su quel terreno dal 56 e che tutto il resto le è cresciuto intorno, è rinviato al momento in cui la causa davanti al tar potrà entarre nel merito. Abbiamo anche chiamato in causa l'articolo 844 del codice civile, che chiede di comtemperare le esigenze di produzione con le lamentele dei vicini. Ad aprile scorso, comunque, sono arrivate ben tre ordinanze comunali con cui si impone di attenersi alle richieste, pena, in ultima analisi, l'acquisizione del bene al patrimonio comunale secondo la legge 47 dell'85».  Con Burchi e Guardavaccaro ci sono per l'azienda anche il perito Siro Nuti e l'ingegner Marco Vaglini. «Solo dopo l'esposto dei cittadini - aggiunge Vaglini - il Comune si sarebbe accorto che mancavano le autorizzazioni, divenute necessarie a partire dagli anni 60, e la richiesta di cambio di destinazione d'uso. Nell'ultimo concorso per mettere a bando la vendita di lotti di terreno a Ospedaletto, nel 97, altri sono stati preferiti al Burchi che è arrivato 4º».  «Siamo disposti a spostarci - dice Burchi - su un terreno con le stesse caratteristiche, ma non con gli stessi problemi: se mancano le opere di urbanizzazione l'attività come può ripartire? Né si può pagare il prezzo di un'area edificabile quando c'è solo la necessità di un parcheggio e una struttura. Altrimenti, ripeto, bisogna chiudere».  «Io - replica per il Comune l'assessore Fabrizio Cerri - rivendico l'attuazione di un percorso equilibrato fra ditta Burchi e ricorrenti. Non siamo insensibili né a posti di lavoro, né a lamentele dei cittadini. Abbiamo atteso in questi mesi da Burchi una proposta concreta, un progetto, e la stiamo ancora attendendo. L'alternativa è la stessa di sempre: Ospedaletto, e quella dell'acquisizione al patrimonio comunale è solo l'ultima spiaggia».

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di Redazione web