Italia
OPINIONI & INTERVENTI
(g.bor)
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La palazzina di via Marsala 6 MINUTI DI LETTURA
NO SPECULAZIONI Si colpevolizza chi combatte la piaga dello sfitto Senza entrare qui nel merito della vicenda dell'occupazione della palazzina di via Marsala, chiarisco un punto citato dall'immobiliarista Pampana, proprietario di numerosi stabili sfitti in città. Egli sostiene che è "costretto" a tenere vuoto il suo palazzo di via Puccini - via Vespucci, comprendente quarantasei appartamenti, in quanto "devastato anni fa, in una precedente (?) occupazione"; ci sarebbero stati "danni gravi, porte bruciate, gli appartamenti andrebbero ristrutturati". Grande è la confusione sotto il cielo: Pampana può riferirsi al 2005, quando un gruppo di associazioni cittadine vi fece dormire per una notte un gruppo di famiglie rumene rimaste senza casa dopo l'incendio del capannone in cui vivevano, oppure al 2006 quando Rebeldìa entrò nello stabile e vi appese uno striscione per denunciare il degrado dovuto ai troppi edifici lasciati vuoti. Sia che sia, all'epoca il palazzo era abbandonato già da anni e alla mercé di spacciatori e vandali, con il pavimento ricoperto di sporcizia e siringhe: lo so perché c'ero! In entrambe le brevi occupazioni non fu bruciato né danneggiato alcunché. Certo, fa comodo dare la colpa dell'abbandono a chi combatte la piaga dello sfitto, per occultare invece i propri interessi speculativi. Francesco Stea BASTA OCCUPARE La parola d'ordine deve essere legalità Il clima di tensione legato alla vicenda dell'immobile di via Marsala ci deve portare a una seria riflessione sul disagio abitativo nella nostra città e sul rispetto delle regole della convivenza civile. La prima considerazione è ribadire con forza il rifiuto della minaccia fisica e della violenza, pertanto è doveroso esprimere la massima solidarietà alla giunta e al sindaco per quanto accaduto nei giorni scorsi. La prima parola d'ordine che deve scaturire da quanto successo in questi giorni è quindi legalità. Al contrario, a Pisa alcune associazioni hanno l'abitudine di usare il metodo dell'occupazione di alloggi di proprietà privata o addirittura pubblica (perciò di tutti noi) per poi trattare con il Comune rivendicando diritti inesistenti. Succede, oggi come nel passato, nell'universo giovanile ed associazionistico (il caso Rebeldia è l'ultimo caso) e lo stesso sta accadendo in maniera pericolosa per gli alloggi, utilizzando in questo caso anche il disagio sociale vissuto da famiglie con minori. Ma questo sistema di illegalità va respinto con forza e l'amministrazione comunale deve una volta per tutte andare avanti sulla strada della legalità per il rispetto dovuto alle moltissime famiglie in disagio che non pensano neanche lontanamente ad usare metodi illegali e violenti. Troppe volte invece, anche in passato, c'è stata un'ambiguità di fondo per non rompere con le frange più estremiste della sinistra. E il messaggio conseguente che ne uscirebbe è devastante: chi urla e chi usa l'illegalità ottiene corsie preferenziali. Il secondo tema forte che scaturisce da quanto sta succedendo è il crescente disagio sociale dal punto di vista dell'emergenza abitativa. Questa non può essere risolta con un generico "servono più case". Oggi nella maggioranza delle case popolari ci vivono le stesse famiglie, spesso figli e nipoti, di chi aveva avuto la casa anni fa. Serve invece, di fronte a nuove emergenze sociali, che si strutturi un sistema che consideri la casa popolare non come proprietà per una vita intera, ma come una situazione provvisoria, di alcuni anni, da verificare caso per caso ma che deve portare ad un ricambio ciclico dell'utilizzo delle abitazioni per non sfavorire coloro che hanno bisogno e rischiano di rimanere per anni fuori dalle graduatorie. Solo così si potranno evitare ingiustizie palesi che una situazione statica di aiuto alle persone si porta dietro come conseguenza naturale. Di fronte ad una crescente povertà, il rispetto delle regole di accesso nelle graduatorie e il relativo monitoraggio dovrà essere ancora più costante ed efficiente. In questo senso l'amministrazione comunale ha dato segnali importanti di rispetto delle regole, di accertamenti per evitare che "falsi poveri" usufruiscano delle case lasciando fuori molti veri poveri. Carlo Lazzeroni (presidente Circolo Liberal Pisa) LA REPLICA Non ci sono spaccature nell'Unione inquilini Con stupore leggo un articolo, che riguarda l'associazione di cui sono responsabile legale, dal titolo "E l'occupazione delle case spacca l'Unione Inquilini: opinioni diverse sul da farsi" con l'occhiello "divergenti nota ufficiale e lettera del legale". Per correttezza, vi invito a rileggere più attentamente quanto da me scritto il 22 maggio quando ho trasmesso alla stampa il comunicato ufficiale dell'Unione Inquilini Pisa sulla vertenza di via Marsala, in cui confermo la sostanza del comunicato stampa congiunto concordato tra due associazioni, nelle persone del dottor Federico Giusti in rappresentanza dei Cobas di Pisa e dell'avvocato Claudio Lazzeri. Come noto a ogni giornalista, tutti i comunicati congiunti di associazioni o sindacati sono frutto di mediazioni (spesso, difficili) tra posizioni diverse. Così è stato per il comunicato Giusti/Lazzeri sul possibile sgombero delle famiglie senza casa occupanti l'immobile sfitto da almeno cinque anni, di proprietà dell'ingegnere Giuseppe Pampana. Se nella forma i due comunicati contengono espressioni difformi (in particolare quella che "l'amministrazione comunale ha fatto di tutto perché non si arrivasse a una soluzione concordata... celandosi dietro a false aggressioni") che mi hanno spinto, a scanso di malintesi sulla realtà dei fatti, a inviare alla stampa la posizione specifica dell'Unione Inquilini Pisa sulla vertenza di via Marsala, nella sostanza i due comunicati sono uguali, ovvero entrambi chiedono di risolvere in modo concordato la vertenza, senza ricorso allo sgombero con la forza pubblica, con la necessaria mediazione del Comune e della prefettura, ed entrambi invitano la proprietà a più miti consigli in considerazione del fatto che l'ingegnere Pampana è proprietario di un centinaio di alloggi che tiene sfitti da anni, senza rispettare la funzione sociale che la Costituzione assegna alla proprietà privata. A Pisa non mancano le abitazioni, al contrario ve ne sono migliaia sfitte per scopi comunque speculativi, in un momento di pesante crisi finanziaria ed economica, con una situazione abitativa per i ceti sociali indigenti sempre più disperata che, se non risolta, può costituire un grave pericolo per l'ordine pubblico. Di qui l'invito pressante al sindaco e, in particolare, agli assessori Zambito, Ciccone, Cerri e Serfogli di "fare qualcosa di sinistra", come a suo tempo fece il sindaco Bulleri che ebbe il "coraggio politico" di requisire (col consenso del consiglio comunale) gli appartamenti privati del Villaggio Cento Fiori. Virgilio Barachini Il segretario Barachini innanzitutto ammette di aver dovuto meglio precisare la posizione dell'Unione Inquilini dato che il testo Giusti-Lazzeri era frutto di mediazione (spesso difficile) tra posizioni diverse. Poi però sostiene che i due documenti «nella sostanza sono uguali». Giudichino i lettori con un paio di esempi (e altri ce ne sarebbero, ma evitiamo di farla troppo lunga): da una parte si scrive che «l'amministrazione comunale ha fatto di tutto perché non si arrivasse a una soluzione concordata». Dall'altra che «sindaco e assessori, stavano cercando veramente di trovare una possibile soluzione alla difficile e complessa soluzione». Sono concetti e parole simili? Ancora: «Requisiamo gli appartamenti vuoti» secondo Barachini sarebbe uguale a «Il Comune riprenda la trattativa con Pampana per acquisire parte del suo patrimonio immobiliare». A danneggiare l'immagine dell'Unione Inquilini è pretendere che non siano notate queste differenze.
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