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Un figlio modello

La commozione di babbo Angelo

Paola Silvi
La commozione di babbo Angelo

"Enrico è Enrico". Così i suoi amici di sempre definiscono Rossi. Senza troppi aggettivi né commenti. «A Cascine di Buti - spiega Michele Ciampi, compagno di mille avventure dai 15 ai 20 anni - quando ci incontriamo e capita di parlare di lui, non abbiamo bisogno di specificare nessun concetto né tantomeno il cognome. Tutti sappiamo com'è Enrico

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CASCINE DI BUTI. "Enrico è Enrico". Così i suoi amici di sempre definiscono Rossi. Senza troppi aggettivi né commenti.
«A Cascine di Buti - spiega Michele Ciampi, compagno di mille avventure dai 15 ai 20 anni - quando ci incontriamo e capita di parlare di lui, non abbiamo bisogno di specificare nessun concetto né tantomeno il cognome. Tutti sappiamo com'è Enrico. E' cresciuto con noi. Ci siamo divertiti insieme e abbiamo piena fiducia in lui».

Michele ed Enrico uscivano il sabato sera, andavano a teatro o al mare. Viaggiavano d'estate alla scoperta di nuovi paesi da conoscere. In Spagna, in Turchia, sempre a bordo della mitica Diane Rossa. «Avevamo pochi soldi in tasca ma ci bastavano. Enrico guidava e si fermava sempre per far salire gli autostoppisti. E poi in auto iniziava il dialogo. Doveva capire quali bisogni avevano, che cosa speravano». C'era già in quel gesto d'aiuto un'attenzione particolare per le persone, chiunque fossero. Al di là delle apparenze e dei pregiudizi. «Enrico è sempre stato un ragazzo normale. Magari più brillante degli altri membri del gruppo ma condivideva gusti ed interessi comuni», spiega Michele. Saranno state le sue origini operaie, il suo innato istinto razionale, la disciplina, ma il Rossi adolescente giudicava la vita in base ai volti familiari che incontrava, con i quali passava il proprio tempo. «Diceva spesso - ricorda ancora Michele - che la qualità delle giornate dipende dalla qualità degli amici».

Lui, insomma, superbo non lo è mai stato. Nato nel "padule di Bientina" il 25 agosto 1958 in una casa senza luce né acqua, ha trascorso l'infanzia con la mamma Lida che è stata contadina e poi operaia e con il padre Angelo, camionista. «E non a caso - continua Michele - Enrico di fronte ai problemi e alle contingenze quotidiane ripeteva, in toscano: "Ora la gente è stressata ma nella mia famiglia nessuno ha mai sofferto di stress, semmai era stracca"». Rossi è cresciuto all'ombra di una nonna che è stata molto importante per la sua formazione. «Si chiamava Santa - racconta il cugino Roberto - era una grande lettrice. In casa non mancava mai Il Tirreno, che nonna leggeva dalla prima all'ultima pagina. Fu proprio lei a incoraggiare Enrico alla lettura».

Ma il nuovo presidente della Regione era un bambino gentile, ubbidiente, pacato. «Non ricordo particolari scenate. Io andavo spesso a trovarlo. Scorrazzava con la sua biciclettina e a volte giocava a calcio ma spesso leggeva. La vita in padule - aggiunge il cugino - era piuttosto solitaria, è per questo motivo che quando andò in prima elementare sembrava un po' smarrito e si distraeva facilmente. Bastò un rimprovero della madre e si trasformò nel primo della classe». Dopo le medie Rossi ha frequentato il liceo classico a Pontedera e anche tra questi banchi ebbe fama di essere un alunno modello. «Proprio qui mosse i primi passi politici - aggiunge Fabiana Angiolini - e a scuola si è sempre distinto per la costanza e l'impegno negli studi». Del resto, la capacità di ragionamento e il coraggio di assumersi le proprie responsabilità sono due aspetti che hanno accompagnato Rossi fin dalla tenera età. «Un pomeriggio - riavvolge il filo della memoria il babbo Angelo - stavo lavorando sotto il camion ed Enrico giocava con alcuni amici a pallone. Per tre volte mi lanciarono la palla in testa. Allora mi alzai ed ero pronto alla sfuriata, ma Enrico che aveva appena 6 anni, mi venne incontro e disse: "Babbo, se ho sbagliato, scusa, ma parliamone". A quel punto fui totalmente spiazzato dalla maturità precoce di mio figlio e tornai in silenzio alle mie attività».

Angelo è fiero di Enrico, si commuove quando parla di lui. «E' sempre stato troppo intelligente per la sua età. Io ero spesso fuori per lavoro e non ho trascorso tanto tempo con lui ma appena tornavo mi stupivo dei suoi progressi, dei suoi successi. Pretendeva molto da se stesso. Era autocritico. Una volta ha perfino rifiutato un 30 all'Università. Voleva la lode. E per inseguire gli ideali politici non è neppure andato a lavorare a Milano alla Mondadori, la casa editrice che lo contattò appena laureato».

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