Il Tirreno

Pisa

Il primo comizio da liceale

Rossi venerdì scorso in piazza Curtatone a Pontedera; a destra con Vannino Chiti; sotto da bimbo e pochi giorni fa con Monni
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Rossi venerdì scorso in piazza Curtatone a Pontedera; a destra con Vannino Chiti; sotto da bimbo e pochi giorni fa con Monni

Ferrucci: «Grande capacità di catturare l'attenzione»

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 PONTEDERA. Sul palco davanti ai compagni di classe. Sul palco davanti ai cittadini pontederesi. E ora sul palco davanti al popolo toscano. In mezzo, oltre 35 anni passati tra la gente. Ad ascoltare e poi a parlare. Faccia a faccia, occhi negli occhi. Con il cuore, con fatica, percorrendo tutti i gradini necessari. Senza sconti né superficialismi. Il primo comizio Enrico Rossi l'ha tenuto sui temi della scuola e sul diritto allo studio «perché per lui dialogare con le persone - ricorda Manrico Ferrucci - era naturale. Esponeva le proprie idee con semplicità e chiarezza e catturava l'attenzione del pubblico». Enrico frequentava la quarta ginnasio del liceo classico pontederese mentre Ferrucci, di un anno più grande, la quinta. «Organizzammo una manifestazione - spiega il direttore della Fondazione Teatro Verdi - ma all'ultimo momento mancava un oratore che riepilogasse le fila del discorso. Ci girammo e venne spontaneo fare il suo nome. Come al solito non si tirò indietro ed ottenne il primo significativo successo della sua vita politica dimostrando lucidità e destrezza di parola».  Liceale modello, diligente, studioso, appassionato di filosofia, ha dedicato il resto del tempo sottratto ai libri all'altra grande passione della sua vita: la politica. Ancora oggi è funzionario, in aspettativa s'intende, del Pd di Pisa. Ma il passato è stato un crescendo lineare di successi «meritati, per chi come lui - continua Ferrucci - aveva la giusta calma nell'affrontare i problemi e una straordinaria capacità comunicativa». Dalla prima tessera strappata dal padre che non voleva assolutamente che entrasse così giovane in politica ai pomeriggi passati nella sezione butese del Pci. Un cammino costellato da dignità ed emancipazione. E poi membro della Fgc Federazione Giovanile comunista «ma mai con intenti estremisti. Soprattutto - specifica ancora Ferrucci - con uno spiccato senso di giustizia. Come dire, Enrico è nato riformista».  Tra i suoi maestri e ciceroni, Rossi stesso annovera Renzo Remorini, Giuseppe De Felice ed Enrico Berlinguer. Poi il capitolo Università. A Pisa, dove si laurea nel 1982 con una tesi su Agnes Heller, filosofa ungherese della scuola di Budapest, esponente del dissenso comunista. Frequentava le lezioni in ateneo e contemporaneamente sedeva a Palazzo Stefanelli come consigliere comunale. Da lì il passaggio successivo fu l'assessorato nella giunta targata Monni. E un susseguirsi di battaglie vinte, di vocazioni mai tradite.  «Negli anni Ottanta - ripercorre il filo della memoria Daniela Pampaloni - il Pci aveva un'organizzazione comprensoriale ed Enrico era impegnato nella direzione del partito insieme a Paolo Fontanelli. Remorini formò in quel periodo una triade di giovani promettenti che nel 1985 portò i suoi frutti. Insieme a Rossi penso a Beppe Salcioli e a Rossano Signorini». La politica occupava ogni pensiero e non c'era sacrificio che non valesse la pena di compiere in nome di quei valori e di quegli ideali tanto amati. «Quando Fontanelli, allora segretario di zona - aggiunge Pampaloni - venne ricoverato in ospedale, le riunioni di partito si spostarono in corsia». Instancabile e tenace nel lottare per difendere ciò in cui crede, la sua vita è stata un intrecciarsi di avvenimenti che affondano le radici nei temi del lavoro e dell'occupazione. Partendo dagli ultimi, al di là di ogni snobbismo sui generis. Chi l'ha conosciuto ventenne ricorda di Rossi la sua barbetta trasandata ma non poi così lunga, il suo portamento composto e la struttura filiforme, forse un po' allampanata con l'aggiunta di un pizzico di progressismo. Lo sguardo attento, la sensibilità e la visione fortemente unitaria che fin dai barlumi del suo viaggio l'ha sempre accompagnato. P.S.

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