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COMMERCIO

C'era una volta la bottega sotto casa

Negozi in piazza delle Vettovaglie
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Negozi in piazza delle Vettovaglie

Dodici attività di alimentari o ortofrutta chiusi a Pisa negli ultimi sei mesi del 2009. Una media di due al mese, senza considerare che il dato potrebbe essere anche peggiore visto che non contempla l'ultima settimana di dicembr

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PISA. Dodici attività di alimentari o ortofrutta chiusi a Pisa negli ultimi sei mesi del 2009. Una media di due al mese, senza considerare che il dato potrebbe essere anche peggiore visto che non contempla l'ultima settimana di dicembre.
Un settore quindi che anche nella nostra città conferma il periodo di crisi che ormai dura da molti anni.

Un settore che più di tutti ha risentito della grande distribuzione; se infatti si considera che il 70% degli ipermercati ha proprio nell'alimentari il suo traino, è comprensibile come il classico negozio sotto casa debba fare i salti mortali per arrivare a fine mese. A maggior ragione in una provincia come quella di Pisa, che ha il primato regionale per presenza di grande distribuzione in proporzione agli abitanti (superiore anche a Firenze). Una situazione dunque molto difficile in cui gli operatori cercano di resistere puntando sulla qualità e sullo stretto rapporto con la clientela.

«Gli alimentari e i negozi di ortofrutta stanno pagando ormai da anni l'impatto devastante dei supermercati - spiega il direttore della Confesercenti, Marco Sbrana -. Una concorrenza impari. Il potere di contrattazione delle grandi catene è tale che il piccolo commerciante non può assolutamente reggere certi livelli di prezzi.

Senza considerare i costi fissi che vanno ad aumentare la forbice con gli ipermercati. L'unica arma per difendersi, quindi, è la qualità ed un rapporto con il cliente. Poi c'è la questione dell'ortofrutta e delle accuse gratuite ai rivenditori tradizionali di prezzi troppo alti.
Forse la gente non sa che oltre il 70% dell'ortofrutta viene commercializzata dalla grande distribuzione. Facile dunque capire chi è che fa il prezzo e lo impone a tutti».

«Se qualcuno si rivolge alla nostra associazione - aggiunge Federico Pieragnoli, direttore di Confcommercio - per aprire una attività nel settore alimentare e mi dice che vuole vendere, ad esempio, pasta Barilla, non posso che sconsigliarlo vivamente. La sfida oggi dei piccoli negozi deve essere sulla qualità e sulle particolarità. Un prodotto che non possa trovarsi in un qualsiasi supermercato. Poi serve il valore aggiunto del servizio, della cortesia, del consiglio che a questo punto farà la differenza. Insomma l'alimentari tradizionale non può servire solo il residente che abita nella strada, ma deve essere attrazione per caratteristiche specifiche».

Pisa in questo senso ha ancora attività di tradizione specie nel centro storico; per tutte citiamo gli alimentari Cesqui e Matteoni, in piazza delle Vettovaglie, o da Pierino, in via D'Azeglio.
Eppure non sembra in grado di ospitare, proprio in centro, importanti realtà legate alla gastronomia, al contrario di Lucca, dove in Fillungo si trova ancora un negozio storico.
«Sicuramente a Pisa quando si apre una nuova attività si pensa subito all'abbigliamento - aggiunge Pieragnoli -. Il numero di negozi di questo settore non diminuisce mai. Evidentemente un centro storico sempre più frequentato da giovani universitari non sembra in grado di rispondere ad una clientela che cerca prodotti gastronomici di qualità».
«Il centro dovrebbe tornare ad essere un punto di riferimento per lo shopping di tutte le tipologie - aggiunge Sbrana - proprio per una presenza di qualità in grado di accogliere turisti e residenti.
Gli alimentari - conclude - possono essere uno strumento in più anche per rendere il centro una zona da vivere e non solo la sera con pub e locali».
Daniele Benvenuti (gli altri servizi sul commercio che cambia sono stati pubblicati il 26 e il 27 febbraio)

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